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Avere vent’anni: PAIN OF SALVATION – ENTROPIA

26 agosto 2017

Edoardo Giardina: Per quanto sia un ottimo album, probabilmente Entropia non è un disco fondamentale per il progressive metal. Alla fine, essendo uscito a genere già avviato da circa un decennio, è normale che non abbia potuto contribuire alla sua formazione quanto altri gruppi.

Non sarà un album fondamentale, ma Entropia, oltre ad essere un fantastico debutto, è anche, tutto sommato, un disco fondamentalista. Nel senso che mi ha sempre dato l’impressione di voler in un certo qual modo tornare alle origini del genere, alle sue fondamenta (giuro che ‘sta parola non la ripeterò più nel resto della recensione). In fin dei conti in maniera non dissimile dai fanatici religiosi che, in momenti di crisi esistenziale, hanno la stessa tendenza a ricercare la purezza dei primordi. Certo, forse nel ’97 è un po’ presto per parlare di “crisi” del progressive metal, ma, se ci pensate, in quello stesso anno a settembre uscì il primo momentaneo flop dei Dream Theater: Falling into Infinity. Continuando a tenere gli americani come metro di paragone in quanto gruppo più rappresentativo, si riprenderanno due anni dopo con Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory. Ma già a partire da Six Degrees of Inner Turbulence a me, personalmente, hanno cominciato ad annoiare: all’inizio solo leggermente, dopo Train of Thought in maniera inesorabile. Per carità, esecuzione perfetta, concept cervellotici, tutto quello che volete, ma è tutto così sterile…

Dove si inseriscono i Pain of Salvation in questo discorso? Entropia, forse inconsapevolmente, ha portato una ventata di freschezza e ci ha ricordato cosa significa suonare progressive metal. Non significa (solo) suonare un genere elitista e snob con influenze di musica classica ed una tecnica mostruosa – cose che comunque qua non mancano, perché vi sfido a tenere il tempo in Stress. Così almeno se qualcuno ti dice che non gli piace gli puoi rispondere che è perché non lo capisce e non è abbastanza bravo con uno strumento. Il prog è anche accostamenti di generi azzardati ma efficaci, in questo caso il funky di People Passing By e (in parte) Nightmist con la pesantezza del metal di (!) Foreword e To the End. E poi Daniel Gildenlöw alla voce a James LaBrie gli dà la Parigi-Dakar (che quest’anno si tiene in America latina, a me fa troppo ridere). Il tutto con uno stile estremamente originale e personale che gli infiniti cloni dei Dream Theater possono solo sognare.

L’unico difetto di Entropia sta probabilmente nei brevi intermezzi tra una traccia e l’altra, come, per esempio, Welcome to Entropia o Void of Her. La maggior parte non si incastra particolarmente bene tra le varie tracce e sembra essere utile solo ad allungare un po’ il brodo. E solo dopo aver scritto questa recensione per Avere vent’anni mi rendo conto che, FORSE, ho sostituito il fanboyismo che molti hanno verso i Dream Theater con un altro altrettanto intransigente verso i Pain of Salvation. Nel dubbio voi non toccatemeli e non contradditemi.

Marco Belardi: Per chi scrive, A Pleasant Shade Of Grey dei Fates Warning è il disco progressive metal più bello di tutti i tempi. All’epoca masticavo soltanto When Dream And Day Unite, Images And Words e forti dosi di Queensryche e ciò fece sì che, come per molti altri, il debutto dei Pain Of Salvation mi passasse davanti decisamente inosservato. Non era il genere che mi interessava di più, ma soprattutto l’etichetta (Inside Out, solita di Ayreon, Vanden Plas e un sacco di altra roba appetitosa) lo rilanciò in meritato stile solo in contemporanea al successivo e fortunato One Hour By The Concrete Lake. Ma quel lavoro incredibile dei Fates Warning, in quel periodo, mi fece perdere un bel po’ di tempo dalle parti del prog, ed ecco che conobbi il gruppo di Gildenlow.

Non c’è disco futuro dei Pain Of Salvation che mi piaccia quanto Entropia, tranne forse Scarsick -per coraggio ed intensità- dove hanno assunto una forma sonora del tutto diversa. Qua erano spontanei, conditi da un’aggressività di fondo che emergeva dal coro insieme ai suoni freschi, acerbi ma potenti, oltre che alla voce giovane e graffiante di Daniel Gildenlow; inoltre il parco canzoni presentava già alcune delle loro migliori di sempre (Winning A War, oppure l’accoppiata Stress/Revival). È il progressive metal a dominare Entropia, sebbene la voglia di spaziare non sia per niente nascosta (vedi il funky di People Passing By). L’unica cosa è che pretendere di piazzare lì ogni volta un concept album dalla durata sempre superiore all’ ora effettiva, di recente perfino doppio grazie alla pretenziosa accozzaglia settantiana dei Road Salt, risulterà uno dei principali limiti del gruppo. Assieme alla mancanza di una line-up duratura ed alle non sempre riuscite escursioni fuori dal prog metal, che hanno segnato la carriera della band soprattutto a partire dal sottovalutato Scarsick. Non sempre, a mio avviso, esistono i presupposti per comporre con successo seguendo i medesimi schemi, anche se dovesse trattarsi di alterare un marchio di fabbrica più che consolidato.

Il punto di forza di Entropia è il connubio energia/semplicità, per quanto possa essere considerato minimale un prodotto che dura 70 minuti, diviso in tre capitoli più prologo (meraviglioso) ed epilogo. One Hour By The Concrete Lake, apprezzato da molti, girerà un po’ troppo dalle parti della noia per poi consegnare Gildenlow e la sua creatura all’ Olimpo del Progressive Metal con i successivi, ed ultracelebri The Perfect Element e Remedy Lane (altro tassello che non ho mai amato fino in fondo). Se volete avvicinarvi ai Pain Of Salvation, il mio consiglio è di partire da qui.

5 commenti leave one →
  1. 26 agosto 2017 19:53

    devo dire che c’è sempre qualcosa, negli album più riusciti dei PoS, che non me li fa amare fino in fondo. Però se penso alla grandezza sublime di certe canzoni mi rendo conto che forse sto semplicemente pretendendo il meglio dai migliori, e non è giusto. Certo Remedy Lane è uno di quei lavori che ho quasi paura ad ascoltare, perchè contengono troppi links emotivi che a seguirli senza adeguata protezione ti ci spelli un po’ il cuore….Alla fine, il problema è che Gildenlow mette sempre troppa carne al fuoco….e ci vuole uno stomaco di ferro per digerirla tutta….da qui un senso di incompiutezza che probabilmente è solo incapacità di lasciarsi andare pienamente all’intensità che permea i lavori di cui sopra…compreso l’ultimo…..e onestamente, proprio i primi due – e i pleonastici Road Salt…- sono quelli che mi scuotono meno…..

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  2. 26 agosto 2017 19:56

    leggermente OT, mi compiaccio in questa sede di magnificare l’intensità quasi disturbante del brano eponimo dell’ultimo album, grande ritorno ai loro tempi migliori

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  3. Simone permalink
    26 agosto 2017 20:42

    Io non ho mai considerato Falling Into Infinity un mezzo disastro, in ogni caso come hai detto tu comunque meglio di tutto quello che è uscito da Train Of Thought in poi. I Queensryche non so perché non li ho mai considerati Progressive Metal. Entropia per un disco di debutto è un po’ troppo pesante, come tutti i loro album supera 70 minuti buoni.

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  4. 27 agosto 2017 00:52

    Tanta roba

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  5. MalaPurpleMoon permalink
    31 agosto 2017 10:27

    I Queensryche non sono prog metal se pensiamo ai Dream come elemento rappresentativo del genere .. ma se ci dimentichiamo degli impiegati dell’ufficio tecnico del prog con cantante AOR sguaiato che sono pian piano diventati … rage for order e Operatation mindcrime .. se non sono prog loro … i primi due album dei POS .. non li ho mai digeriti del tutto .. ma c’è un momento storico per capire ogni cosa .. (tutto ovviamente IMHO)

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