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Mina, Sanremo, Sid Falck e altri traumi da Black Album

9 febbraio 2019
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L’inizio delle riprese dell’episodio pilota di Walker Texas Ranger, serie di successo dei Novanta

È inevitabile che l’album dei record causasse degli strascichi, nel bene così come nel male. Oltre cinquecento settimane in classifica Billboard, sedici milioni di copie vendute – c’è chi dice trenta, chi spara cifre ancora differenti facendo ricorso al supporto digitale – e un modo di suonare che pur scontentando una enorme fetta di fan dei Metallica, fece distinguere l’omonimo, e rinominato generalmente come Black Album, da tutto quanto il resto. Questo non è un articolo su di lui, ma riguarda un paio di chicche o magari oscenità uscite giusto un paio di anni più tardi, in piena epoca heavy rotation di Enter SandmanNothing Else Matters, in pieno tour mondiale, ed al primo taglio di capelli affrontato dalla band californiana: quello di Jason Newsted.

Il primo titolo è I Hear Black: ultimamente sembro l’addetto stampa degli Overkill, dato che oltre a parlar male di Necroshine su Avere vent’anni, a breve mi vedrò impegnato col loro nuovo disco in studio. Il successore di The Grinding Wheel, per intenderci. La cosa che non mi è mai andata giù di quel lavoro, è che non c’era più Sid Falck: è uno dei miei batteristi preferiti in quell’ambito e sostituì un membro fondatore come Rat Skates, che in seguito sarebbe finito a fare il regista di documentari sulla musica. Da come ho sempre interpretato l’intera faccenda, nell’anno del tour di Horrorscope gli Overkill si sono ritrovati privi di un batterista per le tanto temute divergenze stilistiche.

Se Carlo Verni e Bobby Ellsworth costituivano di fatto la band, e i due nuovi chitarristi un’ottima variante al tema precedente, offerto dal grandioso Bobby Gustafson, al contrario la figura di Sid Falck appariva molto più delicata di quanto si potesse pensare. Non mi è mai piaciuta la sua prestazione su Under The Influence, proveniva dai Battlezone di Paul Di Anno e probabilmente affrontava un delicato periodo di adattamento. Ma in The Years Of Decay e soprattutto Horrorscope, fu un’arma in più per gli Overkill. Chi di voi non ha ancora stampato in testa l’attacco di Infectious o quello di Thanx For Nothin’? Credo che Sid Falck avesse avvertito qualcosa nell’aria, l’arrivo della cosiddetta Sindrome Traumatica da Black Album, forse. Avete mai visto quelle vecchie immagini di repertorio coi soldati seduti in trincea, e il loro sguardo perso nel vuoto? Nel 1992 Bobby Ellsworth doveva essere all’incirca in quelle condizioni, alla ricerca della via da seguire. E non è che fece proprio un capolavoro di scelta, anche se mi sarebbe andato a genio lo stesso.

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I Hear Black figura fra i miei sette o otto album preferiti degli Overkill, non è un gran numero ma bisogna pur contestualizzarlo all’interno della carriera di una band che ha già raggiunto quota diciotto, più alcuni EP. Qualche settimana fa ho fatto una specie di sondaggio domandando agli altri che cosa pensassero di I Hear Black, e le risposte non sono state delle più rassicuranti. A quel punto e non avendo un cazzo da fare, ho deciso di estrarre Sid Falck dall’articolo sui batteristi che non scriverò mai, e di dedicare qualcosa proprio a lui, aggiungendoci I Hear Black. Il disco che gli Overkill incisero nel 1993 ha quel qualcosa per cui vado pazzo, e che avrebbe trasformato in pochi giri di boa i Metallica, in quelli di Load. La sostanza di base era sempre il thrash metal, ma fu ciò che si poteva leggere fra le righe a bollarlo come il peggior flop della band della East Coast, poichè I Hear Black non era lontanamente il Black Album. In termini mediatici e non solo. Osava nella misura in cui lo avrebbero fatto gli Overkill, cosicché sarebbero rimasti un’ottima band circoscritta al carrozzone dell’heavy metal, ma su Atlantic Records.

Eppure le prime tre in scaletta facevano pensare bene: via la velocità del thrash metal di Coma, dentro ritmiche più corpose e supportate dal discreto Tim Mallare – che ironia della sorte, all’epoca aveva prestato la batteria a Sid Falck per fare il provino con la band – e un suono molto impastato, non più cristallino, e stavolta ricco di bassi. Non mi dispiacque quella produzione, Alex Perialas aveva già lavorato con loro su Under The Influence ed era il nome dietro a molti dischi di Testament e Nuclear Assault. Sono quei suoni che, pur non essendo esenti da mastodontici difetti, un po’ ti rimangono dentro e alla fine ti ci affezioni, tipo Divine Intervention per essere chiari.

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Sid Falck

Dreaming In Columbian aveva un riff bellissimo e il solito coro capace di farti pensare a certe cose un po’ punk degli esordi così a ridosso dei The Lubricunts. Poi c’erano i ritornelloni, quello della title-track – meraviglioso – palesemente intenta a procedere sulla scia del blues della celebre Horrorscope di due anni prima. E World Of Hurt, l’autentico capolavoro del disco, con il semplicissimo lead di chitarra da manuale della musica e posto in apertura, il chorus indimenticabile, ed il riffone alla Pantera in mezzo che centrava e distruggeva ogni possibile bersaglio. Con ciò non intendo prendere le difese di I Hear Black oltre i limiti imposti dalla decenza: c’erano anche Shades Of Grey che pareva una cover degli Alice In Chains, e qualche altro momento per niente azzeccato – come Ignorance & Innocence – a giustificare pienamente la prematura fuga di Sid Falck.

Nel corso degli anni ho sentito criticare I Hear Black perché nella copertina non era ricorrente il tradizionale colore verde delle precedenti, e per una serie di altre cazzate colossali: io ci sono particolarmente affezionato, e lo sono anche verso suoi brani minori come Just Like You o Spiritual Void. Nulla toglie che le prime tre, forse quattro includendo Feed My Hand, fossero di uno spessore irraggiungibile per le altre. Ma siete davvero convinti che cose come NecroshineBloodletting e tutto quello che hanno registrato fino al pessimo Immortalis tengano minimamente botta con I Hear Black?

A proposito di Sid Falck, che fa adesso? Ha formato questi Infectus 13, e pubblicato qualche anno fa un singolo dal titolo Enemy At The Gate in cui riconosciamo perfettamente il suo stile. E’ la canzone ad essere di un valore piuttosto dubbio, ma ce la facciamo andare bene lo stesso, in particolar modo perché non se la sta passando nel migliore dei modi da quando sono emersi alcuni problemi al cuore. Comunque, non lo biasimerò mai per essere fuggito prima di dover registrare il Black Album sbagliato degli Overkill.

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Infine e sempre per il capitolo 1993 ci sono i Life Of Agony, provenienti dalla East Coast esattamente come gli Overkill. River Runs Red è l’unico loro album che apprezzo insieme al successivo Ugly, ed entrambi non li rimettevo su da quando avevo circa quindici anni. Il che significa che oggi l’ho rifatto. Credo che la mia volontaria astinenza dalla loro musica dipendesse dal fatto che, a partire dal terzo lavoro di cui ho fortunatamente rimosso il titolo, Keith Caputo si fosse messo a cantare sempre peggio, affiancato suo o nostro malgrado, da quelle parti ai limiti del punk rock che li hanno portati verso il gorgo dell’indecenza priva di compromessi. River Runs Red è invece una piccola perla del metal alternativo anni Novanta, che, una volta almeno nella vita, dovremmo avere ascoltato per forza.

Può piacere come non piacere, ma è uno di quei passaggi obbligatori per poter capire a fondo i progressi e i danni apportati dal Black Album – in buona compagnia del mio amato grunge – nel corso di quegli anni frenetici. Le chitarre avevano non poche affinità col disco dei Metallica del 1991, incluso un ricorrente retrogusto blues e una pesantezza palesata ma che tendeva a rimanere elemento di fondo, mentre gli ottimi suoni furono opera di Josh Silver, il tastierista dei Type 0 Negative. Pure il batterista Sal Abbruscato proveniva da lì, insieme a molti degli elementi che composero lo stile iniziale dei Life Of Agony: il disco partiva veloce e dopo pochissimi secondi sprofondava nell’oblio come se volesse un po’ prenderti per il culo. Il genio stava pure in questi piccoli dettagli, e se Joey Zampella dietro alla sei corde gli concesse in larga misura lo stile, fu il bassista Alan Robert a scrivere praticamente tutte le musiche di River Runs Red.

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“I WANT YOU!”

Il concept invece era la solita solfa anni Novanta mista fra solitudine, depressione e suicidio, con la voce di Keith Caputo costantemente presa a richiamare Glenn Danzig, ed all’apice per rabbia ed espressività. Mentirei se affermassi che apprezzo la sua scaletta da cima a fondo: in linea di massima mi prendono molto di più i brani portati all’estremo, cioè quelli capaci di suonare più lentamente e pesante possibile, come da manuale degli anni immediatamente successivi. Words And Music era il manifesto del loro modo di suonare insieme a This Time, ed ogni tentativo di accelerare non ha mai catturato a sufficienza la mia attenzione: ho saltato sistematicamente un pezzo come Through And Through proprio per il fatto che me la ricordavo, ma per quanto una Method Of Groove partisse anch’essa ai limiti del concetto di insopportabile, una volta al cospetto del riff centrale si gode, punto.

Per quel che mi riguarda la loro storia si conclude con questo disco e con il più che discreto Ugly: in seguito si sarebbero sciolti e riformati a piacimento, pubblicando ciclicamente altro materiale che non ho mai saputo apprezzare. Il più recente dei loro dischi è intitolato A Place Where There’s No More Pain e risale giusto a un paio di anni fa, non l’ho mai voluto ascoltare, e tutto ciò che so è che adesso Keith Caputo si chiama Mina. Da non confondere con quella di Le mille bolle blu. (Marco Belardi)

3 commenti leave one →
  1. Piero Tola permalink
    9 febbraio 2019 12:14

    River Runs Red uno dei gioielli degli anni 90. Indimenticabile.

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  2. 9 febbraio 2019 15:00

    Bah, insomma..rivalutare “I Hear Black” sarebbe un po’ come rivalutare “The Ritual”, appunto! 😉

    Niente in contrario con quanto scritto ma, io che non sono più gli stessi lo intuisco già dalla sostituzione di Bobby con due gregari. Con tutto il rispetto per i “mestieranti”..ma, uno scimmiottamento bello&buono – in questo caso dei Pantera: vedi alla voce Terry Date – c’è già nel precedente “Horrorscope”! Quel groove imposto dalla coppia D.D./Blitz, prima della “costruzione della cacciata” di Gustafson (maledetto Halloween del 1990!), è già ben presente nel precedente album. Nel successivo “W.F.O” (cosa avrà voluto dire?), invece, l’ego del bassista emergerà anche troppo!

    Qui, più che altro, pare di sentire dei Soundgarden “panterizzati” che, però, non sanno più cosa sia il thrash…

    C’aggiungo che: se non era per la bontà di “Immortalis”, la Nuclear Blast li avrebbe lasciati proprio dov’erano finiti. Nell’oblio!

    Piace a 1 persona

  3. weareblind permalink
    9 febbraio 2019 16:31

    Mah, il livello qualitativo degli Overkill m’è sempre parso buono. Tra il 6,5 e 8,5, per dire.

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