MONSTER MAGNET – Last Patrol (Napalm)

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Powertrip fu il treno per il successo di una band che anche all’epoca di un disco oggi acclamatissimo, tanto da essere suonato per intero durante un recente tour, come Dopes To Infinity era rimasta sostanzialmente underground. Senonché i Monster Magnet scesero a fumarsi un cannone alla prima stazione utile e, una volta ripigliatisi, si resero conto che non solo il treno era ripartito ma che loro non sapevano manco dove accidenti fossero finiti. Il problema degli album successivi a quel best seller (mai più pareggiato, almeno dal punto di vista commerciale), sia quelli buoni (il cazzuto Monolithic Baby!) che quelli meno buoni (lo spento 4-Way Diablo, uscito un anno dopo l’overdose di cui cadde vittima Dave Wyndorf nel 2006), era il retrogusto amaro che lasciavano, il retrogusto inconfondibile di quei gruppi che sono stati a un passo dal diventare grandissimi per poi perdere la bussola proprio nel momento del grande salto e proseguire il cammino a tentoni, senza una direzione precisa. Mi ero quindi approcciato a Last Patrol con una sorta di benevola sufficienza, sicuro che lo avrei ascoltato cinque o sei volte massimo, mi sarei aggrappato a quei due o tre pezzi più azzeccati degli altri per convincermi che l’act del New Jersey non fosse ancora bollito del tutto e poi lo avrei dimenticato in fretta. E invece, sorpresa, è davvero un gran bel disco.

La sensazione è che Wyndorf abbia finalmente fatto pace con i propri demoni. Quell’aggressività troppo spesso innocua, quel senso di urgenza che finiva sempre per girare a vuoto, quella sovrabbondanza di input che frenava ancora il precedente Mastermind hanno lasciato spazio a una rilassatezza che è la parola d’ordine di brani dall’incedere torpido e sornione come l’insinuante The Duke Of Supernature o la conclusiva Stay Tuned. Di antico c’è un recupero pesante e inatteso (e decisamente benvenuto) della vena space rock hawkwindiana di Spine Of God, del quale Last Patrol riprende in modo più o meno premeditato le atmosfere; di nuovo ci sono l’essenzialità e la volontà di riallacciarsi alle proprie radici rivendicate in episodi come Three Kingfishers, riuscitissima cover di Donovan,  e Hallelujah, incentrata su un riffing blues talmente semplice e canonico da risultare irresistibile. Ispirati e padroni di loro stessi come non lo erano da parecchio, i Monster Magnet (perso, nel frattempo, per strada Ed Mundell) hanno ritrovato di colpo la loro identità e inciso una delle loro prove migliori di sempre. Buon viaggio interstellare a tutti:

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