Il ritorno di ACID REIGN e RE-ANIMATOR

Ho parlato di thrash metal inglese qualche tempo fa, in occasione del ritorno degli Xentrix, e, riassumendo ai minimi termini, poteva andare meglio di così.

Ora che è uscito un EP a nome Re-Animator, che ammetto di essermi completamente perso per strada alcuni mesi fa, e che il disco degli Acid Reign ha finalmente visto la luce, direi che è giunto il momento di scrivere qualcosa riguardo tutta questa gentaglia d’un certo livello. In Inghilterra non c’erano soltanto gli Onslaught, ma non fraintendetemi: un album indecoroso come Laughing dei Re-Animator avrebbe visto la luce proprio perché non c’erano soltanto gli Onslaught.

Partiamo con l’attualità e quindi con gli Acid Reign. E chi cazzo sono, per chi si fosse posto la domanda?

In totale hanno messo a segno tre dischi, un EP e due full di cui il secondo – Obnoxious – è stato generalmente malinteso, compreso male o letteralmente trattato di merda. Il motivo è che avevano provato a suonare un qualcosa di differente in parallelo con la scena che andava mutando, Europa, States, dappertutto. Dopodiché un chitarrista ha preso la via dei Lawnmower Deth, storico gruppo Earache degli anni Novanta, e in tre, fra membri storici e dell’ultima formazione, si sono ritrovati a suonare con Lee Dorrian nei Cathedral dei primissimi lavori.

Il loro disco di inediti si intitola The Age Of Entitlement e ha una copertina carica di significati, ma non per questo esente dall’essere orribile. Si tratta di un’altra tradizione tipicamente inglese, però meno ghiotta rispetto al pudding o alla birra Bulldog: ripensate per un attimo a quella di Laughing, con le bocche che sorridevano e le loro gengive stilizzate come se fossero culi rovesciati o cazzi, oppure alla peggiore di tutte, quella di Moshkinstein degli stessi Acid Reign. Questa non va oltre, ma è un bel derby con l’ultimo dei Flotsam & Jetsam se si vuol restare in tema. L’album si inquadra un po’ male alla prima. Sul momento ho maledetto Howard Smith per non aver conservato lo stile retrò che era stato conferito ai precedenti singoli, usciti in solitaria e aventi un po’ il fascino d’una demo. Dopodiché ci ho rimuginato sopra, e nel farlo, The Age Of Entitlement aveva già iniziato a entrarmi in testa. Peccato per qualche ritornello un po’ da alternative rock facilone di inizio secolo, e peccato per l’atteggiamento da skater cinquantenni che vanno a stroncarsi tutte le ossa degli arti inferiori cadendo in un parchetto frequentato da bambini e mamme. Però The Age Of Entitlement non è affatto brutto, il ritornello di New Age Narcissist è uno dei suoi migliori momenti in coppia con la cover di Blood Makes Noise di Suzanne Vega, e con le bordate hardcore presenti su tutta Ripped Apart. Come suona il disco? Tralascia completamente Obnoxious e dunque niente passaggi ai limiti del techno-thrash, ed evolve lo stile di The Fear soprattutto in direzione degli Anthrax e di certe cose dei Death Angel più vivaci. L’hardcore rimane un po’ nell’angolo, o meglio ce lo suggerisce la voce inconfondibile di Howard, non sguaiata come quella di un John Connelly ma comunque efficacissima.

I Re-Animator invece pubblicano un qualcosa che potrebbe essere letto come l’evoluzione dei mid-tempo di That Was Then… This Is Now, con un suono più saturo e artificiale, quasi alla maniera dei Kreator di Outcast. Poche accelerazioni, quindi, fatta eccezione per Blood Soaked Vacation che è un bel treno in corsa, e tanta voglia di rigiocarsi le carte del groove thrash dei Novanta: sia esso coraggio o masochismo, questo lo sapranno meglio loro di me. A mancare all’interno dei quattro pezzi di One More War è probabilmente un poco di dinamismo, nonostante alcuni riff di scuola Prong risultino facilmente memorizzabili oltre che d’ottima fattura. Per fortuna le stronzate funky di Laughing e il timbro di Kev Ingleson in rotta con James Hetfield sono due aspetti del passato dei Re-Animator che non ritroviamo oggi. Ad ogni modo, questa band al tempo di Deny Reality e Condemned To Eternity era stata letteralmente fantastica, e tutta la sua evoluzione successiva – compreso questo EP di inediti, che ha la peculiarità di suonare in qualsiasi modo fuorché retrò – resta un qualcosa di inspiegabile ai più. Oggi a sentire il bisogno di riallacciarsi a certe sonorità sembrano più i musicisti stessi che il pubblico, come se volessero aggiustare i cocci di un discorso avviato male, e lasciato un po’ a metà.

Alla prossima puntata con gli Anihilated che scopiazzavano Tom Araya (esatto, Anihilated con una sola n), i Sabbat, il disco più elaborato degli Onslaught e qualche altra chicca direttamente dal passato remoto della Terra d’Albione. (Marco Belardi)

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