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FLOTSAM & JETSAM – The End Of Chaos

6 febbraio 2019

Se parli dei Flotsam & Jetsam non lo sai, ma sei generalmente schierato in una fazione. Credo siano due in tutto, e se quasi tutti ignorano la band di Phoenix il motivo è riconducibile alla seconda. I primi sostengono siano una delle band più sottovalutate del pianeta Terra, e gli do ragione unicamente per l’aspetto che vede in CuatroDrift due album tutt’altro che brutti. Sebbene non li riascolti praticamente mai, devo attribuire loro una certa qualità anche se è da lì che si capiva, e aggiungo che si capiva benissimo, che nel giro di pochissimi anni ne sarebbero fuoriusciti copiosi liquami tossici, ovvero quei suoni boombastici da groove-thrash pre-Duemila che hanno caratterizzato tutta la loro produzione discografica da High fino a Dreams Of Death (per intenderci quello con la copertina concepita da Travis Smith, ma sicuramente per i Nevermore). Quel loro periodo non mi piacque quasi per niente: se ne era andato via un fondamentale come Michael Gilbert e per un certo punto si tolse dal cazzo addirittura il loro leader Eric Knutson, e ciò spiega il motivo grazie al quale avrei optato ad occhi chiusi per la seconda fazione.

I Flotsam & Jetsam, per chi la pensa come il sottoscritto, non sono sopravvalutati e neanche l’esatto e temuto contrario, ma hanno vissuto più o meno tre carriere, ovvero quella durata fino a Drift (qualcuno mi dirà che era soltanto fino a When The Storm Comes Down), quella terminata con Dreams Of Death, e infine l’attuale. E se sono stati tenuti di poco conto, è perché nel corso delle prime due fasi – il tutto senza andare a ricercare strane motivazioni – c’è sempre stato chi faceva abbondantemente meglio di loro nei rispettivi ambiti. Anche se il solo sentir parlare di Doomsday For The Deceiver per la mera questione Jason Newsted, effettivamente, un po’ di rabbia addosso la mette, perché era parecchio bello così come lo sarebbe stato No Place For Disgrace. Non ci sono scusanti su due terzi del loro percorso, incluso il migliore, ma adesso è assolutamente possibile rendergli giustizia. Da The Cold in poi, che ha sancito di fatto la rinascita artistica del gruppo di Eric Knutson, ho ascoltato ogni loro produzione con molta attenzione (e il bello è che non sta assolutamente scherzando: signori e signore, the one and only Marco Belardi! ndbarg) e devo ammettere che il solo Ugly Noise continua a non tornarmi per come l’hanno voluto impostare. È la qualità media dei loro dischi ad essere aumentata in modo esponenziale rispetto a quella di molti soci o concorrenti, e se l’omonimo poteva assomigliare ad un’effettiva chiusura del cerchio, The End Of Chaos finisce per riconfermare il gruppo dell’Arizona nel migliore dei modi. Ma c’è una cosa a continuare ad essere parecchio sbagliata, ed è da lì che voglio partire così potrò dire di avere tolto il dente.

Si tratta della copertina:

Non ho mai capito le forze politiche quando utilizzano il termine “buonsenso“, ma è sicuramente questo il momento di utilizzare quella precisa parola. Nel corso degli anni, i Flotsam & Jetsam hanno ritratto sui loro album le seguenti cose:

1986 – Un mostro squamoso che si prende facilmente gioco del Diavolo, direi una sorta di risposta azzardata a un certo Bestial Devastation

1992 – Un elicottero militare inclinato alla cazzo di cane, con un effetto tipo vecchi occhialini 3D in vendita sul Postal Market

1999 – Un aggressivo cane molecolare, molestato da una formica gigantesca mentre, poco sotto, alcune milizie si difendono da altri insetti con l’ausilio di baionette

2001 – Un arabo decomposto in posizione eretta, su cui incombe a distanza il solito elicottero di prima. Quattro mesi più tardi dell’uscita di My God, ecco l’attentato alle Torri Gemelle e tutto quanto il resto

2005 – “Ciao Eric, sono Jeff Loomis. Ci è avanzata questa copertina per This Godless Endeavor che oggettivamente fa molto cacare, te la posso mettere un ventino. Ti giro il mio PayPal?”

2012 – Il pianoforte sfasciato a martellate dall’ex tastierista dei Cradle Of Filth, Les Smith, nell’indimenticabile video di From The Cradle To Enslave

Secondo un recente studio, passano circa sei o sette anni fra una copertina imbarazzante dei Flotsam & Jetsam e la successiva, ciclo che si è interrotto solo nel caso di quella di My God. Era dunque lecito aspettarsi una nuova catastrofe visiva, che infatti si è rivelata puntualissima. In The End Of Chaos ritorna il coso di Doomsday For The Deceiver e in sostanza gioca a fare il Cloverfield della situazione, evocando nuovi scenari poco piacevoli per la East Coast americana come se – diciotto anni fa – i loro artwork non avessero già combinato un sufficiente numero di guai. Inoltre, si nota come la sua colorazione non sia più ai limiti della fosforescenza come nell’anno di Master Of Puppets, e che la creatura ha pure perso – al contrario dell’expert lissage Eric Knutson – un botto di capelli.

Del disco ho veramente poca voglia di parlare perché lo dovete sentire, giudicare e spero apprezzare da soli. Non avranno fra i ranghi un Chuck Billy o uno di quegli elementi di assoluto spicco che hanno reso altre band quello che oggi sono, ovvero un pozzo di personalità, ma i Flotsam & Jetsam 3.0 mostrano pochissimi punti deboli in proprio sfavore. Dispongono di ottime chitarre, un gusto melodico invidiabile, ed un basso pazzesco che si concretizza nella figura di Michael Spencer dei Sentinel Beast di Depths Of Death. Eric Knutson oserei dire che è all’apice o in un punto molto simile: imposta le sue parti perché queste ti entrino in testa all’istante, e i pezzi di The End Of Chaos hanno un potenziale live pazzesco proprio grazie al valore aggiunto conferitogli dalle linee vocali.

Odio le track-by-track da quando ero ragazzino, e mi limiterò a dirvi che qua dentro c’è un po’ di tutto, dall’episodio volutamente maideniano senza sconfinare ai limiti della cover come era avvenuto in occasione del disco precedente – l’ottimo nonché omonimo Flotsam & Jetsam, contenente appunto la canzone omonima, Iron Maiden – e il senso di citazionismo generale è sicuramente più basso che in esso. Dell’album di un paio di annetti fa recupererei piuttosto i suoni, più asciutti e funzionali rispetto a quelli odierni. Tornando ai brani, The End Of Chaos passa senza timidezza da quella col ritornello atmosferico anni Novanta (Architects Of Hate), ai pugni in faccia a ripetizione (ControlThe End), così come per le rocce taglienti e corrispondenti al nome di Prepare For Chaos. Ce ne è pure una che mi ha ricordato l’heavy metal incalzante e pomposo degli ultimi White Wizzard, e si chiama Recover. Mi fermo qui, e aggiungo che l’unica che non mi è proprio piaciuta è Good Or Bad, che li fa sembrare una sorta di System Of A Down sotto molti meno acidi, mescolati in malo modo ad improbabili chitarre alla Annihilator. Insomma, tutto quello che non vorreste ascoltare, concentrato in pochissimi minuti di musica.

Questo album è semplicemente meraviglioso e in un 2018 prolifico come esso si è rivelato, lo avrei senza alcun dubbio infilato fra i primi cinque di fine annata. Stesse sensazioni di ibrido fra speed metal e sonorità retrò sia americane, sia inglesi, già provate con l’ultimo e ottimo Artillery, solo che i Flotsam & Jetsam hanno fatto ancora più sul serio, bissando – ma a mio avviso addirittura superando – la concretezza ottenuta con la scorsa release.

Come ultimissime due considerazioni, direi che al momento non ci sono molti gruppi dell’epoca capaci di sfornare un prodotto simile. Né i Testament, che dal momento del fatico ritorno mi sono piaciuti perlopiù in Dark Roots Of Earth; nè gli Exodus, che con Tempo Of The Damned reputo avessero pubblicato un autentico capolavoro, per poi assestarsi su livelli medio-buoni. Piuttosto gli Overkill di The Electric Age, da cui attendo con smania il nuovo album previsto per le prossime settimane, e comunque si parla di una concorrenza storica tutt’altro che nutrita (quindi niente Vektor o Power Trip, sto parlando di gente appartenente a un’altra generazione): ci sono arrivati tardi, ma i Flotsam & Jetsam di oggi, e di oggi soltanto, sono realmente fra i migliori nel proprio genere di appartenenza, finalmente capaci – a distanza di tre decenni dal rigoglioso periodo d’esordio, vissuto da seconde linee di lusso – di realizzare uno di quei prodotti che con buona probabilità non solo apprezzerai, ma rimetterai su a una certa distanza di tempo. E ora, cari thrasher d’oltreoceano, non azzardatevi a disegnare niente per almeno cinque o sei anni: uno sfondo nero con una scritta bianca saranno più che sufficienti. (Marco Belardi)

 

 

7 commenti leave one →
  1. sergente kabukiman permalink
    6 febbraio 2019 09:18

    Ma quello in copertina è zuul, il cane demoniaco di ghostbusters!

    Piace a 1 persona

    • Marco Belardi permalink
      6 febbraio 2019 09:21

      A prescindere da chi o cosa, oggi che il merchandising è parte importante degli incassi di un gruppo, te li immagini questi qua che stampano 5.000 magliette con la copertina di quest’album? 😂😂😂😂

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  2. 6 febbraio 2019 12:38

    Tutto condivisibile, e infatti non vedo l’ora di vederli a Bologna con gli Overkill. Unica cosa, i F&J non sono di Phoenix?

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    • Marco Belardi permalink
      6 febbraio 2019 13:09

      sì ho fatto confusione io in geografia, fra l’altro avevo scritto proprio un pezzo sull’arizona tempo fa, includendo loro e i sacred reich… è che sto scrivendo troppa roba sugli Overkill ultimamente (ventennale di necroshine, nuovo album, e un pezzo su Falck e il primo impatto senza di lui, quindi I hear black)… quindi tutto mi suona come se fosse nella east coast in questi giorni :D

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      • 6 febbraio 2019 13:24

        Nessun problema. Ero in dubbio di essermi perso qualcosa, tipo il trasferimento del gruppo sulla Costa Est (e pensi che ambiente ne può venir fuori!). 🙂

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  3. Fanta permalink
    6 febbraio 2019 21:30

    Grazie per la bella recensione. Faccio parte della prima fazione cui fai riferimento. Bada bene: me ne fotto del fanboysmo da brufoli e seghe strappafiletto. Sono troppo vecchio per certe stronzate. Piuttosto, trovo ci sia gente in giro moooolto più con il culo sia in faccia che accanto al proprio destino di sopravvalutati. Gente che con un singolo disco d’esordio piazzato bene e al momento giusto ha campato di rendita per una vita. O al limite ha perlomeno usufruito di un riconoscimento postumo. In tal senso, per stare in ambito thrash/speed penso agli Agent Steel, ai Coroner, ai Death Angel (che attualmente spaccano ancora il culo di brutto). Poco cagati durante gli anni di attività, oggi di contro giustamente rivalutati. Pure gli Exhorder, per dire. Perfino i Nuclear Assault (tra l’altro, quanto cazzo è bello e malato un disco come Survive?). Realm, Exumer, Pariah, Razor…si potrebbe continuare a lungo. Pure in ambito death metal svedese, sono riusciti ad accorgersi della grandezza di band come God Macabre e Gorement. I Flotsam & Jetsam no, non ci sono cazzi. Sò quelli de Jason Newsted. E hanno fatto almeno cinque dischi, ripeto almeno cinque dischi con i contro-cazzi. E hanno, come giustamente dici, il miglior cantante di genere della storia.
    E intanto i Pearl jam ancora potrebbero campare solo per i diritti d’autore su Ten. Che per carità, eh, capolavoro. Ma poi? No dico, MA POI??

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  4. 6 febbraio 2019 22:19

    Ah, dimenticavo: alla batteria c’è Ken Mary, che ritorna a incidere dopo lungo tempo; fa piacere, oltre che specie, sentirlo così a suo agio con sonorità del genere.

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