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Non aprite quella bottiglia: VENOM – Storm The Gates

3 gennaio 2019

C’è una bottiglia di Glen Grant in casa di mia nonna che nessuno apre mai. Non oso immaginare da quanto tempo se ne stia lì, e credo di essere l’unico ad averci messo mano negli ultimi dieci anni: ogni volta stapparla mi ricorda che la mia passione per il whisky è partita da cose come quella, e che in fin dei conti il banale Glen Grant invecchiato cinque anni, oltre che reperibile in ogni supermercato, non è per niente cattivo. Ed è pure il whisky più venduto nel nostro paese, anche perché il celebre marchio è stato acquistato dal gruppo Campari una decina di anni fa. Nel berlo finisco per fare inevitabili paragoni, ed è normale che gli manchino cose, caratteristiche e corpo che trovo nel Dalmore oppure nel Glenfarclas, ma non rinnegherò mai quel distillato chiaro e dimenticato da tutti gli altri miei parenti, i cui occhi si riempiono di ferocia non appena il bombardino, o qualche barricatissima grappa del Nord, toccano la superficie del tavolo. Quella bottiglia, per il sottoscritto, è esattamente come i Venom al ciclico rimetterci mano, consuetudine vera e propria da qualche anno a questa parte.

Con la band inglese ci sono tutti i presupposti per passare oltre, transitando nuovamente per un classico come At War With Satan e godere di esso, proprio come ai vecchi tempi: la comicità dello split con i Venom Inc., ad esempio, deve essere una di quelle cose che – esattamente come l’alcol – fanno gonfiare il fegato di una persona fino a farlo scoppiare. Pensate a Conrad Lant che esce di casa con la nipotina e la porta a un negozio di dischi, perché voglio immaginare Newcastle come un luogo in cui ve ne sono ancora di aperti. Entrano e si ritrovano davanti il vinile di Envenomed dei Malevolent Creation, e così lei, con la voce curiosa di una ragazzina abbastanza grande da avere già capito tutto, lo interpella: “Nonno, è roba tua o degli altri due, quella?”; e lui non le risponde perché è già a terra in preda all’ennesimo attacco di convulsioni, con la testa implosa dalle paranoie. Poi ripiegano sul cinema e in programmazione c’è il film omonimo con protagonista uno sprecato Tom Hardy, basato sull’ universo Marvel. Ed ecco che viene richiamata un’ambulanza. Io ormai Cronos me lo immagino così, coi paraocchi tipo gli stanchi cavalli che trascinano carrozze piene di beoni per le città turistiche, per evitare che qualunque parola letta su un cartellone pubblicitario, possa indirettamente suggerirgli che un chitarrista di Calm Before The Storm abbia in qualche modo sfidato i deliri post-SIAE dei Rhapsody e formato un nuovo gruppo che si chiama quasi come i suoi Venom. 

Musicalmente, poi, i Venom Inc. mi avevano incuriosito di più: era come se il fallimentare tentativo di ammodernare la musica contenuta in Resurrection, che non era neanche un brutto disco, ma per buona parte della sua durata eccome, se annoiava, fosse stato riazzerato e messo a punto. Avè è proprio un album carino, di cui non ricordo fondamentalmente già un cazzo tranne un singolo che pareva ammiccare sia ai Rammstein sia ai locali per scambisti sadomaso, ma che comunque è riuscito a lasciare in me più ricordi positivi di quanto Cronos fosse stato in grado di fare dal telefonato Metal Black in poi.

Veniamo al sodo. I Venom di oggi non tentano di suonare old school: lo fanno, punto. Il loro limite principale è il fatto che Cronos non riesce a cestinare neanche la più brutta delle canzoni, il che renderà ogni tracklist un tortuoso tragitto verso lo skip di metà delle sue tracce. Era il problema principale di From The Very Depths (titolo escluso), che metteva le sue tre canzoni migliori a metà della scaletta, e la cosa si ripete in Storm The Gates, dove sono tutte quante situate in fondo. E con in fondo, intendo fra la decima e la tredicesima, il che implica che per arrivarci dovrete prima sorbirvi le altre nove senza esclusione di colpi. C’è qualcosa di carino pure prima, ma a saltare all’occhio è più che altro la produzione: tecnicamente è inaccettabile se la si contestualizza in un quasi 2019, ma riesce a trasmettere quella sensazione di trovarsi in un locale pieno di fumo e gente stracotta, e la batteria è più live di quanto immaginereste un drum kit malamente fissato su un minuscolo palco a cinque metri di distanza, con la cassa riempita di ogni genere di coperta o tessuto rimediati in qualche sudicia mansarda. Pure la chitarra rasenta la perfezione per atteggiamento e portata di riff di buona fattura, anzi direi che Stuart Dixon (in arte Rage, precedentemente La Rage, prossimamente Das Rage o Get Dat Rage) è sempre più a suo agio in questa formazione. E poi c’è il campionario, che va dalle tipiche sfuriate punk alternate a passaggi che ricordano i Discharge più metallici, passando per rarefatte melodie maideniane come ne incontrerete nella title-track che chiude il lotto; e non mancano all’appello i pezzi più rockeggianti e scanzonati, come quella Notorious che non avrà l’irruenza di una Skool Daze, ma fa ugualmente sul serio.

A riuscire peggio di ogni altra cosa a Cronos, è il mero tentativo di atteggiarsi come il nonno che gira intorno a un gruppo di ragazzini che si rilassano fumando canne ai giardinetti, intonando che se vestono occhiali war metal è tutto quanto merito suo. Per questo e per altri motivi, The Mighty Have Fallen finirà per rompere i coglioni molto presto coi suoi blast-beat spezzati alla Sarcofago, e Over My Dead Body funzionerà solo fino alla comparsa delle sue prevedibili accelerazioni. I Venom non hanno capito che il loro Cast In Stone, ed in generale il modello costituito da canzoni come The Evil One, sono ciò su cui avrebbero dovuto lavorare in futuro. Accade di udire certi suoi echi in Immortal, e forse anche in un altro paio di brani, ma indubbiamente le energiche Suffering Dictates e We The Loud, autentico tributo ai Motorhead, rappresentano i migliori episodi di questo Storm The Gates; e le troviamo in rapida successione esattamente come Long Haired Punks e Stigmata Satanas venivano riprodotte una in fila all’altra nel precedente e discontinuo disco. Storm The Gates è un po’ superiore ad esso, per lunghi tratti rasenta il concetto di noioso, ma comunque risulterà piacevole quanto una gozzata di quel Glen Grant 5 offerto o meglio scroccato dalla nonna, perché i primi amori non si dimenticano neanche quando sono passati vent’anni dal loro ultimo disco di spessore. Il quale seguiva, ci tengo a precisarlo, un decennio piuttosto altalenante e burrascoso. Prima o poi, però, un pezzo su Prime Evil lo faccio, perchè è un album davvero bellissimo. (Marco Belardi)

3 commenti leave one →
  1. weareblind permalink
    3 gennaio 2019 13:34

    Io lo trovo più piatto del precedente. Non credo lo ascolterò più.

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  2. clacla permalink
    3 gennaio 2019 16:42

    vero the evil one doveva essere il loro nuovo punto di partenza

    Piace a 1 persona

  3. 19 gennaio 2019 11:06

    ma venom inc sta per quel che penso io ? comunque seriamente chissà se vale la pena ascoltarlo, il metal è più pieno di nonni spaccaculi che altro

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