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Avere vent’anni: SPIRITUAL BEGGARS – Mantra III

28 gennaio 2018

La cosa che più mi fa incazzare degli Spiritual Beggars, è che non hanno mai inciso il loro album definitivo nel periodo in cui ancora suonavano stoner. Mantra III è stato una bella testimonianza della loro crescita, e non a caso è uscito proprio quando Michael Amott si stava divertendo da matti (gli anni dell’ ottimo Stigmata, per intenderci), condividendo con gli ex-compagni dei Carcass una totale devozione per gli anni settanta. La formazione di Swansong meno Steer aveva da poco realizzato il buon album dei Blackstar, e ci vorrà ancora qualche anno prima che il biondo chitarrista tiri fuori dal cilindro i Firebird dei quali, in tal proposito, vi consiglio di dare un ascolto perlomeno a Deluxe. Ma gli Spiritual Beggars avevano fatto notizia più di tutti gli altri: rimarranno un gruppo ispirato e longevo per svariati anni, e il loro più grosso errore sarà quello di perdere per strada un cantante efficace come Spice, vero trait d’union con alcuni dei cliché vocali più abusati del genere e, per non uscire dal vecchio continente, potente e graffiante quasi quanto un Ben Ward degli Orange Goblin. Eppure Mantra III, per quanto non sia il loro miglior disco, è probabilmente quello in cui si odorava che Amott e compagnia bella avrebbero a breve fatto il botto. Erano gli anni dei Cathedral viventi di rendita da Hopkins (e infatti, in seguito, di bello realizzeranno solamente Endtyme) e purtroppo – questo – un vecchio volpone come il chitarrista degli Arch Enemy non poteva non saperlo e tenerlo di conto.

Se Mantra III rappresenta l’ultimo capitolo discografico puramente stoner degli Spiritual Beggars, con un’ opener da urlo e un proseguo tutto sommato di buonissimo livello, il successivo Ad Astra (probabilmente il capolavoro della band svedese) li consecrerà e li indirizzerà su un heavy-rock sempre più maturo e dominato dagli hammond del neo-entrato Per Wiberg (negli Opeth da Ghost Reveries fino a Heritage), favorendo la riuscita del successivo On Fire e dei suoi cavalli da battaglia più rinomati, come l’elegante Fools Gold o Killing Time. La mia speranza di quei tempi era che Ad Astra potesse conservare qualcosa in più dello stile caustico e distorto di Mantra III, ma ciò non è accaduto. La fine degli Spiritual Beggars più distorti, rozzi e giovanili, quelli capaci di realizzare una copertina con un rettile di profilo, dei girasoli e un cielo blu dominato da parabole, senza neppure venire denunciati o presi a legnate. (Marco Belardi)

4 commenti leave one →
  1. 29 gennaio 2018 12:11

    Avrei una curiosità: perché scrivi sempre “buonissimo” e mai “ottimo”?
    Il disco carino ma prescindibile, anche se bisogna dare atto a tutta la roba in questo stile uscita all’epoca di aver innescato il ritorno in auge, di pubblico e “scena”, delle sonorità classiche doom e dintorni.

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  2. Marco Belardi permalink
    29 gennaio 2018 12:13

    Probabilmente perchè alle superiori non prendevo mai ottimo per via delle troppe assenze, il che mi deve avere turbato tanto 😂😂😂😂

    Piace a 1 persona

  3. sergente kabukiman permalink
    31 gennaio 2018 09:45

    tolto il primo disco troppo immaturo e noiosetto e l’ultimo con quel cantante assolutamente inadatto, reputo quella degli spiritual beggars una discografia da paura, ad astra in particolare è più ragionato rispetto a questo III ma veramente ti devi mettere d’impegno a trovare una canzone debole. MIchael Amott chitarrista spettacolare ma che vorresti veder bruciare per quella merda di arch enemy e spice cantante fichissimo, che dopo l’uscita dagli spiritual ha dato vita ai mushroom river band(praticamente la continuazione naturale degli spritual) e i kayser che con tutto l’impegno mi lasciano sempre nel limbo del “meh”. Ah io deluxe ce l’ho in cd, è stupendo ma il libretto è una poverata allucinante con tanto di scritta “comprate il vinile”, si certo bill, come no.

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