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IV – HAIL STAN e l’indecifrabile musica dei PERIPHERY

12 maggio 2019

I cinque del Maryland sono uno di quei gruppi che non ascolto praticamente mai, non per principio ma piuttosto per ragioni squisitamente cautelari, e che ho sempre associato alla parola djent. Ricordo di avere sentito un paio di loro album, forse tre, e se dovessi riassumerne l’essenza direi che si tratta di un prog metal moderno di buona fattura, che dopo cinque minuti cronometrati si trasforma in una rottura di palle insostenibile. L’album appena uscito è naturalmente numerato come la stramaggioranza di quelli che lo precedono, e si intitola IV – Hail Stan. Si intitola proprio così. E in pratica si dipana esattamente come lo slasher movie Sleepaway Camp del 1983. Ve lo ricordate?

Io quel film l’avrò visto a dieci, massimo dodici anni in un campeggio, però al mare. All’epoca ero fissato con gli slasher e la mia temporanea propensione per la saga di Venerdì 13 su tutte quante le altre, seppur in maniera ingiustificata, rasentava la totalità: naturale che poi sia finito ad ascoltare i Monstrosity e prendere cagnolini col muso uguale al face-paint di Abbath. Voi dovete immaginarvi me, a quell’età, che in una pineta buia mi accingevo a guardare questo thriller/horror dal sapore – non retrogusto, sapore – di scopiazzatura. La cui protagonista, una ragazzina di nome Angela Baker, se ne stava lì emarginata in balia del bullo, della puttanella di turno e di una serie di altre figure, le quali – una ad una – avrebbero fatto fini orribili ma mai eccessivamente cruente, visivamente parlando. Il grado di orrore era paragonabile a quello del primo capitolo dedicato a Jason, o meglio alla sua tranquillissima e mai rancorosa mamma, ed il film non mi coinvolse più di tanto: e poi chi lo guarda arriva al grand finale (o grind, come la raccolta dei Nasum), in cui due dei superstiti ritrovano Angela acciambellata su di un ragazzo apparentemente privo di sensi. La chiamano ripetute volte, lei lascia cadere la testa della vittima, si alza in piedi e, oltre a svelarci di essere lei stessa l’assassino, ci rivela ben tre cose: la prima è un’espressione facciale che è divenuta nel tempo una tra le gif animate più famose al mondo, la seconda è che muggisce, la terza è che la timida Angela Baker ha nientemeno che il cazzo.

Andai a dormire in roulotte con la stessa sensazione atroce che mi provocano oggi i Periphery, quando, dopo il prog metal aggressivo e ben strutturato degli oltre quindici minuti dell’opener Reptile, questi mi mettono in fila due brani che sembrano scippati rispettivamente a Devin Townsend – il ritornello di Blood Eagle è eclatante in quel senso – ed agli Slipknot con un pizzico di post-hardcore dentro. E tuttavia non risultano neanche ripugnanti nel farlo, anzi, c’è del gran mestiere dietro. Dopodiché gli prende il ruzzo, come si dice a Firenze, e l’album vira di colpo dalle parti dei Bring Me The Horizon oppure dell’elettronica di certi Muse. IV – Hail Stan ti guarda dritto negli occhi e tira fuori il cazzo, con gli occhi dilatati ed un fiero muggito a fungere da soundtrack all’Orrore, proprio come fece la carissima Angelina Baker: lo slasherino prog moderno con tanta tecnica e poco sentimento, o palle, si prende gioco di te. Che poi, a proposito di Muse (ciao Messicano!) oggi stanno tutti sbroccando sul revival generale degli anni Ottanta a partire dai temuti risvoltini, e questa Crush sono convinto che ne farà saltare sulla poltrona diversi. Per il resto c’è una gran pulizia sonora, una produzione moderna ma piacevole ed un gruppo che suona semplicemente benissimo. Ma che casino di fondo.

Riassumendo il tutto, questi tizi qua vanno a dormire la notte sapendo di aver dato il là ad un sottogenere musicale piuttosto battuto e che sta lentamente generando orde di haters, i quali finiranno per incappucciarsi come il Ku Klux Klan, girando a cavallo per le strade con in mano armi rudimentali e torce incendiarie. Io ci sto provando a sopportarli, ma mi riesce soltanto a piccolissime dosi: la sensazione più fastidiosa me la danno i loro tentativi di risultare artificiosamente aggressivi, e di piazzare il classico singolo a tutti i costi dopo aver giocato all’Allegro Metallaro per mezz’ora abbondante. Fate piuttosto un buon prog metal moderno e d’atmosfera come i Tesseract, poiché vi riuscirebbe benissimo, e non rompete i coglioni. Oppure Angelina tornerà per prendervi, sì che tornerà, e  l’ombra del pendolo che vedrete dondolare non sarà quella di Edgar Allan Poe. (Marco Belardi)

4 commenti leave one →
  1. Andrew 'Old and Wise' permalink
    12 maggio 2019 12:22

    Per brevità, io li definirei semplicemente noiosi. Ma tanto. E i 5 minuti indicati dal Belardi sono davvero un limite invalicabile

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  2. blackwolf permalink
    13 maggio 2019 14:45

    Belardi però qui recensisci i Periphery, qualche tempo fa i Bring me sto cazzo e poi stai a dire che attitudinalmente/concettualmente, dillo come vuoi, fanno cagare a spruzzo… ma va?? Devi volerti più bene e smetterla di farti del male in questo modo.. Tanto in cuor tuo lo sapevi che non poteva andare in maniera diversa.. Meno autoflagellazione, che abbiamo a cuore la tua salute..

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    • Marco Belardi permalink
      13 maggio 2019 16:10

      Ho un day hospital fissato per il mese prossimo per accertare se posso affrontare anche slipknot o ho subito già troppi danni 😂😂😂😂

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