Avere vent’anni: HYPOCRISY DESTROYS WACKEN

Signore e signori, il miglior disco degli Hypocrisy. Non che Peter Tagtgren e compari non abbiano infilato un discone dopo l’altro, almeno fino all’omonimo del ’99, ma è in Hypocrisy Destroys Wacken che i Nostri raggiungono il proprio apice, sia perché qui ci sono tutti i loro pezzi migliori o quasi, sia perché l’eccezionale lavoro di produzione riesce a prendere tutto il meglio dall’approccio live facendolo suonare come nelle migliori produzioni degli Abyss Studios.

Gli Hypocrisy del resto sono sempre stato un gruppo abbastanza atipico: si soleva dire un tempo che fossero il più americano dei gruppi svedesi, e forse la definizione riesce a rendere molto di ciò che sono. Ma non tutto: perché, nonostante abbiano ripreso molto del classico death metal a stelle e strisce, non sono mai stati dei cloni, cercando di sviluppare uno stile personale che fondesse la Florida e Goteborg; con la caratteristica del peculiare suono sviluppato proprio da Tagtgren nei suoi Abyss Studios, che in quegli anni erano uno dei centri nevralgici del metal estremo europeo. Uno stile peraltro che oscillava tra le sfuriate death/black di Inseminated Adoption o Killing Art e i viaggi psichedelici di The Final Chapter o Paled Empty Sphere; e in questo live tutto si sussegue con naturalezza e spontaneità, con una scelta della successione dei pezzi che farebbe invidia a un dj del Cocoricò di Riccione a Ferragosto.

L’inizio con Roswell 47 è a tradimento, quasi un omaggio alla coralità innata del pubblico del Wacken: invece della classica partenza bruciante in velocità, un pezzo cadenzato e, per quanto possibile, da cantare in coro, in una versione che, almeno per quanto mi riguarda, sostituisce in meglio quella presente in Abducted. Perché poi è questa la caratteristica di Hypocrisy Destroys Wacken, in comune con i migliori live album: sostituisce nel cuore dell’ascoltatore le versioni in studio, proprio come era successo con (la sparo altissima) cose come Unleashed in the East dei Judas Priest o Live After Death degli Iron Maiden. E così la vera Apocalypse è diventata questa, con questi latrati devastanti, e non più quella di The Fourth Dimension, ed è diventato naturale aspettarsi il riff pazzesco di Osculum Obscenum alla fine, che ci sta talmente bene che sembra impossibile che non fosse questa sin dall’inizio la successione tra i due pezzi.

Hypocrisy Destroys Wacken è quasi perfetto. Quasi, perché per essere un manifesto di ciò che sono stati gli Hypocrisy nel loro periodo di grazia gli mancano i pezzi dell’omonimo, uscito nello stesso anno dopo un periodo in cui Tagtgren pensava di dover sciogliere la band. Ma se consideriamo ciò che semplicemente esce fuori dallo stereo una volta che premiamo play, allora sì, Hypocrisy Destroys Wacken è perfetto.  E se si vuole (ri)scoprire un gruppo unico e personale come gli Hypocrisy, è da qui che bisogna partire. (barg)

 

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