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The mighty won’t fall: CANNIBAL CORPSE – Red Before Black

7 novembre 2017

Scrivere una recensione sull’ultimo disco dei Cannibal Corpse senza rischiare di sforare nel già detto è un compito arduo. Non perché la band americana non sia degna di ricevere parole su parole in suo proposito, ma perché a George Fisher e compari non si può imputare nessun tipo di male o di passo falso (perlomeno non in senso stretto). Capitoli un po’ debolucci ce ne sono stati, ma si trattava perlopiù di dischi un filino sotto i loro standard, non certo di brutti lavori. Almeno per quanto riguarda l’ultimissimo periodo, la band americana ha inanellato un discone dopo l’altro, come se il tempo per loro non passasse. Quello che si avverte ascoltando i loro dischi è una sensazione di genuinità e passione che sembra impossibile poter riscontrare in un act composto da gente che ormai è alle soglie dei cinquanta. 

Ed eccomi quindi a parlare dell’ultimo nato Red Before Black. Ciò che mi colpì della titletrack lanciata come singolo prima della release ufficiale fu soprattutto una semplificazione nei pattern di batteria, cosa che mi fece storcere il naso, abituato com’ero al drumming forsennato e demolitore di Paul Mazurkiewicz. Imputai questo problema (se di problema si vuol parlare) al fatto che appunto parliamo di musicisti con una generosa dose di anni sul groppone e che da quasi trent’anni suonano un genere tra i più sfiancanti, fisicamente parlando. I riff però c’erano, la canzone si stampava in testa al primo ascolto e mi sono ritrovato più d’una volta a grugnire fra me e me il ritornello mentre mi trovavo a lavoro, con buona pace dei clienti che mi guardavano manco stessi avendo un attacco epilettico. Una volta uscito il disco però, ogni dubbio venne spazzato via: il drumming è quello di sempre, il marchio di fabbrica dei Cannibal Corpse è impresso su ogni pezzo in modo indelebile, come la lama di un coltello sulla pelle della vittima di turno, tanto per rimanere nell’ambito. L’unico appunto lo farei sulla parte centrale del disco, che soffre di un lieve calo compositivo rispetto sia alla doppietta iniziale che alla coda dell’album, dove sono presenti i pezzi migliori. Forse è proprio questa piccola grinza a farmi preferire il precedente A Skeletal Domain, ma rimane il fatto che Red Before Black finirà senza se e senza ma nella playlist di fine anno. Viva i Cannibal Corpse, viva il death metal. (Luca Bonetta)

One Comment leave one →
  1. vito lomonaco permalink
    7 novembre 2017 13:39

    un disco dei cannibal nelle recchie ti riconcilia col prossimo che tanto non puoi uccidere nessuno, tanto vale tollerarli almeno per 40 minuti.

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