Musica di un certo livello #10: RAGNAROK, GUST, FINSTERFORST, MORITURUS

Festeggiamenti in tutto il mondo per l’uscita del nuovo dei Ragnarok

Dalla lettera dell’apostolo Charles al discepolo: “siamo messi un po’ male con le bozze. l’idea mia sarebbe di fare un pezzo con Lustre, White Ward, Bosse-de-Nage, FrostSeele, Lunaire, Sun Devoured Earth. a te se ti va consiglio Baptism – As The Darkness Enters, Gust – The Silent Note Of The Coldest Night, Ragnarok – Malediction e Heimdalls Wacht – Ekte Westfäölske Svatte Metal che potrebbero piacerti. Vedi se riesci a cavarne qualcosa di buono. Abbasso Veltroni”. Ora, a me questa chiosa finale antiveltroniana dispiace molto. Io nel progetto “sì, se po’fa”, tutto speranze ed ammiccamenti centristi da sinistra moderna, ma anche no, avevo riposto grande fiducia e rimango sempre male quando qualcuno inserisce il tutto in un contesto che comprende anche i Ragnarok.
Perché i Ragnarok sono cafoni. Ma non quel cafone astratto, quella metafora da critici musicali alla mano, atta ad indicare quei gruppi dal suono consapevolmente ruvido e spigoloso. No, i Ragnarok sono proprio cafoni come individui, tipo i narcotrafficanti brasiliani che si fanno gli autoscatti in canottiera durante i festini a base di droga, alcool, transessuali e Adriano. Che è lo stesso principio che ispirò la copertina del glorioso Blackdoor Miracle, Anno Demoni 2004, con Hoest alla voce. Più o meno tutti i miei ricordi riguardo ai Ragnarok si riducono alla copertina di quel disco – una delle cose più involontariamente ridicole e trash , in un genere che già di suo non brilla sempre per la raffinatezza degli artwork – ed al fatto che Sua Maestà Hoest fosse presente in veste di cantante nello stesso album. Indi per cui mi sono andato a rileggere un po’la storia del quartetto norvegese ed a riascoltare qualcosa di più recente; al termine degli ascolti ho avuto quella sgradevole sensazione di aver perso tempo. Della line up originaria è rimasto solo il batterista, Jontho, poi possiamo iniziare un discorso concettuale sull’importanza di mantenere in vita la progenie degli anni novanta per ricordare i tempi che furono, quelli in cui si andava allegri e felici nei boschi a bruciare le chiese, ma il dato di fatto è che Malediction ridefinisce i concetti di evoluzione musicale e potrei anche chiuderla così, autocitando una mia citazione ripresa da Ciccio nel commentare il nuovo disco degli Anaal Nathrakh. Sicuramente un ottimo lavoro per chi ama i dischi black metal svedesi suonati da gruppi norvegesi.

Chi, invece, preferisce del black metal norvegese non necessariamente suonato da norvegesi può rivolgersi ai Gust. Per gli americani, da Barrow fino a Ushuaia, il black metal è, in realtà, thrash ottantiano suonato da gente che si pittura la faccia e bestemmia, salvo qualche rara eccezione di cui parlammo tempo addietro. Non so se i Gust si dipingano effettivamente la faccia da panda e non so quale sia il loro intimo rapporto col sacro ma l’unica riga di biografia esistente al mondo afferma che “Gust are a black metal band from the midwest. We are concerned only with the end of the human race.” Becca e porta a casa.
The Silent Note of the Coldest Night sembra uscito direttamente dagli anni novanta: chitarre zanzarose, suoni marci e maligni, screaming lancinanti senza soluzione di continuità, parti melodiche ridotte a scarne manciate di secondi che hanno almeno il pregio di mettere in luce un’interessante lavoro della sezione ritmica ed un pezzo (Above/Beneath) ai limiti del black shoegaze del tutto fuori luogo.


I Finsterforst sono la risposta tedesca ai Moonsorrow, l’ideale bastone di sostegno durante le lunghe attese quadriennali tra un disco e l’altro del gruppo finlandese. La loro strategia è quella di infilare plagi più o meno evidenti tra un pezzo e l’altro, approfittando dell’arco temporale che separa le loro uscite da quelle dei cugini Sorvali. Una strategia tutto sommato efficace se è vero che il mio giudizio sul recente Rastlos è totalmente positivo, forse perché non ricordo per filo e per segno ogni singolo brano di Varjoina Kuljemme Kuolleiden Maassa.
Cattiverie e malignità a parte, siamo di fronte ad un gran bel disco, degno successore di Zum Tode Hin dal quale prende le mosse per abbracciare sonorità più cupe ed epiche rispetto alle divagazioni folk più marcate dell’album precedente. Da pochi giorni è anche uscito il primo video ufficiale, la short edit dell’opener Nichts als Asche, che in realtà dura tredici minuti e non quattro e non è neanche il pezzo migliore del lotto. La storia è piuttosto criptica ed il testo non aiuta molto nella comprensione: vediamo il cantante girare per i boschi innevati pieno di sangue finché non incontra un altro tizio che passeggia ingobbito con un forziere in mano, questi gli si inginocchia davanti e viene preso a calci come forma di saluto amichevole teutonico. Del resto, parafrasando il giudice chiamato a rispondere sulla scarcerazione di Telespalla Bob, nessuno che sappia parlare il tedesco può essere cattivo.

Chiudiamo con quello che, ad occhio e croce, è il miglior debutto black metal del 2012, pur trattandosi di un disco registrato tre anni fa. Si tratta di Gdy Rozum Śpi, Budzą Się Demony (Il sonno della ragione genera mostri, dipinto di Goya ripreso anche nella copertina) prima fatica sulla lunga distanza per i polacchi Moriturus, attivi da una decina d’anni ma fino a questo momento autori solo di una manciata di demo, l’ultimo dei quali uscito sei anni fa. Non so bene cosa abbiano fatto i due in tutto questo tempo, a parte suonicchiare con altri gruppi più o meno trascurabili della loro zona geografica di provenienza, ma qualsiasi tipo di  esperienza abbiano vissuto, mistica o reale che fosse, ha di sicuro portato effetti benefici. Black metal sinfonico nelle intenzioni, molto più diretto nella pratica, i Moriturus hanno imparato la lezione dei primi Emperor e l’hanno reinterpretata in un contesto arcaico e misterioso, tipico di buona parte delle band slave, dai Graveland in giù. Al fortunato che riuscirà a reperire una delle cinquecento copie attualmente in circolazione, consegnerò personalmente un cesto natalizio con i promo dell’Adipocere Records del 2003. Accorrete numerosi. (Matteo Ferri)

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