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Unholy Titans: Deicide + Marduk + Vader (Blackout, Roma, 18 maggio 2010)

29 maggio 2010

Andatelo a spiegare ad una persona normale che una delle persone che stimate e ammirate di più in assoluto non è Gandhi, non è Barack Obama e nemmeno Gheddafi, bensì un ultraquarantenne floridiano che ha una croce rovesciata marchiata a fuoco sulla fronte e un’irrefrenabile passione per la sottile linea bianca. Che non viene bersagliato solo dal mondo religioso – per testi di una blasfemia compulsiva che se ne è sempre infischiata di poter sembrare clichè – ma anche dagli animalisti perchè avrebbe il simpatico hobby di impallinare Cip e Ciop e i loro amichetti della foresta. Che, in teoria, avrebbe dovuto suicidarsi a trentatrè anni per morire alla stessa età del suo peggior nemico: Cristo. E, soprattutto, che è il leader di un gruppo che ha scritto alcune delle pagine più belle della storia del metal estremo. I fottuti Deicide. Accoppiati in tour con l’unica band che fu in grado di competere con loro nella nobile arte degli oltraggi gratuiti alle divinità cristiane. I Marduk. Una roba tipo “E’ più forte Hulk o la Cosa”?. Fanno cascare più santi dal calendario gli americani o gli svedesi? Beh, questi ultimi sono, come dire, maturati dal punto di vista concettuale e non fanno più magliette con tipe che si massaggiano la cosina con un crocefisso. Glen Benton invece resta fieramente puzzone e continua ad esplorare tutte le possibilità semantiche offerte dal vocabolario inglese per insultare la Trinità.

Non mi ricordo con chi parlai dei fratelli Kieltyka quando intervistai i Decapitated. Wytold, il batterista, è morto due anni e mezzo fa in un incidente che aveva coinvolto il tour bus della band in Bielorussia. Anche in quel caso, in una data al Circolo del 2001, erano in giro insieme ai conterranei Vader. Dell’unholy alliance polacca che completa il quadro di stasera io e Trainspotting ci perdiamo però i primi, insieme a Subhuman e Hellvate. Arriviamo in tempo per i Vader, che, considerato quanto spaccano dal vivo di solito, deludono. Nè li aiutano i suoni e i volumi alquanto confusi. Anche la scaletta lascia troppo poco spazio al passato. L’unico sussulto arriva quando Peter invita il pubblico a tributare l’appena scomparso Dio e tutto il Blackout ne grida il nome e alza le corna al cielo. Neanche i Marduk partono bene. Non capisco se Mortuus ha problemi col microfono o stasera è proprio svociato. Ma sono solo i primi due o tre pezzi, poi gli scandinavi ingranano e sono volatili per diabetici. I brani di “Wormwood” non mi hanno convinto su disco e non mi esaltano certo stasera, ma la setlist ci regala una splendida “Materialized In Stone”, dove Trainspotting rasenta l’estasi mistica, una “With Satan And Victorious Weapons” che sicuramente avrebbe ispirato numerosi atti di vandalismo sacrilego se la gig si fosse svolta più vicino al Vaticano e formidabili esempi di truculenta ignoranza elevata ad arte come “Christraping Black Metal” o “Of Hell’s Fire”. Ovviamente, ad un certo punto scatta la bestemmia tutti in coro e l’amabile Mortuus ci incita a continuare con tanto di colpi di cassa a dare il ritmo.

Terminata l’esibizione dei nostri panda svedesi preferiti, ci rassegnamo ad un soundcheck lungo e usciamo a fumarci una sigaretta e parlare dei massimi sistemi (“Ma cosa era accaduto di preciso quando a Emil Dragutinovic spezzarono un braccio in una rissa?”). E invece ci perdiamo come dei cretini il primo brano dei Deicide. Partono fortissimo, attaccando uno dopo l’altro, come in un medley, brani della madonna come “Dead By Dawn”, “Once Upon The Cross” e “Scars Of The Crucifix”. “Scars Of The Crucifix”, un disco enorme uscito quando nessuno avrebbe più dato una lira ai Deicide. Subito dopo il quale i fratelli Hoffman se ne andarono tra mille vaffanculo. Fu in occasione del conseguente tour che li vidi per la prima volta dal vivo, all’Estragon di Bologna, in compagnia dell’ineffabile Cortesi. Alle chitarre c’erano l’ex Cannibal Corpse Jack Owen (che stasera sfoggia una notevole camicia cowboy) e Ralph Santolla, poi passato agli Obituary perchè, non si è mai capito bene, è credente e dopo un po’ non gliela faceva più. Glen Benton si era tagliato i capelli, era diventato grasso come un ippopotamo grasso e scherzava con gli astanti, forse per dissimulare il rictus da cocaina. Oggi, invece, è inesorabile e freddo come l’emissario di Satana che è, e la band snocciola i pezzi con una fretta barbara (va detto che si è fatta anche un’ora del cazzo). L’unico che interagisce un minimo col pubblico è il nuovo acquisto alle sei corde Kevin Quirion. Ma la prestazione è di una ferocia e di una precisione allucinanti. E, concentrate in una concitata oretta, coltellate auricolari come “Kill The Christian”, “Serpents Of The Light” e “When Satan Rules His World” (ma, come è giusto che sia, viene dato l’adeguato spazio anche al penultimo, eccellente “The Stench Of Redemption”) fanno ancora più male. Si chiude con “Lunatic Of God’s Creation” e Benton ci congeda senza bis, biascicando “Thank you, Milan”. Il pubblico, comprensibilmente, mugugna. Ma da un tizio che spara agli scoiattoli e dice di aver visto il Sasquatch mica ci si può aspettare la cortesia. (Ciccio Russo)

10 commenti leave one →
  1. 29 maggio 2010 05:36

    Anche a Bologna è andata esattamente così: soundcheck brevissimo, medley iniziale di dieci minuti con tre pezzi di fila uno dopo l’altro a chiudere con “Scars of the crucifix” (il pezzo), cattiveria e spietatezza pari almeno alla precisione (assolutamente spaventosa), niente bis. Cinquanta minuti in tutto senza lasciarti il tempo di chiederti che cazzo sia successo, a cosa si sia appena assistito. Al confronto, nella data del 2005, Glen Benton era Bob Hope. Non ha nemmeno presentato la band come fa sempre (tra l’altro, obnubilato dall’ingestibile cappa di umidità dell’Estragon, in un primo momento di delirio avevo scambiato il nuovo chitarrista per Dave Suzuki dei Vital Remains), perdendo così l’occasione di ripetere per l’ennesima volta dalla diaspora degli Hoffman “I guess you know who me and Steve are”. Però una gag simpatica da noi l’ha fatta. Prendendo fiato alla fine di un pezzo ha detto qualcosa del tipo: “Quel che più mi consola è che non importa quanto schifo possa fare la mia vita, saprò sempre con chi prendermela”. E poi parte “Blame it on God”. Cose che chi non è mai stato metallaro non capirà mai. Il rispetto, già ai massimissimi livelli, aumenta esponenzialmente.

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  2. Leonardo permalink
    29 maggio 2010 13:59

    Devastanti! Peccato per il locale, l’areazione all’Estragon fa schifo

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