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BONECRUSHER FEST @Blackout, Roma – 4.03.2011

5 marzo 2011

Gli ANNOTATIONS OF AN AUTOPSY sono usciti dalla bill un attimo prima che questa seconda edizione del Bonecrusher Fest iniziasse a menare mazzate in giro per l’Europa, probabilmente per i casini di line-up che negli ultimi mesi hanno funestato l’ensemble deathcore britannico. Quando entro al Blackout sta suonando il gruppo chiamato a sostituirli, i californiani BURNING THE MASSES, piazzati all’inizio della scaletta. Mi dirigo verso il backstage per intervistare i Dying Fetus e mi perdo, francamente senza troppi rimpianti, sia la loro esibizione che quella dei thrasher spagnoli ANGELUS APATRIDA. Mi avvicino al palco che è appena iniziato lo show dei capitolini FLESHGOD APOCALYPSE. Il loro nuovo Ep, Mafia, mi ha fatto un’ottima impressione, quindi ero abbastanza curioso di vederli on stage. I ragazzi mantengono le promesse e ci servono con precisione e ferocia il loro peculiare death metal tecnico. Il flavor sinistramente epico di pezzi come Thru Our Scars e Requiem In Si Minore viene reso perfettamente dal vivo. Il pubblico, non ancora foltissimo, risponde adeguatamente e tributa i dovuti applausi a una delle più belle sorprese venute fuori dall’underground estremo italiano negli ultimi anni. Buona anche la tenuta del palco, favorita anche dal particolare look, che riproduce più o meno quello che capiterebbe se dei tizi in smoking venissero travolti da una carica di rinoceronti. La personalità si dimostra anche con queste piccole cose. Dopo tocca ai CARNIFEX, una band deathcore. Ora, sarà pure giusto che uno si tenga informato sui gusti dei giovani d’oggi ma, dato che il vostro umile cronista stava in giro a sbattere come una trottola dalle prime luci dell’alba, confido di avere la vostra comprensione se ne ho approfittato per andarmi a mangiare una pizza in una birreria fighetta lì vicino, tra le sparute testimonianze di presenza umana in quel contesto postatomico che è Tor Pignattara alle nove di sera. Rimetto piede nel locale che gli statunitensi stanno eseguendo il loro ultimo pezzo. Lo shock culturale per uno della mia generazione è discreto nel vedere una formazione con un physique du role da HC a stelle e strisce (capelli corti, braccia completamente tatuate, magliettine, etc) cimentarsi in un qualcosa che, bene o male, continua a somigliare a del tipico US death metal, a parte quegli stacchi HC scapoccioni a metà pezzo che ho scoperto chiamarsi breakdown. Raccolgo un po’ di commenti in giro. Anche i veterani quarantenni sembrano tutto sommato abbastanza benevoli. Una mia amica, invece, mi dice che quel genere le fa così cacare da averla depressa a tal punto da impedirle di godersi il successivo concerto dei KEEP OF KALESSIN, gruppo che non seguivo dagli esordi. Ne conservavo un ricordo piuttosto grim and frostbitten, per quanto Through Times Of War fosse un disco tutt’altro che grezzo e minimale. Oggi li ritrovo dediti a una specie di black melodico che sa molto più di Svezia che di Norvegia, loro terra d’origine. Dopo lo shock culturale di cui sopra uno però torna a sentirsi a casa vedendo salire sulla ribalta i soliti, rassicuranti, capelloni bambacioni scandinavi in mise nera e pantaloni di pelle. Gli ultimi dischi non li ho ascoltati quindi non ho nulla di particolarmente intelligente da dire se non che mi sono divertito parecchio. E non sembro l’unico, a giudicare dal casino che inizia ad animare il pit.  Dopo una prima porzione di set all’insegna dell’epico & maligno, il cantante Thebon, che ha un faccione sorridente da bravo ragazzo montanaro tale che lo presenteresti a tua sorella (pur lasciando emergere degli inequivocabili sintomi di sociopatia nordica quando, tra una canzone e l’altra, lascia al chitarrista l’incombenza di relazionarsi con il pubblico per girarsi verso il muro assorto in chissà quali desolate cogitazioni sulla caducità delle cose materiali), si rivolge così agli astanti: are you ready for some black metal? Partono un paio di estratti dai loro primi lavori, tremolo picking e doppia cassa a martello pneumatico, e viene quasi da sorridere. Che questi qua ora andranno a rappresentare la madrepatria all’Eurovision, quindi non hanno più tutto ‘sto tempo per la guerra al cristianesimo. Nel frattempo l’udienza è cresciuta ma non è quella delle grandi occasioni. Non un deserto tipo la sventurata gig di Grave e Misery Index di qualche mese fa (capitata in contemporanea ai concerti di Cathedral e Joe Satriani nonché al derby ambrosiano) ma siamo al massimo sui centocinquanta paganti. Abbastanza fomentati però, grazie a Satana, da alzare un pogo furibondo quando si accendono i riflettori per gli headliner della serata, i DYING FETUS. Non li vedevo dal vivo da un paio d’anni, quando vennero nella capitale di spalla ai Cannibal Corpse, per portare in giro l’allora fresco di stampa Descent Into Depravity. Mi delusero. Si erano da poco riassestati come trio, il nuovo batterista Trey Williams non sembrava troppo in serata e con una chitarra sola non funzionavano a dovere, si sentiva che mancava qualcosa. Vista la loro ferma intenzione, confermatami dal bassista Sean Beasley nell’intervista che leggerete a breve, di proseguire come three-piece, ero curioso di capire se avessero trovato la quadra. Cazzo se l’hanno trovata. Pretenderei troppo dalle mie sinapsi se mi ricordassi quanto e come siano cambiati gli arrangiamenti (mi è sembrato che le linee di basso seguissero maggiormente la chitarra, compresi quei lancinanti tapping nei riff che sono il marchio di fabbrica dell’act di Annapolis però, appunto, è una sensazione), ma Gallagher e compagni suonano compatti e chirurgici come non mai, alzando un devastante muro sonoro che si abbatte senza pietà sulle nostre povere testoline. Resto a bocca aperta, sono forse la migliore death metal band americana che abbia visto dal vivo di recente insieme ai Nile. Con una spietatezza, un groove e una precisione esecutiva come quelli sfoderati dai Dying Fetus stasera anche i brani potenzialmente meno interessanti, come Homicidal Retribution dal sotto tono (ma molto migliore di quanto si dica in giro) War Of Attrition, sono delle coltellate che ti trapassano il cervello da parte a parte lasciandoti annichilito e felice. Le prime file si scatenano e le botte arrivano anche a chi si era prudentemente sistemato al lato del palco (menzione speciale per i due tizi con la maschera antigas). La scaletta privilegia i lavori più recenti ma c’è anche il tempo di recuperare un’inattesa Eviscerated Offspring dalla demo Infatuation With Malevolence. Conclusione affidata alla micidiale doppietta Praise The Lord/Pissing In The Mainstream, dal capolavoro Destroy The Opposition, e al parossismo grind di Kill Your Mother Rape Your Dog. Si torna a casa con un ghigno soddisfatto sulle labbra e un’ulteriore ragione per ricordarsi perché, dopo tanti anni, una delle poche cose che non sono cambiate di una virgola nella tua vita è lo sviscerato amore per quella mostruosa creatura chiamata death metal. (Ciccio Russo)

7 commenti leave one →
  1. certaindeath permalink
    7 marzo 2011 03:35

    I Carnifex sono davvero insopportabili, come il resto del deathcore. Davvero non riesco a reggerli per quanto mi fanno schifo.
    Tanto di cappell(a) ai Fleshgod Apocalypse , ma anche ai Keep Of Kalessin, il cui ultimo disco a me è abbastanza piaciuto.
    “Ne conservavo un ricordo piuttosto grim and frostbitten” (qua ammetto di essere caduto dalla sedia per le risate)

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