Once upon a time in America: i Panopticon

Il massimo esponente del bluegrass black metal

In occasione del recente concerto dei Marduk, assieme a Ciccio e Charles, si faceva il punto sullo stato dell’arte del black metal e si giungeva all’unanime conclusione che, in definitiva, gli americani stessero al black metal come il parmigiano sulla carbonara. Tutt’al più, un disperato sostituto quando scarseggiano i viveri. Le possibili ragioni sono tante e tutte egualmente valide o campate in aria, ne elenco alcune elaborate dopo sette ore in ufficio e tre in treno:
– L’america dei bianchi WASP è ad ampissima maggioranza cristiana. Rivendicare i culti pagani dei propri antenati distrutti dai soldati crociati, può essere, nella migliore delle ipotesi, compito degli indiani.
– Negli Stati Uniti la presenza di generi come il death ed il thrash era già fortissima mentre in Scandinavia nascevano i primi gruppi black. Non a caso la maggior parte delle prime black metal band americane presentava (e presenta tutt’ora) forti contaminazioni con quei generi.
–  Gli americani hanno, tutto sommato, un’innata passione per le baracconate chiassose e dal gusto trash. Non che il black metal sia esente da tali fenomeni, ma ci muoviamo su territori del tutto differenti.
– Esisterebbe, infine, una sorta di motivazione sociopolitica che spiegherebbe l’iniziale diffusione del genere in alcune specifiche aree europee e relegherebbe come derivative le altre scene che, via via, hanno preso piede nel resto del Mondo. Ma qui ci addentriamo in territori che esulano decisamente dalla portata dell’articolo.
Insomma, com’è , come non è, alla fine il black metal americano rimane sempre qualcosa di marginale, soprattutto per chi tende a rivolgere con più attenzione il proprio sguardo ad est. Ora, questi Panopticon arrivano a minare le nostre certezze, a riproporre con grande vigore il tema della contaminazione dei generi e della loro radicata appartenenza territoriale. E quale genere può utilizzare un gruppo che intitola il disco Kentucky? Il bluegrass, ovviamente. Concettualmente non siamo così lontani dal black metal e se avete la pazienza di seguirmi, proverò a spiegarvi le mie ragioni. Nel bluegrass riveste un ruolo fondamentale il solista ed il gruppo si limita ad accompagnare i suoi virtuosismi più o meno elaborati. Certo, non è detto che il solista sia solo uno, anzi, è consuetudine che ogni singolo strumenti si alterni come attore principale, ma resta comunque l’idea di rappresentare musicalmente una forma di individualismo che, se da un lato può essere metafora dello stile di vita americano, dall’altro racchiude anche lo spirito del black metal nella sua forma più grezza.
Chiusa la parentesi esplicativa, Kentucky prosegue il solco segnato dai precedenti album di A.Lundr segnando una virata folk ancora più decisa, al punto da arrivare a piazzare nella track list due pezzi come Which Side Are You On e Come All Ye Coal Miners senza farne due cover metal ma lasciandole immutate nella loro natura di canzoni tradizionali. Probabilmente il fascino, ma al tempo stesso il punto debole del disco, sta proprio nel suo essere volutamente disomogeneo nell’alternare sonorità metalliche a brani del movimento sindacale americano senza soluzione di continuità. Prese singolarmente, le tracce possono anche dare l’impressione di essere del tutto slegate tra loro; al contrario considerato come un unico blocco, come un’opera ibrida che mi ha riportato alla mente certa scena folk black ucraina, Kentucky si presenta come un vero e proprio concept politico. Un viaggio a metà strada tra i mine workers militanti e l’anarchismo on the road di Kerouac. Magari criticabile dal punto di vista strettamente musicale, ma ha il merito di aprire una strada nuova verso la costruzione di un’identità distinta e sensata per il black metal americano.

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