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Arizona: terra di deserti, canyon ma soprattutto thrash metal

16 maggio 2018

Flotsam & Jetsam

Che si parlasse di Oakland, Palo Alto o Berkeley, dalla cosiddetta Bay Area californiana situata a sud di Santa Rosa usciva tanto thrash metal da domandarsi il perché. C’era veramente l’imbarazzo della scelta, e che tu lo suonassi in maniera più conservatrice e tipica dello speed anni ’80, come gli Heathen in Breaking The Silence (quello della bellissima Death By Hanging, per intenderci) o portando una sana ventata di aria fresca come i Death Angel, originari di Concord, era come se facessi parte di una grande famiglia, che naturalmente aveva delle gerarchie e dei nomi trainanti e capaci di farne le fortune. Naturalmente non tutto il thrash metal americano, né nello specifico quello della West Coast, nasceva lì.

Oggi parleremo di un paio di gruppi la cui provenienza geografica è collegabile all’immediato entroterra di quel lato degli Stati Uniti d’America, non il Nevada, bensì – subito a sud – l’Arizona. Tirando in ballo il nome di queste due band si finisce sempre a ragionare dei soliti luoghi comuni, un po’ come quando dici Firenze e la gente risponde “bistecca” oppure “Pacciani”. Il denominatore comune, oltre allo stato di provenienza, erano Phil Rind – che suonò con entrambi – e la città di Phoenix. Non intendo affermare che nascendo in California queste due formazioni avrebbero avuto l’opportunità di spaccare il culo ai Testament, o di finire per portarsi gli Exodus come gruppo spalla in qualche tour, per non scomodare ovviamente i nomi ancor più importanti; ma di certo Flotsam & Jetsam e Sacred Reich non hanno ottenuto la meritata considerazione nel corso degli anni di militanza sulle scene. 

Jason Newsted

A fregare i primi è il nome di Jason Newsted, che suonò sul loro rinomato debutto Doomsday For The Deceiver – che conoscono tutti perché ci ha suonato l’ex bassista dei Metallica, ma che poi hanno ascoltato in quindici. In realtà il gruppo esisteva dai primissimi Ottanta e riuscì a debuttare con l’attuale nome solo nel 1986, un anno che per il genere intero significò la possibilità di concretizzare un’esplosione definitiva. Poi non si fermarono più, neanche quando produssero album che avrebbero potuto consistere in un autentico campanello d’allarme come Cuatro o il seguente Drift. Il loro problema fu quello di calarsi in una realtà come quella degli anni Novanta, in cui sopravvivevi solo facendo abilmente leva su di una figura carismatica e imponente come il Bobby Ellsworth di W.F.O. e affini, oppure il Dave Mustaine di Youthanasia e del controverso Cryptic Writings. Così, se i Flotsam & Jetsam sono rimasti a galla e figurano ad oggi attivissimi sul mercato delle pubblicazioni, lo devono ad un continuo saliscendi fra album ritmati e col basso perennemente in vetrina, ed altri dal flavour sorprendentemente retrò, come Ugly Noise (quello prodotto praticamente dal macellaio dietro l’angolo). A tenerli su non è stato tanto un discorso di qualità – poiché Ugly Noise era davvero bruttino – ma di saper variare costantemente sul tema. In questa efficace maniera, Eric Knutson ha continuato a farsi i cazzi suoi senza mai guadagnare lo status di leader in una band effettivamente di punta, convivendo in eterno con il fantasma di Jason Newsted in qualità di figura associata, e sfornando non pochi album sottotono. Ma gli vogliamo bene lo stesso, e fino a When The Storm Comes Down furono pressoché inattaccabili, considerando che il loro terzo lavoro era già di poco inferiore a No Place For Disgrace, a sua volta di poco inferiore al debutto, del quale ricordo con immenso piacere pezzi come Flotzilla, Hammerhead e – giuro, la cito senza secondi fini – la mostruosa Metalshock.

Sacred Reich

Sui Sacred Reich di Phil Rind – che militò nell’altro gruppo per un brevissimo periodo – il discorso è invece diverso: nati in ritardo di qualche anno e giunti rapidamente al debutto, sprecarono tutte le migliori cartucce all’inizio per poi non capire più che cosa convenisse fare, e quindi sciogliersi. Una breve carriera la loro, conclusa da un album sottovalutato come Heal e inframezzata da lavori non proprio eclatanti. Ma andiamo con ordine. I Sacred Reich partirono forte, anzi fortissimo, quando nel 1987 il fulmine a ciel sereno contemporaneo di altre gemme come Pleasures Of The Flesh, o gli altri due debutti di quel tempo, The Legacy e The Ultra Violence, fece il botto a titolo Ignorance. Rispetto al thrash articolato e macchiato di precisi riferimenti inglesi, per non dire maideniani, dei primi Flotsam & Jetsam, i Sacred Reich puntarono tutto su altri fattori. Innanzitutto il batterista, Greg Hall, un nome fin troppo poco tributato per le sue capacità e che lasciò un segno indelebile sulle prime composizioni della band; poi la velocità, mai sterile, anzi capace di sviluppare un autentico assalto frontale in pezzi come Death Squad o Administrative Decisions. Come per i Devastation di Signs Of Life o Idolatry, si trattava di uno stile senza compromessi nonostante alcune concessioni, come quella di guardare allo speed metal degli anni passati nella celebrativa Sacred Reich, o di sviluppare trame più dinamiche tipiche ad esempio della meravigliosa titletrack. Surf Nicaragua di un anno dopo li vedeva ancora all’apice, soltanto meno aggressivi e prodotti secondo i canoni del periodo (chitarre prosciugate, batteria in netta evidenza e un approccio generale meno frontale nonostante il completo mantenimento dell’aspetto della velocità). Un gruppo che probabilmente toccava il punto più alto della sua maturazione con l’uscita di un EP.

Phil Rind

Poi i Sacred Reich hanno dato ogni cosa del loro collaudato sound in pasto ai maiali, che è risaputo siano ghiotti e che naturalmente non ne avrebbero lasciato neanche le briciole. Non che i successivi The American Way e Independent siano brutti: semplicemente la band aveva perso i suoi migliori connotati e solo nel primo dei due album riuscì a comporre ancora qualche pezzo degno di nota, come The Way It Is o I Don’t Know, insieme a Crimes Against Humanity una delle rarissime concessioni alla velocità presenti in The American Way. Dopo il quale Greg Hall lasciò temporaneamente il testimone a Dave McClain, capace strumentista che ha sempre avuto la grossa sfortuna di succedere a qualcuno che era enormemente più bravo di lui, come gli accadde nei Machine Head da poco orfani di un certo Chris Kontos – che incise le linee di batteria solo su Burn My Eyes, e che definirei uno dei miei batteristi metal preferiti in senso assoluto. Independent fu un vero e proprio punto di rottura per loro, e se da un lato conservava linee vocali pressoché immutate, la band, musicalmente parlando e giunta a quel punto, si presentò quasi del tutto irriconoscibile. Un sound corposo, paragonabile nelle chitarre agli Anthrax di metà decennio ma comunque più potente, e brani che riassumevano perfettamente perchè il thrash metal si trovasse in crisi. Anche nel loro caso, la mancanza di un elemento di spiccata personalità non ne favorì la sopravvivenza a lungo termine, e canzoni di livello medio-alto come Just Like That non sarebbero bastate, da sole, a valorizzare un album in cui non vi erano sufficienti cambi di tempo, un’adeguata cattiveria di fondo, e in cui si giocava la carta della power ballad (I Never Said Goodbye) pur di conferirgli una qualche tipologia di variante sul tema. Heal chiuse meglio che poteva, ma senza sbalordire, la carriera dei Sacred Reich, e sebbene in molti lo detestino fu la prova del fatto che i Sacred Reich si fossero accorti – troppo tardi – di essere finiti fuori rotta. I suoni compressi, il cantato troppo sulla scia del Phil Anselmo degli stessi anni ed altri fattori, mandarono ugualmente tutto quanto in alto mare e fecero affondare la nave.

Flotsam & Jetsam e Sacred Reich, due discografie da recuperare scegliendo accuratamente i titoli giusti e tenendosi alla larga da altro. In ogni caso, anche band meritevoli di attenzione, nate nel momento giusto, ma che non si sono giocate le carte migliori come avrebbero potuto e dovuto. (Marco Belardi)

4 commenti leave one →
  1. Mirko permalink
    16 maggio 2018 12:49

    “Hammerhead” è una delle canzoni più metal che abbia mai sentito, nota di merito per la stupenda copertina di “Doomsday…”.

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  2. vito permalink
    16 maggio 2018 15:57

    sono tra i 15 di doomsday e qualcosa in piu’ per i sacred reich dei quali posseggo un dvd live vecchissimo con dei contenuti extra piu’ interessanti del pur valido concerto ! (ah ! nostalgia canaglia che ti prende proprio quando non vuoi ).

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  3. 16 maggio 2018 16:34

    E gli Atrophy?

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    • Marco Belardi permalink
      16 maggio 2018 16:44

      Socialized hate e Violent by nature, eccetto le copertine con quelle figure terribili mi piacevano (di più il secondo, suonava benissimo, bello quadrato senza eccedere in tecnica). Li trovai a una fiera a Pisa mi pare… piano piano li infilerò da qualche parte

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