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Un blast beat è per sempre: UNLEASHED, DYING FETUS e NILE

10 luglio 2012

Quando uscì Victory Grind Zone (all’epoca la Bibbia) gli affibbiò una tremenda stroncatura scrivendo più o meno che “gli Unleashed avevano iniziato a paragonarsi ai Motorhead per scherzo ma presto sarebbero stati costretti a farlo sul serio”. Io invece adorai la deriva birraiola degli svedesi, iniziata con il suddetto platter e proseguita con il parimenti trucido Warrior e il tanto vituperato Hell’s Unleashed, che, a quanto mi risulta, piace solo al sottoscritto e alla mamma di Johnny Edlund. Dopo quell’album persi progressivamente interesse per gli autori di Where No Life Dwells, che continuarono a sfornare un disco ogni due anni con puntualità elvetica fino a tagliare il traguardo dell’undicesimo full con quella che – lo dico? – è forse la loro prova migliore dai tempi di Warrior. La questione è abbastanza semplice: lavori come Sworn Allegiance non funzionavano del tutto perché non riuscivano sempre a conciliare appieno la componente più cafona dell’Unleashed sound con una vena epica che è piano piano cresciuta fino a prendere definitivamente il sopravvento in questo Odalheim. I riff, i testi guerrafondai (basati sui soliti dieci o dodici lemmi ricorrenti, un po’ come avviene con i Manowar, non molto distanti dal punto di vista filosofico) e gli adorabili ritornelli da locanda dei pescatori sono sempre quelli, ma la melodia ha uno spazio lievemente maggiore, Johnny ha abbandonato il suo sgraziato rantolo da Tom G. Warrior alcolizzato in favore di un più prosaico screaming e le chitarre a tratti suonano quasi darkthroniane (sentitevi Fimbulwinter o Vinland), complice una produzione grezza al punto giusto. Se poi state pensando che una persona deve stare veramente male di cervello per pontificare in modo così minuzioso sulle evoluzioni stilistiche di un gruppo come gli Unleashed, sappiate che sono d’accordo con voi. Acquisto obbligato per tutti i cuori old school, che come me gioiranno e stapperanno più di una bottiglia con nuovi, irresistibili inni all’odinismo etilico come The Hour Of DefeatRise Of The Maya Warriors. Skål!

Da bravo fan dei Misery Index, sono convinto che i Dying Fetus abbiano smesso di essere davvero interessanti dopo quel capolavoro di Destroy The Opposition, ultimo lp che vede in formazione il kompagno Jason Netherton. Non che dopo abbiano dato alle stampe monnezza o che dal vivo non spacchino sempre il culo (au contraire) ma insomma. Reign Supreme ce li restituisce piuttosto in forma. La line-up a tre elementi, alla seconda prova in studio, gira bene e ha mondato dalle stucchevolezze il suono degli statunitensi, fattosi più diretto e groovoso (poi, ok, capisco che poter sentire in modo nitido cosa combina l’ottimo Sean Beasley è una cosa che interessa solo noi bassisti). Meglio così, randellate come Invert The Idols e From Womb To Waste non cambieranno la vita a nessuno ma feriscono i timpani con chirurgica  precisione e sollazzeranno a dovere tutti gli amanti del brutal più tecnico e moderno, tra blast beat a rotta di collo, assoloni sweepponi (pazienza se ogni volta che li piazzano all’inizio del brano sembra un’autocitazione continua da Pissing In The Mainstream) e serrati stacchi in mid-tempo di quelli che esistono da quando esistono i D.R.I. ma che, chissà perché, a un certo punto oltreoceano hanno iniziato a chiamare breakdown e sarebbero diventati l’ingrediente fondamentale di ogni pezzo deathcore che si rispetti, ammesso che esistano pezzi deathcore che si possano rispettare. In questo momento mi sto immaginando due teenager americani, i volti devastati dall’acne, le t-shirt dei Whitechapel tese sui ventri strabordanti, che beccano per caso un video degli Obituary su youtube e dicono: hey, senti che figo questo BREAKDOWN. E poi dicono che uno brucia le bandiere Usa in piazza.

E non è male manco l’ultimo degli ormai istituzionali Nile, che ci servono una nuova overdose di ultraviolenza in salsa egizia con At The Gate Of Sethu. Pescando qualche parere nel mare magnum della rete ho percepito una parziale delusione da parte dei numerosi seguaci della band di Greenville. Il punto è che i Nile godono di un pubblico sterminato e, in molti casi, autenticamente fanatico, che passa le ore a dissezionare con fare accademico i pattern di batteria del, per carità bravissimo, George Kollias mentre io, pur apprezzandoli parecchio fino ad Annihilation Of The Wicked (al quale assegnai all’epoca uno striminzito 6 per poi pentirmi di essere stato di manica così stretta; ah, che bello non dover più dare voti numerici), non ci sono mai uscito precisamente pazzo. Comprendo benissimo come per migliaia di persone i Nile possano essere il gruppo della vita ma le loro produzioni più recenti non hanno mai resistito troppo nel mio stereo. Questione di gusti, tutto qua, a me dopo un po’ annoiano. Ho gradito At The Gate Of Sethu più del precedente Those Whom The Gods Detest. I pezzi sono meno arzigogolati, i tempi meno frenetici e la componente “etnica” è incorporata in modo più organico nel riffing, consentendo a un profano come chi scrive di trovare un attimo di respiro qua e là. Magari sono esattamente questi i motivi per cui alcuni aficionados stavolta li hanno stroncati. Io, che, abbiate pazienza, non considero Karl Sanders il più grande genio della storia del death, penso che questa band, al netto degli ottanta cambi di tempo a canzone e degli strumenti tradizionali d’Egitto, suoni pur sempre un genere che soffre di limiti creativi abbastanza netti. Così come non mi aspetto fuochi d’artificio dai Dying Fetus, ormai al settimo full, non li pretendo manco dai Nile, che stanno varcando la medesima boa. Per quanto mi riguarda la baracca, pardon, la piramide regge ancora. Ai posteri, debitamente mummificati, l’ardua sentenza. Arimortis. (Ciccio Russo)

39 commenti leave one →
  1. funambolo permalink
    10 luglio 2012 12:12

    quel 6 ai Nile fu causa di moltissime lamentele sulla shock-mail

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    • 10 luglio 2012 12:38

      Pensa che oggi, per contrappasso, “Annihilation Of The Wicked” è il loro disco che ascolto di più… Il senno di poi è sempre una stronzata ma credo che sia stata la mia recensione più sballata insieme all’altrettanto iniquo 6 appioppato a “The Lair Of The White Worm” dei God Dethroned. All’epoca si aveva molto più tempo per ascoltare musica rispetto a oggi ma anche, come ovvio, più superficialità, vuoi per i ritmi con i quali si recensiva vuoi per sicumera di natura anagrafica.

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      • 10 luglio 2012 15:06

        Per me hai fatto benissimo a dare 6 a un disco come “Annihilation Of The Wicked”, come spiegò Roberto su una vecchia Shock Mail, voi non stavate stilando un’enciclopedia del metal che tenesse conto della portata storica di ogni singolo disco, ma il voto era legato a quel particolare momento e “Annihilation Of The Wicked” era un buon disco, tutto qui, non si avvicinava neanche lontanamente al concetto di capolavoro. Certo se consideriamo con il senno di poi i dischi successivi è chiaro che “Annihilation…” risulta essere decisamente superiore, ma appunto il senno di poi è una stronzata. “Hell’s Unleashed” a me piace e la title-track è una roba micidiale, con un ritornello tanto stupido quanto geniale, karaoke alcolici a non finire.

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      • funambolo permalink
        10 luglio 2012 18:59

        me la ricordo bene quella mail, anche le recensioni dei Torture Killer (Swarm) suscitò diversi malumori. Alla fine vincevano sempre quelle con voti 3-4 firmate (Fr) o (Barg).

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      • 10 luglio 2012 19:09

        Dici quella dove gli venne dato 6 o quella in cui fu eletto top album? Quel disco è spettacolare

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      • 10 luglio 2012 21:19

        Da quel che mi ricordo io (i miei metal shock sono a 650 km di distanza al momento quindi non posso controllare) “Swarm” fu recensito più che positivamente e anche a ragione direi, visto che è l’ultimo disco veramente bello in cui Chris Barnes abbia avuto un peso specifico.

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  2. Helldorado permalink
    10 luglio 2012 12:14

    Sono d’accordo praticamente su tutto, ma sui NIle non capisco st’ondata di delusione che si legge quasi ovunque, tranne che qui e da me. Mah…

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  3. Ride the sky permalink
    10 luglio 2012 12:52

    Annihilation of the wicked scatenò un vero putiferio lo ricordo bene, io invece sul “declino” dei Nile non d’accordo, l’unico disco che non mi è mai davvero piaciuto e Ithyphallic!

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  4. Karjha permalink
    10 luglio 2012 12:52

    Ciccio, ti odiai all’epoca del 6 a AOTW, lo comprai in limited edition … DISCONE.

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  5. 10 luglio 2012 13:19

    “Odinismo etilico” è un’altra di quelle frasi da maglietta subito. Ciccio, dovresti mettere su una boutique!

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  6. Snaghi permalink
    10 luglio 2012 15:33

    Dovró risparmiare sui sifoni per comprare tutta sta roba

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  7. 10 luglio 2012 21:25

    @Certain & Ciccio:il disco lo recensì FS con un sei e poi fu ripreso mi pare da ALM per farlo top album dicendo che probabilmente il dott. Socci era stato messo a disagio dai tempi veloci e dall’aria cazzarona del disco(o qualcosa di simile…)

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  8. fredrik permalink
    10 luglio 2012 21:37

    gioisco e filosofeggio sulle evoluzioni stilistiche degli unleashed,
    ad ogni album… anche se credo nulla sarà più trù-cafone di warrior, album che ho consumato a giorni alterni con “death metal” dei dismember, entrambi usciti in quella torrida estate 1997.

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    • 10 luglio 2012 22:46

      Embé:

      Anche se della fase true/cafona continuo a preferire Victory, disco impossibile da ascoltare senza un boccale da un litro in mano

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  9. 10 luglio 2012 22:20

    che poi il fatto secondo me è che all’epoca il giornale aveva una sorta di “linea editoriale” (mai rigida e fissa e suppongo mai decisa a tavolino, diciamo era più un attitudine…)tendente ad eliminare qualunque idea di “conservatorismo” metal o anche (ed ho sempre concordato) la, diciamo, mediocrità. una risposta di Barg ad una mail che lamentava il 6 ai Nile diceva proprio questo, era una cosa tipo “il metal ha bisogno di portatori d’acqua, di gregari, ma anche di gente che spinga avanti il genere. i Nile sono stati questo fino all’ultimo disco ed ora si adagiano sugli allori puntando alla produzione spaccatutto ed a quanto suoni divinamente il batterista”. io sono più o meno sempre stato da questa parte e tendo a disaffezionarmi ai gruppi che dopo un pò si fermano e si stanno lì dopo aver spinto il più possibile sull’evoluzione (con qualche eccezione-al cuor non si comanda-tipo Napalm Death, o My dying bride). è ovvio che non mi sognerei di fare questo discorso per gli Unleashead o per, che ne so, i Tankard ed anche che c’è modo e modo di “fermarsi”: un conto sono gli ultimi Dark Tranquillity un’altro i Nile, o gli stessi Napalm, o i Cannibal(che non è che continuano ad inventarsi niente ma mantengono un tiro micidiale)

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    • 10 luglio 2012 23:17

      Ricordo perfettamente che nella risposta di Barg c’era un riferimento del tipo ‘e tireranno avanti facendo i Morbid Angel dei poveri’ una cosa simile. Comunque inutile dire che sono praticamente d’accordo su tutto, specialmente sui Dark Tranquillity. Mo non c’entra un cazzo ma qualcuno l’ha sentito l’EP nuovo dei Torture Killer?

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    • 13 luglio 2012 13:32

      Sottoscrivo su tutta la linea, band come i Cannibal possono continuare a farmi lo stesso disco per vent’anni che mi andrà sempre benissimo, i Dark Tranquillity per me sono defunti con Haven. Anch’io faccio un’eccezione per i MDB ma che dischi che hanno cacciato anche dopo ‘l’album con il ragno’. Non ho sentito né l’ultimo TK, né i The Stranded, vorrà dire che me li porterò in vacanza

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  10. fredrik permalink
    12 luglio 2012 21:17

    mi accodo al c’entra un cazzo… due parole sui The Stranded? Per me è il disco dell’estate! E Rigotti un altro con cui posso andare sulla fiducia.

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