Un blast beat è per sempre: UNLEASHED, DYING FETUS e NILE

Quando uscì Victory Grind Zone (all’epoca la Bibbia) gli affibbiò una tremenda stroncatura scrivendo più o meno che “gli Unleashed avevano iniziato a paragonarsi ai Motorhead per scherzo ma presto sarebbero stati costretti a farlo sul serio”. Io invece adorai la deriva birraiola degli svedesi, iniziata con il suddetto platter e proseguita con il parimenti trucido Warrior e il tanto vituperato Hell’s Unleashed, che, a quanto mi risulta, piace solo al sottoscritto e alla mamma di Johnny Edlund. Dopo quell’album persi progressivamente interesse per gli autori di Where No Life Dwells, che continuarono a sfornare un disco ogni due anni con puntualità elvetica fino a tagliare il traguardo dell’undicesimo full con quella che – lo dico? – è forse la loro prova migliore dai tempi di Warrior. La questione è abbastanza semplice: lavori come Sworn Allegiance non funzionavano del tutto perché non riuscivano sempre a conciliare appieno la componente più cafona dell’Unleashed sound con una vena epica che è piano piano cresciuta fino a prendere definitivamente il sopravvento in questo Odalheim. I riff, i testi guerrafondai (basati sui soliti dieci o dodici lemmi ricorrenti, un po’ come avviene con i Manowar, non molto distanti dal punto di vista filosofico) e gli adorabili ritornelli da locanda dei pescatori sono sempre quelli, ma la melodia ha uno spazio lievemente maggiore, Johnny ha abbandonato il suo sgraziato rantolo da Tom G. Warrior alcolizzato in favore di un più prosaico screaming e le chitarre a tratti suonano quasi darkthroniane (sentitevi Fimbulwinter o Vinland), complice una produzione grezza al punto giusto. Se poi state pensando che una persona deve stare veramente male di cervello per pontificare in modo così minuzioso sulle evoluzioni stilistiche di un gruppo come gli Unleashed, sappiate che sono d’accordo con voi. Acquisto obbligato per tutti i cuori old school, che come me gioiranno e stapperanno più di una bottiglia con nuovi, irresistibili inni all’odinismo etilico come The Hour Of DefeatRise Of The Maya Warriors. Skål!

Da bravo fan dei Misery Index, sono convinto che i Dying Fetus abbiano smesso di essere davvero interessanti dopo quel capolavoro di Destroy The Opposition, ultimo lp che vede in formazione il kompagno Jason Netherton. Non che dopo abbiano dato alle stampe monnezza o che dal vivo non spacchino sempre il culo (au contraire) ma insomma. Reign Supreme ce li restituisce piuttosto in forma. La line-up a tre elementi, alla seconda prova in studio, gira bene e ha mondato dalle stucchevolezze il suono degli statunitensi, fattosi più diretto e groovoso (poi, ok, capisco che poter sentire in modo nitido cosa combina l’ottimo Sean Beasley è una cosa che interessa solo noi bassisti). Meglio così, randellate come Invert The Idols e From Womb To Waste non cambieranno la vita a nessuno ma feriscono i timpani con chirurgica  precisione e sollazzeranno a dovere tutti gli amanti del brutal più tecnico e moderno, tra blast beat a rotta di collo, assoloni sweepponi (pazienza se ogni volta che li piazzano all’inizio del brano sembra un’autocitazione continua da Pissing In The Mainstream) e serrati stacchi in mid-tempo di quelli che esistono da quando esistono i D.R.I. ma che, chissà perché, a un certo punto oltreoceano hanno iniziato a chiamare breakdown e sarebbero diventati l’ingrediente fondamentale di ogni pezzo deathcore che si rispetti, ammesso che esistano pezzi deathcore che si possano rispettare. In questo momento mi sto immaginando due teenager americani, i volti devastati dall’acne, le t-shirt dei Whitechapel tese sui ventri strabordanti, che beccano per caso un video degli Obituary su youtube e dicono: hey, senti che figo questo BREAKDOWN. E poi dicono che uno brucia le bandiere Usa in piazza.

E non è male manco l’ultimo degli ormai istituzionali Nile, che ci servono una nuova overdose di ultraviolenza in salsa egizia con At The Gate Of Sethu. Pescando qualche parere nel mare magnum della rete ho percepito una parziale delusione da parte dei numerosi seguaci della band di Greenville. Il punto è che i Nile godono di un pubblico sterminato e, in molti casi, autenticamente fanatico, che passa le ore a dissezionare con fare accademico i pattern di batteria del, per carità bravissimo, George Kollias mentre io, pur apprezzandoli parecchio fino ad Annihilation Of The Wicked (al quale assegnai all’epoca uno striminzito 6 per poi pentirmi di essere stato di manica così stretta; ah, che bello non dover più dare voti numerici), non ci sono mai uscito precisamente pazzo. Comprendo benissimo come per migliaia di persone i Nile possano essere il gruppo della vita ma le loro produzioni più recenti non hanno mai resistito troppo nel mio stereo. Questione di gusti, tutto qua, a me dopo un po’ annoiano. Ho gradito At The Gate Of Sethu più del precedente Those Whom The Gods Detest. I pezzi sono meno arzigogolati, i tempi meno frenetici e la componente “etnica” è incorporata in modo più organico nel riffing, consentendo a un profano come chi scrive di trovare un attimo di respiro qua e là. Magari sono esattamente questi i motivi per cui alcuni aficionados stavolta li hanno stroncati. Io, che, abbiate pazienza, non considero Karl Sanders il più grande genio della storia del death, penso che questa band, al netto degli ottanta cambi di tempo a canzone e degli strumenti tradizionali d’Egitto, suoni pur sempre un genere che soffre di limiti creativi abbastanza netti. Così come non mi aspetto fuochi d’artificio dai Dying Fetus, ormai al settimo full, non li pretendo manco dai Nile, che stanno varcando la medesima boa. Per quanto mi riguarda la baracca, pardon, la piramide regge ancora. Ai posteri, debitamente mummificati, l’ardua sentenza. Arimortis. (Ciccio Russo)

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