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MARDUK // IMMOLATION @Traffic, Roma, 14.09.2012

17 settembre 2012

(testo di Matteo Ferri e Ciccio Russo, foto e video di Matteo Ferri)

Matteo Ferri: Per ragioni che ancora oggi fatico a comprendere, mi accingo a vedere per l’ennesima volta un live dei Marduk. Li vidi per la prima volta quando ancora avevano la line-up con Legion e B.War. A quei tempi consideravo Fredrik Andersson la reincarnazione di Gesù, incazzato con la madre e diventato batterista per ripicca nei confronti del padre perché, è risaputo, il batterista è il Male, quello vero. Poi li ho ritrovati infilati in qualsiasi festival milanese di inizio millennio, fino alla memorabile data d’esordio italiano con la nuova formazione. Fu un trionfo del grottesco, condito da solenni prese per i fondelli dei loro stessi fan ed un Mortuus che sprigionava lo stesso carisma di Brandon Routh nella parte di Dylan Dog. Da quel dì è passato un bel po’di tempo, io non ho smesso di criticare i Marduk, i dischi dei Marduk e tutto il black metal svedese e se non fosse stato per Serpent Sermon me ne sarei, probabilmente, rimasto a casa a rivedere qualche classico del filone erosswastika. Invece proprio l’ultimo parto di papà Morgan mi ha convinto a dare un’altra chance ai suoi pargoli, una chance ripagata da una prestazione finalmente degna di un concerto black metal. Legion, dal vivo, era un simpatico guascone, un allegro clown che giocava col pubblico e buttava in caciara tutto lo spettacolo: a molti piaceva, a me no ma almeno sapeva creare un certo feeling col pubblico. Il primo Mortuus era un palo della luce messo in mezzo al palco: a nessuno piaceva, me compreso. Il Mortuus attuale è uno che tiene la scena con quell’atteggiamento solenne di chi la sa lunga su come impersonare la parte del frontman black metal: pare che il pubblico gradisca e anche a me non dispiace affatto. Visto e considerato che i Marduk sono la classica band nata per suonare dal vivo, ritrovare finalmente una formazione adatta allo scopo è già un deciso passo avanti. La scaletta è la stessa che stanno portando avanti in questa terza fase del tour, dopo le escursioni a Puerto Rico e in Siberia. La set list predilige, come è logico che sia, il nuovo disco, qui rappresentato dalla title-track, da Souls for Belial e dall’epica Temple of Decay, ma è emblematico che il resto dello show si concentri di gran lunga sui brani del primo corso, relegando in secondo piano tutta la produzione da La Grande Danse Macabre (fortunatamente escluso totalmente) in poi. Va bene che l’età media del pubblico si alza paurosamente di anno in anno e che a noi nostalgici over trenta faccia di gran lunga più piacere ascoltare Baptism by Fire o Deme Quaden Thyrane piuttosto che un qualsiasi pezzo da Plague Angel, però la cosa puzza un po’di resa incondizionata. Purtroppo, a dispetto dell’immagine, Morgan è uno che conduce una vita sana ed equilibrata, così a fine concerto non ci è possibile intervistarlo e chiedergli se la scelta della scaletta sia dovuta ai gusti del pubblico o, piuttosto, ai suoi personali. A noi non resta che incassare un’esibizione impeccabile prima di rimetterci in cammino in una periferia romana meno illuminata di un bosco svedese a gennaio.

Ciccio Russo: Per volgari ragioni lavorative ci perdiamo le tre band di apertura (Heaving Earth, Forsaken World e Noctem) e arriviamo che gli Immolation hanno già iniziato a suonare. Erano anni che non li vedevo (per la precisione da uno show al Rock Café di Praga, il locale teatro dell’episodio a origine del Blythegate) ma lo storico quartetto di Yonkers è sempre una fottutissima garanzia. Il loro incontaminato US death metal, avvolgente e sulfureo, dal vivo trova la sua dimensione naturale grazie anche alla scelta di privilegiare i brani più anthemici e cadenzati, ideali per far svitare il cranio del pubblico a furia di headbanging. Provo a dare un’occhiata al banchetto dei dischi ma la colossale Into Everlasting Fire mi azzanna alla gola e non mi lascia più. Robert Vigna si muove come una marionetta impazzita e snocciola riff pastosi e roventi come una doccia di lava. La scaletta pesca in modo equilibrato da una discografia che non ha conosciuto passi falsi ma sono gli episodi più datati, come Under The Supreme, dall’indimenticabile Here In After, e la title-track di quel classico senza tempo che è Dawn Of Possession che più fanno sussultare il mio cuore di deathster. Sempre una sicurezza, sia in studio che sul palco. Sarebbe stata una notizia il contrario.

Dopo un lungo soundcheck, durante il quale Charles continua ad asserire che il roadie addetto alla chitarra sia in tutta evidenza l’ispiratore del personaggio di Skwisgaar Skwigelf di Metalocalypse, salgono sul palco gli headliner, che iniziano a evocare le legioni infernali con la title-track dell’eccellente Serpent Sermon. Dissento da quanto scritto da Herr Ferri in sede di recensione: a me i Marduk sono sempre piaciuti e non hanno mai smesso di piacere. Sono però una band che si attaglia più ai gusti di un appassionato di death metal che a quelli di un blackster duro e puro. Dell’atavismo e dell’ancestralità pagana dei maestri norvegesi non c’è mai stato nulla, bensì una tracotante blasfemia gratuita più vicina all’approccio di gente come i Deicide, con i quali, non a caso, condivisero il palco un paio d’anni or sono. Quella volta non se la cavarono male ma la nuova formazione non appariva ancora abbastanza rodata e tradì più di un’incertezza. Questa volta, invece, non ce n’è per nessuno. Mortuus (che scopriamo avere un’inquietante somiglianza con Fernando Ribeiro dei Moonspell) è cresciuto tantissimo, sia come voce che come presenza scenica. Aver perso per strada tutta la formazione storica ed essere stato costretto a ricominciare da zero dopo World Funeral è stata la cosa migliore che potesse accadere a Morgan Håkansson. In quel momento imboccare la strada dell’autoparodia sarebbe stato un rischio molto concreto. Mortuus ha invece portato sangue fresco dal punto di vista creativo e le sperimentazioni di Rom 5:12 e Wormwood, convincano o meno, sono state il necessario preludio del recupero di quella furia primordiale che è marchio di fabbrica degli svedesi avvenuto con Serpent Sermon. E, per quanto noi inguaribili passatisti tendiamo a smuoverci soprattutto su frustate d’antan come Slay The Nazarene, il pubblico dimostra di conoscere bene anche i brani più recenti. Pubblico che sembra essersi evoluto con loro. Ai tempi delle magliette di Fuck Me Jesus i Marduk erano il classico gruppo che attirava i ragazzini in virtù del suo essere così trucemente sopra le righe. Questa sera l’età media è intorno ai trenta, non ci sono più i tradizionali coretti con bestemmia e, grazie a Satana, nemmeno gli un tempo immancabili coglionazzi che fanno il saluto romano, come se fosse possibile considerare sintomi di simpatie nazionalsocialiste carri armati (magari inglesi) piazzati sulle copertine di album che parlano di quanto sia bello bombardare le chiese e sbudellare i cristiani. Anche il pogo è tutto sommato nei limiti ed esplode con reale violenza solo in occasione della micidiale doppietta costituita da Baptism By Fire e Panzer Division Marduk. Ma la tensione non cala mai e si torna a casa soddisfatti e frastornati da una prestazione maiuscola da parte di uno dei pochi gruppi black dei quali non si può dire che i primi dischi erano un’altra cosa (a me Plague Angel piace un casino e Those Of The Unlight non mi ha mai detto nulla ma de gustibus dom sathanas)  o che avresti dovuto vederli dal vivo dieci anni fa. Panzer division Marduk continues its triumphant crusade…

Marduk setlist:

Serpent Sermon
Nowhere, No-One, Nothing
The Levelling Dust
The Black Tormentor of Satan
On Darkened Wings
Slay the Nazarene
Temple of Decay
Throne of Rats
Deme Quaden Thyrane
Within the Abyss
Baptism by Fire
Panzer Division Marduk
Souls for Belial

Encore:
With Satan and Victorious Weapons
Wolves

15 commenti leave one →
  1. 17 settembre 2012 11:30

    Che mondo sarebbe senza gli Immolation. Mi pare di capire che abbiano fatto soprattutto pezzi vecchi, da ‘Majesty and Decay’ e dall’ultimo EP hanno preso niente?

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    • 17 settembre 2012 11:36

      Dall’ep hanno suonato ‘What They Bring’ e da ‘Majesty And Decay’ la title-track ma sono arrivato in ritardo e mi sono perso un paio di pezzi

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      • 17 settembre 2012 11:40

        ottimo, due gran pezzi. Peccato che per quest’anno non siano previste loro date dalle parti di Bologna e dintorni.

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  2. Lord_F_L permalink
    17 settembre 2012 12:16

    Visti a Firenze, sempre ottimi. Bene pure i Marduk (che pure,come la frittura di pesce ratto, possono piacere o non piacere….).

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  3. Nervi permalink
    17 settembre 2012 15:42

    Non gli ho mai visti dal vivo, ma concordo sul fatto che alcuni dei loro dischi più recenti siano un pò così. Forse quegli album sarebbero dovuti uscire a nome Funeral Mist, tanta è stata l’influenza di quel gruppo da quando nella line-up è entrato Mortuus.

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  4. 17 settembre 2012 20:10

    “De gustibus dom Sathanas” – magistrale. Chapeau!

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