Avere vent’anni: HYPOCRISY – st

L’omonimo degli Hypocrisy si muove sulla sottile linea che divide i concetti di disco controverso e di disco di cui non frega un cazzo a nessuno. La sua genesi fu abbastanza particolare: il precedente album era The Final Chapter, di due anni prima, che – come suggerisce il titolo – secondo le intenzioni di Peter Tagtgren sarebbe dovuto essere l’ultimo. Era un periodo molto particolare per lui: i suoi Abyss Studios avevano fatto il botto ed erano diventati gli studi di registrazione più di moda di fine anni Novanta, anche grazie all’exploit di Enthrone Darkness Triumphant e di qualche altro disco “tattico” che spinse una pletora di altri gruppi a volere quello stesso suono per loro. Inoltre in quel periodo Tagtgren era diviso tra vari progetti paralleli, in cui tendenzialmente scriveva tutto lui: i Pain, gli War, gli Abyss, i Lockup, mille collaborazioni, gente che gli chiedeva di suonare la chitarra dal vivo in qualche tour (addirittura Marduk e Malevolent Creation): insomma, Peter Tagtgren era improvvisamente diventato l’uomo più ambito della scena estrema europea, e semplicemente a un certo punto aveva deciso di mollare gli Hypocrisy per concentrarsi su tutto il resto.

Peraltro, all’epoca di The Final Chapter, lui stesso dichiarava di non aver più né le idee né la voglia di portare avanti il proprio gruppo principale. Non so se la scintilla per ricominciare gli fu data dallo spaventoso concerto al Wacken immortalato in quel disco dal vivo, ma tant’è che nel 1999 gli Hypocrisy tornarono sugli scaffali dei negozi con un disco omonimo che ripartiva da The Final Chapter e portava il discorso ancora più in là.

Sul reale valore del disco ci sono varie scuole di pensiero. Riassumendo, i fan degli Hypocrisy si dividono in tre categorie: chi pensa che siano finiti con Osculum Obscenum, chi invece sposta il limite a The Final Chapter e, infine, chi ammette anche il presente eponimo nel canone classico del gruppo. Io mi sono sempre schierato tra questi ultimi, anche se c’è da fare dei forti distinguo, perché Hypocrisy è molto, spesso troppo, diverso rispetto ai dischi precedenti, e a causa della sua estrema eterogeneità è comunque complicato da reggere dall’inizio alla fine. Ferma restando la presenza di sporadici pezzi più pesanti e persino di un incomprensibile punkeggiamento in Time Warp, questo è un disco pieno di ballate, semiballad, canzoni lente, passaggi sulfurei e psichedelia: le tracce differiscono tra di loro in maniera a volte violenta, gli esperimenti si susseguono senza un vero e proprio filo rosso che li colleghi, e persino il suono grasso e pieno, caratteristico degli Abyss Studios, qui è ovattato, come coperto da una massa di tastiere, distorsioni, effettistica, linee vocali evocative, eccetera. A questo, però, c’è una spiegazione razionale che vi daremo testè.

Guardate bene in faccia Peter Tagtgren. È chiaro che quest’uomo faccia uso regolare e abbondante di marijuana. Bisogna capirlo: vive in mezzo al nulla e alla neve, in un villaggio di 40 case (che si è peraltro comprato), ha duemila progetti e lavori paralleli, è normale che debba sfogare la pressione in qualche modo. Effettivamente lui è sempre stato molto tranquillo e amichevole, ed è difficile essere così se conduci una vita del genere. Quindi sicuramente questo disco lo ha composto, registrato e prodotto mentre era in uno stato di fattanza continua. Ed ecco spiegati gli svarioni, i trip strumentali, i pezzi lenti e rilassati: è tutto grazie alla marijuana. Se non vi piace Hypocrisy, dunque, probabilmente l’avete sempre ascoltato da sobri. (barg)

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