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Il nuovo disco dei FALLUJAH è un eccellente sonnifero

21 aprile 2019

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Undying Light dei Fallujah rappresenta tutto ciò che non vorrei mai sentire dentro a un disco. Taglierò la testa al toro dicendo che ci sono tre canzoni al suo interno che tendo a salvare: Last Light, Sanctuary e la conclusiva Departure. Le ultime due sono perfino schiacciate nel finale dell’album, per cui immaginate la fatica che ho durato nell’affrontare – ripetute volte – tutto il resto.

Il problema ricorrente è che in Undying Light un pezzo inizia, scorre, e naturalmente giunge al termine. Ne comincia un altro e ti sembrerà di trovarti sempre allo stesso punto. Allora fai mente locale: ti stavano prendendo per il culo o hai rimesso su la stessa? Vai oltre finché arriverai in fondo, stanco. I Fallujah suonano un genere difficile, non intendo in termini strettamente tecnici, ma è assai arduo fare presa sull’ascoltatore quando gli presenti un rancio privato dell’energia deathcore da cui gli americani provengono, laddove tutto risulterà impostato su quella robaccia che oggi viene etichettata come death metal tecnico atmosferico (sembra di essere tornati alle lunghissime definizioni uscite a fine anni Novanta, per colpa dei Cradle Of Filth). Già The Harvest Wombs suonava come un punto e a capo nonostante si trattasse del primo full length, ma almeno quell’aspetto di vitale importanza tendeva a preservarlo. L’espressività della musica, tale in quanto creata da quattro tizi con un battito cardiaco e l’intenzione di alzare un discreto baccano.

I Fallujah, col senno di poi, girellano pure intorno al djent senza avere mai il coraggio di sprofondarci dentro, e le ritmiche a singhiozzo di Dopamine sono un indizio ben diretto in quel senso. Immaginate quindi strutture molto ripetitive, ossessive, e ben pochi brani capaci di mantenere un dinamismo che adempia alla funzione di salvagente, oltre a creare un piacevole contrasto con la tecnica e le atmosfere d’ogni sorta che avete voluto voi millennials. Le tre menzionate sopra in sostanza ci provano, Sanctuary è l’unica a riuscirci per davvero.

L’altro grosso problema di queste macchine da riff provenienti da San Francisco è l’aver sostituito il precedente cantante Alex Hoffmann con Antonio Palermo degli Underling, il che mi ha subito fatto ripensare a un ex attaccante del Boca Juniors. Quest’ultimo, Antonio, non l’argentino Martin, è il classico urlatore di scuola deathcore svedese, anche se con gli Underling suona una specie di black metal atmosferico (ci mancherebbe: ma il metal lo dovete usare per trombare?) e socialmente accettabile per i ragazzini di oggi. Provate a sentirvi Bloodworship e fatevene un’idea: è roba pensata per i pischelli, ma suona molto più interessante di Undying Light. Il grosso guaio costituito da Antonio Palermo dentro ai Fallujah, è che appiattisce ancor più la loro musica, quella in cui Hoffmann calzava a pennello. Ma Hoffmann non c’è più e me ne farò tranquillamente una ragione. Occasione sprecata per fare meglio di The Flesh Prevails, e il fatto che già Dreamless puzzasse di bruciato mi costringe a ipotizzare lunghe ombre su questo celebrato marchio dell’attualità metallica. (Marco Belardi)

2 commenti leave one →
  1. Lorenzo (l'altro) permalink
    21 aprile 2019 19:13

    Peccato, un vero peccato!

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  2. andrea permalink
    21 aprile 2019 20:59

    sostanzialmente noiosi

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