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Snobbare il welfare scandinavo: NOCTURNAL RITES – Phoenix

3 novembre 2017

C’era veramente il bisogno di un nuovo album dei Nocturnal Rites, a dieci anni esatti dall’ultimo dato alle stampe? Certo che no. E allora perché, perché minchia non sono rimasti a fare altro? Tipo che ne so, vendere i panini col salmone, montare mobiletti Ikea, lavorare alla Volvo, qualsiasi cosa facciano gli svedesi di solito? Peraltro questi stronzi hanno lo stato sociale che li remunera anche se non fanno niente, potrebbero passare le giornate a scopare e drogarsi o comunque in una gloriosa decadenza edonistica, e invece a cinquant’anni te li ritrovi che hanno appena pubblicato questo fantastico cd nuovo di pacca composto da una decina di pezzi uno più moscio dell’altro. Boh.

Non pensiate che a me i Nocturnal Rites non piacciano: i primi tre album, quelli con Anders Zackrisson alla voce, sono belli. Li conobbi proprio con il primo, In a Time of Blood and Fire, nel lontanissimo 1995, un disco seppure acerbo pieno di ottimi spunti, che poi saranno confermati tre anni dopo con Tales Of Mystery and Imagination, quello che ritengo sia il lavoro migliore del gruppo, un cd ispiratissimo che coniuga perfettamente Iron Maiden e power metal tedesco, pieno zeppo di canzoni fantastiche. Peccato giusto per la produzione non brillantissima, a cui però rimedieranno col successivo The Sacred Talisman, altro disco bello assai ma un pelo inferiore al precedente. E poi che è successo? Hanno cambiato cantante – fuori Zackrisson, dentro Jonny Lindkvist – hanno cominciato a utilizzare chitarre a sette corde e si sono messi in testa di rimodernare il suono del gruppo, rovinandosi irrimediabilmente.

Perché Lindkvist di sicuro è un cantante enormemente più dotato di Anders Zackrisson, che tutto sommato sembrava cantasse con uno sturalavandini ficcato in gola. Però quest’ultimo aveva l’attitudine e il carisma che al primo mancano in toto. Oltretutto non basta certo aggiungere una corda alla chitarra per risultare ‘moderni’ e alla moda, se poi l’ispirazione è tutta volata via altrove. Già Afterlife era solo mezzo decente, giusto la prima metà; tutti gli altri pubblicati in seguito saranno via via sempre peggiori, nello specifico faciloni, senza tiro, trascurabili quando non realmente irritanti per la costante, insensata ricerca del ritornello accattivante e della melodia acchiappona, pure a scapito di quello che agli inizi definiva il gruppo, ovvero l’attitudine al metallo, di cui non v’è rimasta traccia alcuna.

Non a caso ‘Phoenix’ suona come un disco di Bon Jovi (e non certo uno dei migliori) sopra una base di chitarre ribassate che nelle intenzioni dovrebbero essere piuttosto metal e invece manco per sbaglio. Tutto il cazzo di disco Lindkvist che cinguetta e ammicca con ‘ste chitarrine dietro dietro nel mix per paura che magari il tutto possa risultare troppo aggressivo e non abbastanza melodico, una pena infinita all’ascolto. Che poi un pezzo carino pure ci sta, A heart as black as coal, ma le altre veramente non servono ad un cazzo di niente. Particolare menzione di disonore per il nuovo chitarrista solista, Per Nilsson, in forza anche a Meshuggah e Scar Simmetry, che suona come uno che passava di lì per caso, cosa peraltro assai probabile. Lasciate perdere. (Cesare Carrozzi)

One Comment leave one →
  1. fredrik permalink
    3 novembre 2017 19:04

    Per il nome che portano, delusione del decennio

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