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TESSERACT – Sonder

14 maggio 2018

Ho scoperto per puro caso i Tesseract perché avevano pubblicato un album dal nome Altered State.

Fare una cosa del genere a uno come me, significa costringere una persona ad ascoltare qualunque cosa tu abbia inciso. Il nome della band mi puzzava di bruciato, ma, sebbene non mi aspettassi nulla di minimamente vicino ai Sepultura di Arise, in quel momento stabilii che ero troppo curioso di sentirmi che cosa ci fosse, in Altered State.

Dovete inoltre sapere una cosa: circa dieci anni fa ho attraversato una fase in cui mi ero in parte disinteressato delle nuove uscite in ambito metal, documentandomi giusto sul minimo indispensabile, il che mi costringe oggi a recuperare un sacco di roba per recensire alcuni dischi, e imprecare più del solito. A quei tempi, pur se ero perfettamente al corrente del fatto che i Mastodon se ne erano usciti con The Hunter, questa cosa del “salto temporale” mi permise di evitare il contatto diretto con cose come At The Edge Of Time dei Blind Guardian, che reputo morti da oltre quindici anni, e per i quali dunque navigare nell’ignoranza circa alcuni loro aspetti odierni sarebbe stato solamente un vantaggio. L’altro punto a favore dell’avere staccato il jack delle cuffie da molte nuove uscite in quegli anni fu il djent. Questo genere o sottogenere musicale, che di questi tempi troviamo infiltrato un po’ dappertutto (prog, sludge e molto altro ancora: in pratica sono stati davvero in pochi ad essersi salvati), da quel che ho capito è come se i Meshuggah avessero fatto i gigolò aggratis per qualche mesetto, rendendo così gravide un sacco di donne che, spinte da radicati principi antiabortisti, hanno poi partorito in massa ciò che non avrebbe mai dovuto vedere la luce. Non si trattava di un remake di Brood – La covata malefica di David Cronenberg, ma ad ogni modo quei bimbi crebbero, iniziarono a prendere gli strumenti in mano al posto degli smartphone, e la frittata fu fatta.

I Tesseract sono uno dei gruppi principali di quel movimento: non hanno la spocchia né la paraculaggine di voler suonare velatamente aggressivi che caratterizza i Periphery, anzi dimostrano di possedere una stoffa ed una personalità niente male. Ma mi fanno incazzare lo stesso. Una volta a contatto con Altered State ho capito quanto il loro sound vertesse in direzione di quel prog metal che – ad oggi – rappresenta una delle principali ancore di salvezza della scena metal intera. Ci sapevano fare, ed al microfono trovavamo un altro cantante, oggi non più in formazione anzi rimpiazzato dal già frontman dei Tesseract, al suo secondo passaggio da queste parti, Daniel Tompkins. Il primo forse più tecnico, il secondo più versatile, ma in linea di massima la loro fonte di inquietudine non è chi tiene in mano il microfono. Il problema è che suonare prog metal non significa niente, dato che l’etichetta viene tirata in ballo in occasione dei Ghost Ship Octavius (micidiali!) così come dei Leprous. E il limite dei Tesseract è che – sapendosi muovere con dimestichezza da veterani in un contesto vasto e arduo qual è l’approssimativo concetto del prog metal – gli inglesi vanno a comporre il proprio sound con elementi a volte troppo invadenti, se non addirittura disturbanti, come la stessa componente djent (ascolti un brano interessante, e ad un certo punto ecco che vieni preso a pugni sul costato dai consueti, fuori contesto e fumettistici DOING! a cinquantadue corde di cui non riuscirai più a liberarti). Inoltre faremo a cornate con una vena ambient che prende posizione quasi all’ interno di ogni canzone, talvolta in maniera forzata come a voler rimarcare quello è che un marchio di fabbrica da evidenziare ad ogni costo, e facendo suonare un po’ tutto come quelle musiche di sottofondo che ti mettono nelle SPA, tra una doccia emozionale e una tisana al cardamomo per il benessere intestinale e prima di essere rimandati a casa. Ma vaffanculo.

In compenso, signori e signore, non si superano i quaranta minuti di durata, il che rende una passeggiata qualche momento non proprio esaltante, ed una buona fetta semplicemente ordinaria di cui Sonder si compone. Immaginatevi una roba del genere assestata sui 75 minuti di durata – ovvero lo standard per gente sadica come Daniel Gildenlow – e non vedreste la fine del tunnel. Ottima scelta, ed il qui presente è un concept album.

Sono ancora giovani, e hanno davanti a sé tutto il tempo necessario a distanziarsi da quel filone per hipster che hanno deciso di alzare a manetta il volume in cuffia, dopo avere comunque preso appuntamento presso un otorinolaringoiatra in caso di danni permanenti all’apparato uditivo. Spero lo facciano a breve, perché quando – come in Juno – si limitano a suonare prog senza troppe sfaccettature inascoltabili, dimostrano senza troppi orpelli di saperci davvero fare. E lo dimostrano anche laddove riescono a concedere alla melodia di stare in primo piano, anziché venire sacrificata da tutti quei DOING! di merda, come nell’apripista Luminary col suo azzeccato climax finale. Se il precedente Polaris dimostrava in anticipo a Malina dei Leprous la volontà, da parte di gruppi di questo tipo, di fare le cose in grande, con Sonder troviamo una forma più riassuntiva e che abbraccia elementi provenienti perfino dalle prime composizioni dei Tesseract. Ora è il tempo di decidere definitivamente quale strada prendere, e di tagliare qualche ramo secco. (Marco Belardi)

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  1. El Baluba permalink
    14 maggio 2018 11:04

    ogni tanto provo ad ascoltare Altered State per puro sadismo personale, dato che ho amici che ci stanno pesantemente in fissa. Ogni volta mi dico, vabbè è solo questione di ascolti, poi trovi la chiave di ascolto, che ti spalanca davanti ad un mondo inaspettato, e onanismi di questo tipo. Purtroppo, niente, dopo dieci minuti di doing e accenti spostati, mi rompo veramente gli zebedei, e metto su qualcosa di stoner ignorante per riprendermi…

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