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La soluzione in casa: ARTILLERY – The Face Of Fear

10 dicembre 2018

 

Gli Artillery hanno un serio problema, anzi più di uno. Ed hanno pure la soluzione in casa: il concetto è che adesso devono anche accorgersene.

Io ci provo tutte le volte, e cerco di essere un minimo sintetico ma finisco sempre per sfiorare il concetto di biografia: non lo faccio per cattiveria, ma per dare una spiegazione di come si sia arrivati a ciò che ascoltiamo oggi. Vorrei scrivere che in molti si sono lamentati del “nuovo corso” orientato all’heavy metal degli Artillery, tuttavia non posso farlo per due motivi. Il primo è che non possono essere in molti, dato che oggigiorno gli Artillery li ascolteranno in cinquanta, parentela inclusa. Mi meraviglio siano su Metal Blade al pari dei Behemoth, non per proprio demerito ma perché davvero è un gruppo che campa di rendita sul titolo di By Inheritance, pur avendo pubblicato altre cose di ottima fattura. Il secondo motivo è che il chiacchierato “nuovo corso” degli Artillery esiste già dai tempi di By Inheritance, che non era più uno speed metal rozzo e campagnolo come quello delle prime pubblicazioni, ma si tuffava a capo fitto nel thrash più articolato, abbondava negli arrangiamenti e finiva per strizzare l’occhio all’heavy metal senza vergognarsene troppo. Gli Artillery di oggi semplicemente accentuano quanto presente nel loro disco più famoso, ma nonostante tutti e cinquanta i fan li citino per By Inheritance, sembra che il cambiamento risalga ai lavori più recenti e moderni, oppure al discreto Penalty By Perception di un paio di anni fa. No. La band dei fratelli Stutzer si era rimessa a giocare duro specialmente in occasione della prima reunion, che a dirla tutta non mi aveva proprio convinto, ma è dal 1990 che gira intorno a ciò che troviamo in The Face Of Fear, e ora casomai è il momento di ammetterlo un po’ tutti.

Fear Of Tomorrow e l’ottimo Terror Squad avrebbero potuto essere i dischi preferiti di Mario Vanni quanto a semplicità ed ignoranza, ma il postino di San Casciano non ne fu mai al corrente. The Face Of Fear è il completamento di un riassetto che un paio di lavori trascurabili avevano reso totalmente necessario, se non doveroso, e che già Penalty By Perception faceva intuire come imminente. Il problema è che gli Artillery, così facendo, suoneranno come un’evoluzione heavy metal oriented del solo By Inheritance. Il vantaggio è che, una volta (ri)perso per strada Flemming Ronsdorf, è inutile pensare di suonare uno speed’n’thrash minimale e rozzo, poiché non funzionerebbe. Questo soprattutto alla luce del fatto che il cantante attuale – Michael B. Dahl – proviene da tutt’altra scuola: immaginatevi una matrice totalmente anni Ottanta, a cavallo fra power metal americano e N.W.O.B.H.M. Il bello è che il nostro Michael è pure bravino, e sarebbe scorretto imputargli colpe di qualsiasi natura, dato che sta solamente portando gli Artillery a suonare ciò che al momento gli riesce meglio.

Ora mettete su il disco e, tolta l’opener che è di buona fattura, oltre che sorretta da una epicità di fondo la quale si sposa benissimo col timbro del frontman, fate caso con la massima attenzione ai successivi pezzi. The Face Of Fear in quel senso parte malissimo, anche senza mai proporre una canzone che sia realmente brutta: Crossroads To ConspiracySworn Utopia sono i classici episodi thrash metal standardizzati, oltre a guardare leggermente ai Testament degli ultimissimi Ottanta, e lasciando perciò un po’ di personalità per la strada. Non ho niente contro quello stile, in fin dei conti in thrash metal è il mio genere preferito anche se ne preferisco le frange più votate all’aggressività. Il punto è che, tolta New Rage che è dal canto suo una mid-tempo piuttosto carina, subito dopo inizia un altro album. Anzi, inizia l’album.

La struttura di una tracklist è importantissima, lo ripeterò all’infinito. Ti presenta il prodotto, ne determina lo scorrimento, e preserva lo sfracellarsi del contenuto della tonaca albuginea. Quindi, se tu mi fai intendere che hai un colpo in canna da sparare subito, dopodiché farai senza alcun ritegno il verso ai Testament per un quarto d’ora abbondante, io capirò sul serio che Michael B. Dahl sta realmente lì per un non precisato motivo, e inizierò a piangere che “con il primo Flemming Ronsdorf era davvero un’altra cosa”. No, è The Face Of Fear ad essere un’altra cosa ma in senso positivo, quindi non facciamo giochetti del cazzo e chiariamo subito l’andazzo, anziché farlo intorno alla traccia numero cinque. Through The Ages Of Atrocity consiste in un bell’heavy/rock, meno sleazy di certe cose passate dei White Wizzard, magari un po’ più di classe al netto di un comparto tecnico che è in questo caso più ordinario.

Con Thirst For The Worst esce fuori un’epicità a metà fra certe cose americane, e gli Iron Maiden di Powerslave: ci sono le melodie orientaleggianti che solitamente detesto, funzionano alla perfezione e sfociano in un climax rappresentato da una sezione solistica da applausi. C’erano – sebbene a piccolissime dosi – anche nel 1990, a dirla tutta. Tutto questo accompagnato da un Michael B. Dahl che sembra finalmente a suo agio, e che rende al cento per cento, valorizzando i brani anziché adattarsi ad essi. Ma è il pezzo successivo la portata migliore del disco, si intitola Pain ed è una delle canzoni dell’anno: credo di avere ascoltato The Face Of Fear per una decina di passaggi completi, e la sua settima traccia almeno il triplo delle volte. Temevo fosse la classica power ballad thrash, di quelle che ogni volta che ci si azzardavano gli Overkill avevo un po’ il terrore del risultato, ma qualche volta riusciva pure a loro. No, è heavy metal puro, con un ritornello che vi si pianta in testa e non ne esce più, oltre a sembrare trasportato qua dal 1985 o giù di lì. Dopodiché il cerchio si chiude, con una delle strumentali più inutili di tutti i tempi, e con Preaching To The Converted che altro non è che un discreto pezzo power/thrash in odore dei Novanta di mezzo.

Flemming Ronsdorf rappresenta il passato, Michael Bastdolm Dahl il presente. Fra il suonare un qualcosa che farà apparire gli Artillery posticci e forzati come in Legions, e il mettere le cose in chiaro realizzando ottimi album come The Face Of Fear, sinceramente preferisco che i thrasher danesi continuino ad evolvere il proprio suono, al patto di non comprometterlo. Per quello che mi riguarda, abbiamo il miglior disco post-By Inheritance anche se ho un buon ricordo pure di When Death Comes, in cui cantava Soren Nico Adamsen dei Crystal Tears, ed in cui interpretarono per l’ultima volta il thrash metal come esso merita di essere interpretato. Ma questa è storia, ed ora sotto con The Face Of Fear, perché ne vale davvero la pena e perché, in fin dei conti, quello che suonano qua dentro già lo accennarono ai tempi del loro album più celebrato. (Marco Belardi)

2 commenti leave one →
  1. guido79 permalink
    10 dicembre 2018 20:07

    visti due settimane fa qui in danimarca dove vivo. C’erano più di 50 fan, ma non più di 200 – massimo rispetto per chi comunque ci crede tantissimo. il bassista di giorno fa il direttore commerciale in una ditta di logistica, di sera si trasforma in bassista heavy metal e distribuisce CD.
    E sul profilo Linkedin scrive appunto
    – direttore commerciale
    – bassista artillery
    molto più metal di quanto hetfield & co possano aspirare ad essere, oggi.

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  2. Deathrider permalink
    10 dicembre 2018 22:03

    Per quanto mi riguarda, morti e sepolti con B.A.C.K, peraltro discreto album. Il nuovo corso per un motivo o per l’ altro non sono mai riuscito a mandarlo giù.

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