Avere vent’anni: NOVEMBRE – Materia

Ci sono dischi che escono e scompaiono dopo un paio di stagioni, fagocitati dalla fame insaziabile dell’ascolto contemporaneo, senza lasciare un segno o anche solo un ricordo nella memoria dell’ascoltatore. Altri, che magari richiedono maggiore attenzione, sono invece destinati a sedimentarsi, a rimanere lì e a mostrare il loro valore dopo diverso tempo e a crescere nel corso degli anni. Materia appartiene senza troppi dubbi alla seconda categoria, e riascoltarlo oggi significa tornare a un periodo in cui il gruppo stava costruendo un percorso evolutivo che qui giunge alla sua conclusione ideale. Intendiamoci, se anche nei dischi successivi, come ho avuto modo di scrivere in occasione della pubblicazione dell’ultimo, ottimo, Words of Indigo, troviamo sempre un modo diverso di esprimere la propria personalità, la discografia dei Novembre fino a Materia è un percorso a parte, che trova qui il disco in cui la band raggiunge una maggiore consapevolezza e una piena maturità.

Bisogna però riavvolgere un po’ il nastro per contestualizzare il tutto: dopo Novembrine Waltz del 2001, che aveva portato i Nostri sotto i riflettori internazionali insieme a band molto eterogenee come Opeth e Katatonia, il gruppo di Carmelo Orlando si prende tutto il tempo necessario per dare un seguito al suo fortunato predecessore, interrompendo il silenzio solo per la pubblicazione di Dreams d’Azur, ottima riregistrazione dell’esordio Wish I Could Dream It Again. Il che significa che Materia viene pubblicato dopo ben cinque anni, un lasso di tempo non solo oggettivamente rilevante, ma ancor di più per una band che si trovava “sulla cresta dell’onda”. Ascoltandolo – e riascoltandolo anche oggi dopo vent’anni – è facilmente comprensibile il motivo di questa lunga gestazione: Materia è, infatti, un lavoro estremamente complesso, ricco, stratificato e per nulla immediato nei suoi settanta minuti abbondanti di durata. È un lavoro che riesce nell’impresa, nel momento migliore possibile, di far convivere tutte le anime precedenti dei Novembre in un contesto di scrittura estremamente consapevole. Troviamo la complessità di Novembrine Waltz, il lirismo e i contrasti di Classica, in un contesto senz’altro meno irruente rispetto al passato – nonostante alcune eccezioni, come Comedia, o Croma – contraddistinto da un afflato decadente che richiama, in parte, Arte Novecento.

Da questo album emerge con maggiore incisività una componente wave, o comunque ottantiana molto più scoperta di quanto ci si aspettasse. Non una citazione di maniera, non una strizzata d’occhio, bensì una sensibilità strutturale, che si constata in aperture melodiche presenti sin dall’iniziale, splendida, Verne e che si fanno più consistenti nelle due successive Memoria Stoica/Vetro e Reason che, per chi scrive, sono tra le migliori composizioni mai pubblicate dalla band siculo-romana. Componente che, in un cortocircuito col già menzionato Arte Novecento, sfocia nella cover di The Promise degli Arcadia, band di Simon Le Bon dei Duran Duran.

La ragione per cui questo disco suona, ancora oggi, come un punto di arrivo della prima parte della discografia dei Novembre sta anche nella ricerca e nella cura dei suoni e di ogni aspetto legato a essi: la produzione riesce ad esaltare ogni strumento in modo perfetto, senza “illuminare” ogni componente ma lasciando dei chiaroscuri che si riflettono su ogni brano. Un lavoro che viene eseguito anche sulla voce di Carmelo Orlando: il growl si ritira in buon ordine – e nel contesto di un disco del genere, è giusto così – e si riduce a presenza sporadica, ad accento drammatico piazzato dove serve. Il cantato pulito, invece, esplode in una gamma espressiva che nei lavori precedenti era stata solo intuita: sussurrato, sofferto, persino cantautorale in certi passaggi in italiano di Memoria Stoica / Vetro e Geppetto – brano che richiama atmosfere à-la  Novembrine Waltz  – fino agli slanci lirici di Aquamarine e alla sublime apertura della già menzionata Verne, che da sola varrebbe il prezzo dell’album.

E poi c’è quella sensazione, che col passare degli anni è diventata quasi una certezza: Materia ha seminato. Molte delle soluzioni che i Novembre avrebbero sviluppato nei capitoli successivi sono già qui, in nuce: certi incastri ritmici, certe progressioni lente e “ostinate”, quel modo tutto loro di lasciar respirare i brani fino al limite lo si ritroverà, variato e declinato, (in minor parte) in The Blue, in URSA e nell’ultimo Words of Indigo. Che è poi il destino dei dischi che contano: continuano a parlare anche quando sembra che il loro tempo sia finito. Materia forse non sarà mai il lavoro dei Novembre a cui sono più legato, ma è senz’altro quello in cui ogni loro componente è resa nel modo migliore, un lavoro in cui forma e sostanza trovano un connubio mai raggiunto in passato e mai raggiunto successivamente dalla band. (L’Azzeccagarbugli)

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