Le delizie dello scantinato: VENOM – Prime Evil

A fine anni Ottanta la situazione era più o meno questa: i Venom erano andati a puttane perché il tempo scorreva inesorabile, e perché i rapporti interpersonali fra quei tre s’erano altrettanto inesorabilmente deteriorati. Nella fattispecie, Cronos aveva un problema con gli altri due, e gli altri due, individualmente, ne avevano uno con Cronos ma a loro volta coesistevano benino. Abaddon era un po’ il mentore della band, nel senso che molta della pianificazione promozionale e concertistica lo riguardava in primissima persona, un po’ come diremmo a Lars Ulrich d’essere il manager sul campo dei Metallica. Pure lui batterista, pure lui accusato di essere scarso, però, nel suo caso, fin da principio e dallo stesso Cronos, che lo redarguiva per il pressappochismo con cui provava e perfezionava le partiture prime di finire in studio. Mantas si era temporaneamente rotto i coglioni, il che era un altro paio di maniche: Cronos andava accusandolo d’avere contribuito poco o nulla alla stesura del quarto disco, una sorta di preambolo solista di Cronos con su stampato il nome della band. Con Abaddon era invece un problema di leadership, e dunque ben più complicato: molto probabilmente il batterista gli toglieva dal tavolo un sacco di lavoro occulto, quello da mediani, quello che un po’ a tutti fa fatica fare. Il semplice fatto di farlo, però, rendeva di fatto Abaddon una sorta di autoproclamato comandante della nave, e trasformava il frontman della band in un uomo inverosimilmente sofferente. Cronos finì fuori dai Venom dopo aver scritto Possessed praticamente da solo e dopo che Calm Before the Storm ebbe calato la scure sulla testa dei Venom. Non c’era apparentemente altro da aggiungere.

Alla voce si ritrovò Demolition Man degli Atomkraft, all’anagrafe Tony Dolan. Il risultato fu che, per l’assenza di Cronos contemporanea alla presenza degli altri due, di primo acchito crebbe un curioso e rinnovato interesse nei riguardi della band. Tantoché Prime Evil se l’ascoltarono un po’ tutti. Dopodiché il successo scemò, e lo fece rapidamente, riassestandosi su livelli ancor più bassi di quelli legati alla risposta del pubblico a Calm Before the Storm. Il mondo fu ingeneroso con i Venom, perché Prime Evil e il seguente Temples of Ice, a detta mia, rappresentano ad ora due dei migliori album di sempre del gruppo di Newcastle. Specialmente questo.

Lasciate ora perdere l’anima nera che domina i primi tre album, dei quali non ho assolutamente un preferito, e dei quali rammento ogni volta At War with Satan perché si trattò di una sterzata intelligente, curata, sentita. L’ultima, purtroppo. I Venom di Prime Evil e del debutto di Demolition Man al microfono non sono quelli del delirio ai limiti del glam “ammirato” in Calm Before The Storm. Ho di quel disco la medesima considerazione che ho di Cold Lake dei Celtic Frost, tanto che uscirono quasi in parallelo sia a livello di calendario – un solo anno di differenza – sia di atteggiamento e presunzione. I Venom di Prime Evil non stanno neanche nel mezzo. Sono semplicemente un gruppo che, con entusiasmo e ritrovata voglia di scrivere, registrare ed eseguire, portava sul palmo della mano un album fortunato sulle prime, e dimenticato troppo presto per le canzoni che aveva al suo interno e che, in buona parte, ricordo pressoché a mente.

Le prime cinque sono semplicemente da urlo, con il solido thrash metal di Carnivorous sugli scudi (firmata proprio dal nuovo cantante) e, a seguire, la cover di Megalomania dei Black Sabbath, direttamente da Sabotage. Ha poi spazio un netto ritorno delle sonorità hard’n’heavy da sempre presenti nella ricetta, e stavolta a dargli luce sono Harder Than Ever e Skool Daze. Due classici, per quanto mi riguarda. L’album fu stampato da Under One Flag, l’etichetta degli Acid Reign, l’etichetta che portò in Europa numerosi classici del metal americano, dai Dark Angel ai Nuclear Assault, transitando per molti altri. Personalmente ho ascoltato per anni, e fino al piacere misto a sfinimento, l’edizione Armando Curcio Editore, segno del passaggio di una cosa del genere nientemeno che nelle edicole, con la differenza che io ebbi la fortuna d’acquistarla per due lire a una delle tante fiere del disco da me assaltate a portafogli mezzo vuoto.

I Venom hanno realizzato altri buoni album, come i due dalla reunion e un paio più recenti, a essere di manica larga. Mai, però, si sarebbero riassestati su questi livelli, neppure col seguente Temples of Ice, un album piuttosto fresco e ispirato, oltre il quale emersero ulteriori crepe legate alla volontà d’andare avanti a fronte di risultati eloquentemente negativi. Prime Evil ai primi tre ha da invidiare solo il carisma di Cronos e il significato storico, l’influenza sulle generazioni future di metallari, le tematiche oscure e oltraggiose. Ha da invidiargli molto, facendo la somma, ma resterà pur sempre, e per sempre, un grandissimo album e un eccellente debutto da parte di chi, sulle proprie spalle, si portò un peso assolutamente non indifferente. A proposito di Atomkraft, una passatina a Future Warriors dategliela. Per quanto di non fondamentale rilevanza, e per quanto contenesse alcune delle canzoni peggio intitolate di sempre, le sue cartucce le aveva eccome. (Marco Belardi)

Harder than Ever,
Hotter than hell!
Are you with us,
Legions, Iron and Steel?

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