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PAGAN ALTAR // DOOMRAISER // CARONTE @Traffic, Roma 11.05.2013

14 maggio 2013

Live@Traffic

Sono giorni difficili: sono ancora in piena post-Roadburn depression (il report arriverà, ci metto sempre un po’ a digerire il tutto), il tragico ritorno alla quotidianità, il lavoro, le rotture di palle. E poi è morto Jeff Hanneman. Il resto del mondo non se ne rende conto, ma per noi seguaci del maligno questa è stata una botta assurda, quest’uomo è responsabile di aver portato il metal al punto di non ritorno. Eh sì, perché c’è un prima e un dopo Reign In Blood… Occhei, sto divagando. Si diceva che sono giorni difficili, per fortuna la stagione live romana sta riemergendo dopo un inverno avaro di soddisfazioni, nel giro di pochi giorni Motorpsycho e Orchid con l’intermezzo di questi Pagan Altar. Dato che vorrei evitare di passare per il completista che non sono, confesso subito che io i Pagan Altar non li avevo mai sentiti, ma il loro nome che evoca sacrifici umani e/o animali unito al loro pedigree ottantiano è stata per me ragione sufficiente per andare a far tardi al Traffic e rinunciare a quel sonno di cui avrei disperatamente bisogno.
Raggiungo il locale con una certa calma e i Caronte (moniker fichissimo) sono già sul palco, penalizzati dai suoni come sempre accade al primo gruppo riescono comunque ad incuriosirmi, sludge possente, linee vocali ruvide ma comunque intelligibili. È la prima volta che li sento (ed in condizioni non proprio ottimali) ma ce n’è abbastanza per convincermi a comprare il loro (credo) unico album Ascension (Lo-Fi Creatures 2012). Durante il cambio palco il diggei mette Hell Awaits, la gente alza le corna al cielo e ringrazia il grande Satana, sento due tizi al bancone brindare alla memoria dello slayeriano biondo. Temo che da questa cosa non usciremo tanto facilmente. Viene il turno dei Doomraiser; il solito set solidissimo con pezzi sempre in rotazione, particolarmente bella Ghost che non ho ascoltato spesso dal vivo, fa parte del set anche il nuovo pezzo presente sullo split con i già citati Caronte edito dalla benemerita Blood Rock Records. Sul palco è impossibile non notare l’assenza di Drugo, storica lazy hand of doom del combo, quello con le magliette fiche e la sigaretta in bocca, quello bello insomma (non me ne vogliano gli altri). Si unirà alla band solo per gli ultimi due pezzi, mi sembra di aver capito che gli impegni con un terreno che si è comprato lo tengano forzatamente fuori dal gruppo. In un mondo giusto uno così passerebbe tutte le sere a devastare camere d’albergo, in questo universo invece va a finire così. Auguri al sostituto comunque, non avrà un compito per niente facile.

Pagan AltarArriva finalmente il turno degli headliner della serata, gli stagionatissimi Pagan Altar. Riposto qualsivoglia sogno di gloria, generalmente il solo fatto di trovarsi su un palco in un altro paese dona a queste band dalla lunga e travagliata carriera un entusiasmo del tutto particolare. La regola è rispettata anche in questa occasione e ai sacrifici umani viene preferita un’atmosfera da vino cartonato. Il clima è talmente confidenziale che a un certo punto il cantante confessa di essere vittima di un brutto raffreddore, tira fuori dalla tasca un fazzoletto di carta e regala al suo caliente pubblico italico una bella smocciolata in diretta. La cosa meno rock ‘n’ roll a cui abbia mai avuto il piacere di assistere in oltre vent’anni di presenzialismo ai concerti. Per il resto lo show scorre liscio e rodato sciorinando metallo di scuola classica (alla Saxon per intenderci, gruppo con il quale sembra avere più di un’affinità), il suond presenta anche quella componente epico eighties che per molti versi è l’essenza stessa dell’heavy metal. Il pubblico verso il finale è coinvolto ed entusiasta e richiede a gran voce svariati pezzi. Il brano conclusivo si chiama The Black Mass ed il ritornello recita This is the age, the age of Satan, now that the twilight is done, now that Satan has come. Non fa una piega. Rientro a casa e, nonostante siano quasi le due e mezza, l’unica cosa sensata da fare mi sembra prendere le cuffie e mettermi a sentire South Of Heaven.

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