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NADER SADEK – In The Flesh (Season Of Mist)

11 luglio 2011

I Nader Sadek sono, concettualmente, uno dei gruppi più surreali della storia dell’heavy metal. Il tipo che ha dato il nome all’intero progetto è un egiziano che di mestiere cura la scenografia e la parte grafica di altri gruppi tra cui i Mayhem e i Sunn 0))), e a quanto ho capito non ha avuto alcun ruolo nella composizione del disco, limitandosi a chiamare tre grossi nomi per dare vita ad un progetto intitolato a suo nome. I nomi in questione sono Steve Tucker (indimenticato cantante/bassista dei Morbid Angel nei tre -meravigliosi- dischi senza David Vincent), Blasphemer (già negli Aura Noir e poi responsabile della rinascita dei Mayhem finchè quest’ultima aveva un senso: Wolf’s Lair Abyss, Grand Declaration Of War, Chimera) e Flo Mounier (batterista dei Cryptopsy sin dai tempi del primissimo demo). Del songwriting, a quanto pare, si è occupato in larga parte Steve Tucker, anche se le linee di chitarra -che gridano MAYHEM dall’inizio alla fine- non possono non essere farina del sacco di Blasphemer. Nader Sadek, dunque, non c’entra nulla con la band che pure porta il suo nome. Una pagliacciata? Ascoltando In The Flesh, direi di no.

Forse perchè da quando è uscito Illud Divinum Insanus l’asticella per il concetto di pagliacciata si è alzato, e manco di poco, ma un’operazione come quella dei Nader Sadek, per quanto faccia folklore, passa totalmente in secondo piano rispetto alla qualità effettiva del disco. Un concept album sul petrolio (!) che è quanto di più malato e claustrofobico abbia sentito da qualche tempo a questa parte. Stilisticamente morbidangeliano il giusto, comunque meno di quanto ci si possa aspettare, se non in certi cambi di tempo come in Mechanic Idolatry, che verso la fine ricorda il rallentamento a cascata di Nothing Is Not, da Formulas Fatal To The Flesh, disco-monstre dell’era Tucker.  Non si faccia l’errore di considerare In The Flesh semplicemente un modo per rifarsi le orecchie dopo l’ultima porcata di Trey Azagthoth e compagni di merende. È un disco che ha una sua cifra stilistica ben precisa, da ricercarsi soprattutto nel modo in cui vengono conglobati stili ed atmosfere diverse. La morbosità claustrofobica di Gateways To Annihilation si unisce qui alle dissonanze stranianti di Chimera e a vaghe fascinazioni arabeggianti; le rarissime aperture melodiche, specie nelle linee soliste di chitarra e in alcuni momenti di puro technodeath come in Soulless, danno l’impressione di rapide boccate d’aria fresca dopo una lunga apnea in un lurido pozzo di petrolio dove non filtra neanche uno spiraglio di luce.

Il petrolio sta ai Nader Sadek come la mitopoiesi lovecraftiana sta ai Morbid Angel. Compreso questo concetto, è facilmente comprensibile anche il senso stesso di In The Flesh. Così come l’orrore onirico e cosmico dello scrittore di Providence compenetrava l’atmosfera di dischi come Covenant e Blessed Are The Sick, diventandone la stessa ragion d’essere, ugualmente il debutto dei Nader Sadek è un parto deforme della vischiosità ctonia e lurida del petrolio, simboleggiante oltretutto la parte peggiore della cupidigia e della tendenza autodistruttiva umana.

Il video qui sopra, dell’ultima traccia dell’album Nigredo In Necromance, oltretutto una strumentale, è così genuinamente malato da fare impallidire quello, decisamente sconcertante, di God Of Emptiness. È talmente disturbante che mi sento di sconsigliarne la visione ai facilmente impressionabili. Ma è comunque una efficace rappresentazione visiva dell’atmosfera che pervade il disco. Se l’approccio con i Nader Sadek, in questo particolare momento storico, non può non passare per il confronto con quella porcata dell’ultimo Morbid Angel, l’ascolto prolungato non solo lo ammanta di un valore completamente diverso da quello di questo è un disco death metal, mica; ma fa anche passare in secondo piano la partecipazione di tre musicisti di tale levatura e importanza storica. Questo è un album che ti investe della sua malattia, che ti fa sprofondare in un abisso di lordura e disperazione, che irrimediabilmente ti sporca dentro e fuori. Parlare di singole canzoni sarebbe fuori luogo, così come lagnarsi della mezz’oretta scarsa della sua durata; perchè in quei ventinove minuti In The Flesh ti fa vagare da solo, cieco, in un buio opprimente dal quale si esce infiacchiti e devastati. Where the slime live. (barg)

10 commenti leave one →
  1. Daniele permalink
    11 luglio 2011 14:01

    Pensavo che “Blessed Are The Sick” fosse più ispirato al Paradiso Perduto di Milton almeno in alcune traccie, comunque sia trovo il disco esaltante anche perchè lo ho ascoltato senza pregiudizi di sorta sulle dinamiche che ci fossero dietro, e lo trovo davvero un bel lavoro.

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  2. Certain Death permalink
    11 luglio 2011 14:15

    Che poi un concept sul petrolio con questo caldo non può far altro che fare ancora più male. Soffocante al punto giusto.

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  3. Francesco Ceccamea permalink
    11 luglio 2011 21:49

    Caro Bargone, sei la mia penna metal preferita. Era un po’ che te lo volevo dire, mi piace il tuo stile e non mi perdo mai un tuo pezzo. Ciao.

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  4. 12 luglio 2011 09:17

    meraviglioso. lui è un personaggio già mitologico, un deus ex machina tipo Andy Warhol per i Velvet Underground ma con la musica bella. i video sono paranoia pura, un incrocio tra “apocalypto” in acido e deliri cronenberghiani che al confronto James Woods in “videodrome” quando si estrae la VHS di carne dal torace stava in crociera. la citazione dei Pungent Stench sul finale di “nigredo in necromance” è da borderline veri. rispetto altissimo.

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    • 13 luglio 2011 14:52

      due cose due:
      -perchè non ti fai vedè più spesso da ‘ste parti?
      -dove la trovo un pò di robba del tizio in questione, che non conoscevo assolutamente ma mi sembra da mettere nell’olimpo da qualche parte vicino a tsukamoto?

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