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Avere vent’anni: MALEVOLENT CREATION – The Fine Art Of Murder

27 ottobre 2018

La fine del periodo “con le palle” dei Malevolent Creation. Sono una band che adoro, li ho supportati e seguiti finché è stato eticamente possibile, dopodiché non ce l’ho più fatta. Diciamo che – in linea di massima – fino a The Will To Kill siamo andati molto d’accordo. Però vedete, a partire da Envenomed erano già diventati un gruppo che si accontenta di ripetere con coerenza i propri concetti di death metal slayeriano, allontanandosi di volta in volta dalle proprie origini, ma comunque a piccoli passi ed aggiungendo sempre un filo di pesantezza in più.

Sono sicuro che sulla bacheca del social network a cui siete iscritti condividerete ogni giorno annunci più o meno fittizi in cui qualcuno esorta ad adottare al più presto un gattino che altrimenti verrà fatto annientare dalla padrona, presso un qualunque veterinario ed entro la settimana. La padrona è naturalmente una ex gerarca nazista colta da innata passione per l’occultismo e per gli hamburger di lenticchie, e quindi non potrà mai e poi mai avere un briciolo sensibilità per quel micio. Ma i vostri contatti, o amici che dir si voglia, faranno la fila per assicurarsi le sue interminabili fusa. 

Lasciate perdere per un attimo quel cazzo di felino, che probabilmente non esiste o sta comunque meglio di me e voi messi insieme, e pensate a quanto i metallari siano generalmente insensibili con The Fine Art Of Murder dei Malevolent Creation. Che è un mezzo capolavoro. Solo che nessuno lo nomina mai, perché nella fase centrale della loro discografia si perde con gli Eternal e gli In Cold Blood del caso, ma probabilmente era più bello di entrambi; e nella lista dei migliori album della band non prova nemmeno a fare a pugni col debutto o con Retribution. Passi il primo, che è appurato sia un classico immortale del genere, ma col secondo probabilmente se la giocava e perdeva ai punti solo per colpa di quella scaletta lunghissima. Ed a causa dell’inizio da power ballad del Male di Day Of Lamentation, che onestamente non si poteva sentire neanche ai minimi volumi. Il disco è molto bello, in un certo senso rompe con la voglia di cambiare dei due predecessori, che ci tengo a precisare mi sono sempre piaciuti molto, ma rimette anche il sound sul binario delle origini. L’attacco pare una Premature Burial 2.0, ed a seguirla c’è Manic Demise che è anche una delle più belle canzoni mai scritte dalla band di Buffalo. Non c’è la batteria fracassona di Eternal ma Dave Culross – rientrante dopo la parentesi con l’ottimo Derek Roddy – si ritaglia ottimamente il suo spazio offrendo una prova  a dir poco clamorosa.

Il mio gatto vi odia, non adottatelo.

A differenziare The Fine Art Of Murder da ogni altro loro lavoro e in particolar modo dai primi tre – fra l’altro, quello attuale era infinitamente superiore al brutto Stillborn – fu l’attenzione maniacale per le mid-tempo: erano particolarmente riuscite, specie in episodi come Fracture, e certe sezioni avrebbero meritato la medesima cura anche in futuro. Ma sapete benissimo che niente andò in quel senso. Il merito fu anche del rientro in formazione di un veterano come Rob Barrett, il chitarrista di The BleedingVile nonchè membro storico dei Solstice. Io uno così lo vorrei sempre in formazione, perché è in grado di interpretare il death metal, a livello chitarristico, veramente come pochi al mondo. Lo conosce, ne conosce la provenienza, e non la trascura mai. Ma soprattutto era tornato Brett Hoffmann, che ve lo dico a fare: Phil Fasciana sarà pure l’anima della band ma dietro al microfono doveva esserci lui, punto. No one can destroy this malevolent creation, e appunto Kyle Simons mi avrebbe fatto passare un po’ la voglia.

Ecco come fu possibile, nel 1998, ascoltare un album death metal che, se vi avessero detto che era stato registrato cinque anni prima, ci sareste cascati senza pensarci troppo. Nonostante ciò, aveva i guizzi tipici di una band che si sta evolvendo ed una personalità tutta quanta sua. Ripeto, era anche lunghissimo e questo fu il suo unico grande difetto. Ma The Fine Art Of Murder è il mio terzo album preferito dei Malevolent Creation, subito dietro ai primissimi. (Marco Belardi)

 

2 commenti leave one →
  1. Fabio permalink
    27 ottobre 2018 14:57

    E quando mai avevan vinto il disco d’oro?

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  2. fredrik permalink
    27 ottobre 2018 16:47

    A parte il relativamente loffio stillborn, i MC hanno sempre dato al mondo lavori che oscillano tra il capolavoro (come questo) e il molto buono, anche nel periodo recente… Ma so di essere un loro fanboy. Per di più, metto pure envenomed tra i capolavori.

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