Frattaglie in saldo #14 – La grande abbuffata (part 1)

Charles in pausa di riflessione durante la cena di Capodanno

Dato che ultimamente ho avuto meno tempo per ascoltare/scrivere/cazzeggiare (no, non ero in rehab), mi si è accumulata una caterva di discacci deteriori dei quali volevo comunque rendervi edotti. Se mi mettessi a recensirli a botte di quattro o cinque alla volta, come è costume di questa amabile rubrichina, arriverei a Pasqua ancora alle prese con la roba uscita l’anno scorso. Facciamo quindi che tiro giù giusto qualche riga di circostanza su ogni album, così io perdo meno tempo a cercare di farmi venire in mente qualcosa di intelligente su gruppi che potrebbero essere descritti a gesti, voi perdete meno tempo a leggere le mie stronzate, torniamo tutti prima a sfondarci con gli avanzi del cenone e siamo tutti più contenti. A Mandrà, vai cor tango!

Partiamo con un’uscita sulla quale non sarei riuscito in ogni caso a scrivere un post intero per una banale questione di onestà intellettuale. Perché, aiò, come diavolo volete che suoni il nuovo dei VADER? Era un pezzo che non seguivo la ganga del buon vecchio Piotr (attorniato dagli ennesimi nuovi membri) con la dovuta attenzione e fa davvero piacere ritrovarla così in forma. Welcome To The Morbid Reich (Nuclear Blast) richiama nel titolo la terza demo della band polacca, quasi a sancire un ritorno alle origini (c’è pure un remake della preistorica Decapitated Saints) che di fatto non ci può essere perché ‘sta gente è vent’anni che fa più o meno le stesse cose. E a noi va bene così, ovvio. Era forse dai tempi di Litany che il loro assalto old school death metal non colpiva così nel segno. Pezzi come Come And See My Sacrifice e Don’t Rip the Beast’s Heart Out fanno davvero male, grazie anche a una produzione finalmente adeguata. Diretti, groovosi, violentissimi. Considerando quanto mi avessero deluso l’ultima volta che li ho visti dal vivo (succede, del resto, quando cambi formazione due volte al mese), non mi aspettavo davvero una mazzata del genere. Hail to Poland! Un altro gruppo sul quale è francamente impossibile dire qualcosa di particolarmente acuto sono i KRISIUN. The Great Execution (Century Media) è l’ottava fatica dei brasiliani ed è esattamente come ve lo aspettate. Death metal truculento e fracassone, più reazionario di un reduce della Legione Straniera iscritto al Front National. Magari nel frattempo i fratelli Kolesne hanno imparato a suonare un po’ meglio e il songwriting è leggermente più vario ma non è che la sostanza cambi chissà quanto. Niente male, anyway. Per qualcosa di meno scontato potete invece buttarvi su quello che è in assoluto uno dei dischi estremi più interessanti dell’anno scorso, rimasto fuori playlist per un soffio. Stiamo parlando di A Fragile King (Century Media), sorprendente esordio dei VALLENFYRE, nuovo progetto di Greg Mackintosh dei Paradise Lost, nato come reazione alla recente morte del padre. Coadiuvato da gente di rispetto come il chitarrista dei My Dying Bride Hamish Hamilton Glencross e l’ex batterista degli At The Gates Adrian Erlandsson (che ha suonato pure sul remake live di Draconian Times), Mackintosh torna alle radici di quel sound cupissimo e melmoso, ancora vicinissimo al death, che caratterizzò le prime produzioni della unholy trinity del gothic/doom inglese. Questo è il suono di Lost Paradise, di Serenades e di As The Flowers Wither riletto in un’ottica ancora più cruda e catacombale (in certi frangenti mi sono venuti in mente addirittura i Bolt Thrower), una riuscitissima madeleine indispensabile per chi è rimasto legato a quei suoni e a quegli anni.

Era dai tempi di Ophidian Wheel che non ascoltavo nulla dei SEPTIC FLESH, che insieme ai Nightfall costituivano il volto meno intransigente della gloriosa scena greca degli anni ’90. Nel frattempo ci sono stati altri quattro album e una reunion, quindi ammetto di essermi perso buona parte dell’evoluzione della formazione ateniese, che in questo The Great Mass (Season Of Mist) non ho comunque trovato troppo cambiata. Lo stile è sempre un metal estremo dall’impronta inconfondibilmente ellenica, atmosferico e cadenzato con tastierone bombastiche zumpappà e non poche analogie con gli ultimi lavori dei concittadini Rotting Christ. Qualche buono spunto e un po’ di noia ma, considerando che li avevo persi di vista e che questi suoni non sono (più) troppo nelle mie corde, prendete questo parere con le pinze. Restiamo nel mare nostrum, sponda italica, con un lavoro che conferma l’adagio per il quale il secondo full è sempre il più difficile. Stiamo parlando di Agony (Nuclear Blast), ritorno dei FLESHGOD APOCALYPSE, che tanto mi avevano esaltato con l’esordio Oracles e il successivo ep Mafia. Sarà che avevo delle aspettative parecchio elevate, però devo ammettere di essere rimasto un po’ deluso. Le caratteristiche che avevano reso il combo capitolino così personale (l’impiego delle orchestrazioni e dei synth, il particolare utilizzo delle clean vocals, un gusto barocco che – in una scena in larga parte derivativa come la nostra – dona loro un peculiare allure di “italianità”, lo stesso che, mutatis mutandis, caratterizza i Rhapsody) qua rischiano di diventare cliché e di stuccare, da una parte per l’eccessiva reiterazione, dall’altra per la struttura dei pezzi, più secchi e diretti che in passato. Sia chiaro, rimaniamo sempre su alti livelli e Agony resta un ascolto consigliato, tra le migliori uscite del 2011 in campo di death tecnico, ma mi attendevo molto di più (continua…).

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