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AYREON – The Source

10 maggio 2017

Nel nuovo lavorone del prolifico autore olandese si riconoscono immediatamente tutti gli elementi che ne caratterizzano da sempre l’opera. Se lo si conosce bene, Lucassen, anche questa volta ti dà l’impressione di farti sentire a casa. Però, questa volta c’è il però. Diciamo che la struttura di The Source è quella classica, già abbondantemente delineata allortempo quando vi parlai del precedente capolavoro, nonché dei primi due album degli Ayreon, per cui non mi dilungherò su quei punti (concept, illustrazioni e tutto il resto) già abbondantemente analizzati. Passo, invece, col trattare questi però che non mi consentono, questa volta, di lasciarmi andare alla solita pletora di superlativi assoluti e ringraziamenti all’autore. Si confermano le collaborazioni di lusso: quelle di un James LaBrie o di un Russell Allen risultano sempre gradite, per esempio, come anche quelle dei vari virtuosi che impreziosiscono il tutto. Veniamo al punto: questa volta manca l’effetto wow. Tutto qui? Sembra banale ma, per quanto mi riguarda è proprio così. Manca, dunque, quel senso di complessità che rendeva già il precedente un qualcosa di concettualmente molto apprezzabile, un qualcosa di talmente arzigogolato e avviluppato sui suoi virtuosismi da rendertelo misterioso e shoccante. Manca, qui, quella meravigliosa complicazione che ti fa dire, appunto, chapeau!

Il perché, poi, abbia avuto questa chiara percezione di maggiore appiattimento (prendetela con le pinze questa definizione), è tutta da capire. Credo che il problema (anche qui, con le pinze) risieda anche nelle collaborazioni. Le distinguibilissime e stupende voci di Tobias Sammet e Hansi Kürsch sono molto presenti e caratterizzano fortemente l’album. Vi parlo di una sensazione, mica di una verità, ecco, il sentire una tale predominanza di queste voci, che siamo abituati ad apprezzare in contesti diversi da questo, miste alla tipica base musicale degli olandesi, non può che riportarmi la mente ad un certo power sinfonico un po’ vecchiotto. Forse anche l’uso degli archi più acchiappone del solito, come anche l’abuso delle voci femminili… Mi aspettavo, insomma, un’immersione nel progressive più spinto possibile e invece mi ritrovo ad ascoltare un doppio disco di buon power metal, con tutte le influenze prog e classiche del caso, ma senza quella pompa enfatica che mi faceva piacere il genere sopra ogni cosa da ragazzino. Sicuramente dietro tutto questo c’è una precisa volontà, che non nego sia apprezzabile, ma, ecco, a me lascia un po’ freddino. E’ anche vero che non si può alzare l’asticella all’infinito. (Charles)

One Comment leave one →
  1. SimonFenix permalink
    11 maggio 2017 20:29

    Io invece l’ho trovato migliore di The Theory Of Everything, anche se quello che porto nel cuore è The Final Experiment. Effettivamente è un po’ pesantino perché soprattutto nel primo pezzo ci sono praticamente tutti i cantanti.

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