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Gregari a vita: XENTRIX – Bury the Pain

12 giugno 2019

Penso agli Xentrix ed escono fuori gli Onslaught. Il motivo è che i due punti cardine del thrash metal inglese fecero due cose distinte, ma una sola era quella giusta.

Il gruppo di Sy Keeler e Nige Rockett ti lasciava la scelta: potevi preferirli primordiali come in Power from Hell oppure nella forma definita del bellissimo In Search of Sanity. Si trattava comunque della scelta giusta, li prendevi in un modo o nell’altro per una questione di scuola di pensiero. Loro si erano evoluti e continuavano a sfornare album personali, sentiti e di indubbia qualità. Smisero perché non se li inculava più nessuno, questa era la legge del 1991: o ti adeguavi o rimanevi fuori dai giochi. Niente più pacche sulla spalla, né tantomeno contratti presso case discografiche per le quali valesse la pena firmare. Eri un rifiuto pronto per andare a giocare a calcetto dopo cena con il fantasma dei Dokken.

Con gli Xentrix la scelta diventava obbligata: avevano una discografia equamente suddivisa tra un paio d’album di un buon valore ed altrettanti piacevoli quanto una bottiglietta di Gatorade riempita col piscio e lasciata in bella vista sul muretto che costeggia un sentiero dove alle diciannove andranno tutti a correre. Per intenderci, arrivai molto assetato di Xentrix quando comprai Kin. Il problema degli Xentrix era che suonavano stilisticamente perfetti, senza però disporre di una figura carismatica com’era ad esempio Sy Keeler degli Onslaught, e senza quei pezzi che faranno davvero svoltare un disco. Shattered Existence era bello, For Whose Advantage? pure, ma ne ricordo usi e costumi e non un singolo ritornello. Gli Xentrix erano tra i più impeccabili scolari dello stile Bay Area, la stessa corrente che alla fine li avrebbe ridotti in pezzi una volta superato il 1991. Così, se nel frattempo vi siete dimenticati di Kin oppure del trascurabile Scourge che ne sancì di fatto la scomparsa, vi rammento che è nuovamente (fatta eccezione per la gradevole parentesi a nome Hellfighter) il tempo di parlarne.

Pur essendo molto affezionato al secondo capitolo, a voler essere obiettivo consiglierei un po’ a chiunque di partire da Shattered Existence: è il disco degli Xentrix che – più di ogni altro – mostrava una parvenza di voler fare le cose in un certo modo. Successivamente avrebbero ridotto le parti veloci e mostrato una sintomatologia da heavy metal ritmato in overdose da Symphony Of Destruction, ed una serie di cazzate similari. C’è più farina del loro sacco in Shattered Existence che in ciò che faranno successivamente, ed è per questo che Bury The Pain sceglie in un certo senso di rifarsi ad esso, potendo così giostrare sulla velocità ed essere più vario e accattivante. Il guaio è che ricopia gli Exodus di Tempo Of The Damned in più riprese, come se gli Xentrix covassero – ancora una volta – uno sfrenato bisogno di individuare il capobranco di quel periodo per andargli dietro a testa bassa. Sentitevi Let the World Burn e ditemi se non c’è War is my Shepherd, sentitevi Deathless and Divine e spiegate a Gary Holt che è il momento di riprendere la cara Beretta calibro 22. Pure nel finale della title-track c’è War is my Shepherd, ma quante volte ve la siete sentita? L’altro problema di Bury the Pain è che ruota tutto attorno a una manciata di brani capaci di distinguersi: The Truth Lies Buried lo fa con le ritmiche, The One You Fear costruendo la canzone in maniera meno canonica e lineare del solito. Poi ci sono i bombardamenti e non mi dispiacciono neanche quelli, come nel caso di Evil By Design, il cui titolo sembra la pubblicità di una monovolume sportiva, e non ne ricordavo uno così infame dai tempi di IV: Hail Stan. Cioè dal mese scorso.

Infine il cantante. La capacità di Kristian Havard e Dennis Gasser, i due reduci del periodo storico, di scegliere voci dal tasso di personalità pari a zero è pressoché imbarazzante. Jay Walsh non è Chris Astley. Allo stesso tempo, Jay Walsh è Chris Astley, tranne che in Shattered Existence perché lì sopra offrì una prova che fece capitolo a sé. Ha la stessa impostazione vocale da gonzo che chiede una sigaretta a tutti al lago di pesca sportiva, che fu tipica del suo predecessore. Prendete come esempio gli Artillery: che piacciano o non piacciano, hanno ingaggiato Michael B. Dahl e non un clone di Flemming Ronsdorf. Il motivo è che la musica attuale degli Artillery, tipo il buonissimo The Face of Fear, necessita una figura del genere e non l’attuazione di una sorta di cover band delle vecchie uscite, in attesa del trentennale di By Inheritance per poterlo risuonare tutto quanto. Gli Xentrix, come vi ho spiegato sopra, sono dei buoni gregari, non ce la fanno a scegliere in maniera rischiosa con la possibilità che ne sopraggiungano dei benefici. L’hanno fatto a nome Hellfighter, dando la possibilità al Simon Gordon di Scourge di reinventarsi, e appunto, vedendolo reinventarsi. Jay Walsh invece non mi piace proprio, viene a noia al secondo ascolto ed al terzo già non lo sopporto. Ed è un peccato, perché, al netto della scarsa personalità, qua dentro c’è un comparto chitarristico ottimo, oltre che supportato da una produzione buonissima. Occasione sprecata a metà, magari ci rivediamo presto a patto che non vogliate fare come con gli Hellfighter. (Marco Belardi)

5 commenti leave one →
  1. 12 giugno 2019 11:13

    Il miglior gruppo thrash inglese sono INCONF°UTABILMENTE gli Acid Reign

    Piace a 1 persona

    • vito permalink
      13 giugno 2019 10:41

      Da fissato dei DRI ti ringrazio per la segnalazione non li conoscevo !

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  2. vito permalink
    12 giugno 2019 16:52

    Da tenere in playlist prima di subito!

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  3. weareblind permalink
    12 giugno 2019 21:22

    Io l’ho trovato ottimo.

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    • Fanta permalink
      13 giugno 2019 10:29

      È un buon disco a livello strumentale e ha bei suoni. Sono sostanzialmente d’accordo con Belardi. Il cantante però è veramente un dito ar culo col brecciolino. Fa il Chuck Billy della situazione senza possederne un briciolo di tecnica/carisma/convinzione.

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