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MONSTER MAGNET – Mindfucker

5 aprile 2018

Dopo ripetuti ascolti di Mindfucker sono giunto alla conclusione che mi ero sentito molto più a mio agio con Last Patrol, ma di fronte ad un Dave Wyndorf ultrasessantenne che caccia fuori un disco del genere, non si può di certo andare a cercare l’ago nel pagliaio come unico e insensato pretesto per rompergli i coglioni.

La sensazione che ho è la stessa avuta in occasione di Heaven Upside Down di Marilyn Manson: un album che vorrebbe accontentare un po’ tutti anche solo per la sua vivacità – o relativa pesantezza che dir si voglia – e che smonta la forte identità ottenuta con fatica in occasione dell’ acclamato predecessore. Wyndorf che, proprio come il Reverendo, sceglie quindi di correre lungo strade meno rischiose, nel suo caso quelle del groove di Powertrip e dei suoi due immediati sequel; senza trascurare del tutto il ritorno allo space rock del fortunato Last Patrol a cui è stato relegato uno spazio davvero minimo a metà disco, e senza trascurare nemmeno il rock d’annata. Ma andiamo per gradi. 

La prima cosa che mi è saltata all’occhio tra i titoli di Mindfucker è stata la cover di Ejection da Captain Lockheed And The Starfighters di Robert Calvert degli Hawkwind. In poche parole anni settanta, sfrontatezza, e non dimentichiamoci naturalmente di Lemmy. È messa lì a centro scaletta, e come l’opener Rocket Freak ben riassume lo spirito garage/proto punk volutamente citato da Wyndorf in più passaggi. Non è l’unica occasione in cui si guarda agli ultimi sessanta: torneranno fuori in coda con Brainwashed e pure con la meravigliosa All Day Midnight. Il bizzarro quanto ordinario Mindfucker è come se fosse costituito da tre album in uno: una prima parte incazzata nera, in cui Soul è l’unica a rimanere con i piedi ancorati per terra – perlomeno fino al degenero chitarristico finale – per poi cedere il posto alla tagliente e robusta title-track, posta davvero oltre i limiti dello stoner rock di Dopes To Infinity. Poi, come ho detto poc’anzi, troviamo un paio di pezzi che richiamano vagamente i tempi dilatati e la psichedelia di Last Patrol, e sui quali spicca la meravigliosa Drowning. Infine un atto conclusivo di cui è protagonista un continuo salto temporale dal passato remoto agli anni novanta, dei quali Want Some si auto-proclama ottima ambasciatrice azzeccando il riff del disco, accorgendosene, e rotolandocisi sopra a oltranza. Non tutto riesce alla perfezione, ed essendo costruito per colpire al primo ascolto Mindfucker finisce paradossalmente per suonare un po’ leggerino, e talvolta scontato a discapito della sua indiscutibile energia di fondo. Non ci suono i suoni vintage di Last Patrol né la sensazione che gente strafatta stia suonando qualcosa di pazzesco o fuori di testa: è solo un buon disco rock, e siccome lo ha composto uno che è nato nei cinquanta, va benissimo così soprattutto se ad ascoltarlo è uno che, come me, è da poco passato per lo shock dell’ ultimo Danzig, che non ci mostrava affatto il “senatore” in un accettabile stato creativo. Ma le prime impressioni, ecco, non sono state proprio delle migliori nonostante lo avessi già memorizzato all’istante.

Difficile stabilire quanto avrei scommesso su questa band dopo l’abbandono del fondamentale Ed Mundell. In realtà stanno facendo meglio ora che nel periodo compreso fra God Says NoMastermind, quindi nessun problema: Dave Wyndorf si riconferma ottimo songwriter ma non mira – stavolta – a comporre un album con un’anima forte e un’identità precisa e voluta come il suo predecessore. Sarà un po’ paraculo Mindfucker, ma di certo non è brutto. (Marco Belardi)

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