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“Berserker”, ovvero l’ologramma degli AMON AMARTH

8 maggio 2019

In quel vicolo non passava molta gente, ma quella sera ebbi l’impressione di essere entrato in una stradina proibita perfino ai pedoni. Dopo una cinquantina di passi ne avvertii alcuni dietro di me, e almeno inizialmente, la cosa mi rincuorò. Dopodiché questi si affrettarono, oltre a diventare più intensi. Erano come la doppia cassa di Black Diamond degli Stratovarius, oppure una di quelle tastiere meccaniche rumorosissime che certamente avrà in casa il Bargone, per gasarsi quando scrive positivamente di qualche gruppo power metal. Poco tempo per riflettere, e l’aguzzino anale era già alle calcagna. Mi spinse contro il muro, si avvicinò fino a coprirmi con la sua infinita ombra, e mentre pensavo a Evan Seinfeld in caccia di giovani vittime metallare dopo una serata storta con Tera Patrick, mi si rivelò Johan Hegg degli Amon Amarth. Peggio? Lo avrei certamente capito a breve, e nell’atto di coprirmi il volto egli mi fermò e – con voce limpida e calda – mi disse:

A me non mi garba il culo. Ma visto che sono quattro o cinque anni che ci pigli per il culo, ci tenevo a dirti che il giorno in cui reggerai a fatica due birre doppio malto, noi Amon Amarth saremo già diventati un gruppo famoso. E anche parecchio.

Alla fine di quella frase sconcertante riaprii gli occhi e Johan Hegg era già scomparso, ma non pensai ad un suo ologramma perché quella puttanata – di norma – nel 2004 non era ancora una consuetudine. Però avevo ascoltato Fate of Norns e ci mancò poco che raccontassi anche ai parenti di secondo e terzo grado quanto poco mi fosse piaciuto. C’era stata l’estasi, Once Sent From The Golden Hall uscito dopo un EP che avrei recuperato con qualche annetto di ritardo. C’era stato l’acquisto a scatola chiusa di The Avenger, un disco tutt’altro che brutto ma che non ripetè per niente la magia del precedente. E poi feci la minchiata di comprare The Crusher, come se volessi accertarmi quanto male facesse di preciso uno schiaffo, a due anni di distanza dal più sonoro di tutti. Ne faceva eccome, e chiusi il discorso lì. Tutta la restante discografia degli Amon Amarth per me è come una fiera di street food del futuro in cui, con indosso una maglietta raffigurante un cinghiale non ancora trasformato in umido, percorro un corridoio pieno stracolmo di stand che ti fanno assaggiare la cavalletta tettigonia viridissima, e poi a ruota le camole del miele e l’immancabile e grassissimo baco da seta. Fidandomi del rassicurante servizio visto al telegiornale li provo tutti, e al primo e incerto morso dato a ognuna delle prelibatezze, rivolgo un deciso vaffanculo al sorridente venditore di mangiare del 2100, anche se sotto sotto la tettigonia era parecchio croccante. Non ce la faccio più con gli Amon Amarth, ho le loro zampine acuminate che mi escono dalla bocca e nonostante il successo smisurato di Twilight of the Thunder God, sono riuscito di recente a concedere una chance da cima a fondo soltanto a Jomsviking. Uno, due, tre: al quarto tizio che senti parlar bene di Jomsviking che fai? Prendi e lo ascolti. Che sia il metal del presente o del futuro, l’ho trovato imbarazzante.

Gli Amon Amarth sono la trasformazione del metal in quello che quindici anni fa, prima di entrare in quel vicolo cieco, un qualunque metallaro avrebbe definito la sua caricatura satirica. Hanno banalizzato in un colpo solo il metallo più epico e quello estremo di scuola svedese, e guardate che sono in tanti a fare così. A dirla tutta, sebbene gli Arch Enemy e il gruppo di Johan Hegg suonino cose molto differenti sin dagli esordi, di concetto si tratta di due band pressoché speculari. La differenza è che se un metallaro di diciannove anni ha appena finito di vedere una puntata de Il trono di spade in cui Daenerys piazza due o tre scopate, metterà su i primi; se invece Khal Drogo ha intercettato i nemici anziché il personaggio interpretato da Emilia Clarke, ecco che il ragazzetto opterà per un album come Deceiver of the Gods. Viva la barba, alla fica ci si pensa domani. È tutta una questione di capire cosa diavolo passi per la testa del fan, ma oggi, a volte, sembra davvero che a suonare sia l’ologramma dei gruppi del 1998.

Così, quando Johan Hegg ha dichiarato che con Berserker sarebbero state esplorate vie nuove e che l’album avrebbe sorpreso non pochi di noi, ho provato un misto di paura e curiosità: il che mi ha naturalmente portato ad ascoltarlo il giorno dell’uscita. È tutto il weekend che ci rantolo dietro, nonostante sia tecnicamente impossibile affermare che Berserker è un brutto disco. È preconfezionato, prevedibile, c’è uno dei growler più celebrati della scena attuale alle prese con un’interpretazione tanto ordinaria al punto di intristire. Ma non è brutto, questo Berserker. Piuttosto Mjolner, Hammer of Thor porta un gruppo solenne ed epico come il loro dalle parti delle sigle dei cartoni animati anni Ottanta, con quegli innocui riffoni metal a fungere da sfondo a calci volanti, mosse speciali e una bambina di nome Lynn che piange per colpa della scuola di Nanto. Le due tracce iniziali mi hanno seriamente portato al limite di mollare tutto, ma per fortuna c’è quel terzetto che va a comporre le posizioni numero quattro, cinque e sei: Shield Wall, l’ottima Valkyria e Raven’s Flight. Rappresentano il meglio che Berserker sia in grado di offrire, ed è tutto compresso in quella zona centrale. Prima di esse un’oscenità, dopo qualcosina di buono c’è, ma è comunque diluito in un numero spropositato di canzoni che suoneranno in cinquanta stili diversi pur di piacere a te, a lui, e a chiunque capiti di metterlo su. Gruppo entrato in crisi di idee a soli tre anni dal suo debutto discografico, e che nonostante un roseo periodo fatto di titoli acclamati e più che discretamente venduti, oggi sta faticando molto nell’individuare una nuova identità da assumere. Con in parallelo la pretesa di non compromettere quell’identità che li ha resi stabili fino al giorno d’oggi. (Marco Belardi)

9 commenti leave one →
  1. vito permalink
    8 maggio 2019 09:40

    Se presi con un dosaggio basso a me piacciono !

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  2. 8 maggio 2019 12:19

    Eh Belardi, è tutto vero.
    Quando vedo qualcosa degli Amon Amarth corro sempre ad ascoltarlo, perché mi tornano in mente i primi due dischi, spero sempre che si siano ripresi, purtroppo però questo non può avvenire e loro non si smentiscono più: sempre la stessa roba, riff accattivanti ma senza ispirazione, suoni troppo di plastica, copertine da bambocci.
    Anche io riuscii a sorridere con Jomsviking, era bello anche il tema (la saga dei vichinghi di Jomsburg), però chi se lo ricorda più?
    Non so nemmeno se possano essere un gruppo da entrata, comunque evidentemente vendono.

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  3. El Baluba permalink
    8 maggio 2019 14:22

    potrei fare CTRL c – CTRL v con quanto scritto per i Tool…ci ho provato diverse volte, anche e soprattutto con Once Sent, ma niente…non mi dicono una beneamata ceppa…il loro enorme successo rimane per me un bel mistero…

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    • 8 maggio 2019 20:15

      Ma è una cosa fantastica! cioè tu paghi per una settimana a sbronzarti e lo incontri due volte al pub che devi pure agargli da bere? senza che ti canti manco mezzo verso di I don’t believe in love?

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      • 8 maggio 2019 21:24

        I just remember doing what they told me…told me…told me…

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  4. blackwolf permalink
    8 maggio 2019 15:28

    Sinceramente non li ho mai seguiti molto. All’inizio c’erano pezzi che mi prendevano abbastanza, adesso è da un po’ che non so proprio che cos’hanno combinato nel frattempo.. Di questo album ho sentito solo il brano che hai postato.. Non è brutto nel vero senso della parola, è fottutamente paraculo e acchiappone, se me lo mettono in macchina dopo qualche birra magari scapoccio anche.. Però oltre a questo non mi ha detto molto e per le idee che avevano la canzone poteva pure finire al quarto minuto ed era abbastanza.. Sicuramente non mi ha fatto venire voglia di spenderci i soldi..

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  5. Fredrik DZ0 permalink
    8 maggio 2019 17:48

    D’accordissimo su tutti gli aspetti, detto da uno che ha letteralmente consumato il primi due lavori (da cui per inciso, non viene riproposto nulla dal vivo da circa 10 anni, ci sarà un motivo?). Adesso sono una band con un grosso seguito giovanile e che propone un metal plasticoso e acchiappione, ineccepibile sotto tutti i punti di vista, tamarro e sopra le righe quel giusto per non essere troppo sputtanati. Peccato per una band che teoricamente poteva abilmente mescolare il death svedese melodico, una certa sensibilità viking, l’attitudine guerrafondaia alla bolt thrower e qualche riffone classic metal… ma questo poteva essere valido fino al 2000.

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  6. weareblind permalink
    8 maggio 2019 23:54

    L’ultimo devo ancora sentirlo, ma il teorema degli Ulver qui espresso è sempre ridicolo.

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