Il confessionale: i Celtic Frost di Vanity/Nemesis e Cold Lake

A un certo punto sul gruppo Telegram di redazione è stata caldeggiata la possibilità di una nuova rubrica in cui ognuno di noi avrebbe potuto confessare il lato più inaccettabile e criminale dei propri gusti musicali. Poi sono fuggiti tutti. Io, che sono toscano e non ho il benché minimo pudore, avrei pagato i diritti d’autore pur d’arraffare una roba del genere; eccomi, perciò, con la bava alla bocca, come il cane che ha capito che sta per andare al giardinetto a pisciare su tutti gli alberi. Parto dai miei favoriti e da un loro album della cui esistenza in molti neanche sono al corrente; anzi, da due.

Vanity/Nemesis è il titolo a cui si ripensa principalmente per la cover di David Bowie, Heroes, infliggendo alla vostra persona forti dolori interni che solo un’ulcera fra le peggiori potrebbe recare. Una delle più brutte interpretazioni che abbia avuto modo d’ascoltare; e, se della sua incessante doppia cassa già feci menzione nel pezzo dedicato alle cover band, aggiungo quanto il riff iniziale lasciasse timidamente sperare in altro. La cover fu originariamente inclusa nell’EP che anticipò l’album, lanciando Wine in my Hand come singolo e commettendo il madornale errore di relegare come b-side la potenziale hit A Descent to Babylon. Fortunatamente solo due anni più tardi l’avremmo riabbracciata in Parched With Thirst Am I and Dying. Se A Descent to Babylon fosse stata inserita nella scaletta di Vanity/Nemesis sarebbe certamente stata una delle due o tre migliori canzoni del lotto. Ma non credo che l’album in sé ne avrebbe giovato in termini di peso specifico.

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Vanity/Nemesis è anche il prodotto di una band esplosa e in parte ricostruita, con Karl Walterbach della Noise intento a tallonarli, come il più acerrimo dei mediani, nonostante la precedente marcatura a uomo su Tom Warrior avesse consentito a quest’ultimo di pensare e successivamente registrare Cold LakeVanity/Nemesis è un album in cui i Celtic Frost rinunciano (nuovamente) al metal estremo come concetto; un album che, inoltre, rivede pesantemente le sperimentazioni di Into the Pandemonium, ridimensionandole ai minimo sindacale. Il tentativo grossolano di riportare la band elvetica sopra la soglia dell’accettabilità fu imbastito presentando in pompa magna Martin Eric Ain, sebbene il bassista avrebbe registrato la sola The Heart Beneath, lasciando poi campo libero a Curt Victor Bryant, lo stesso di Cold Lake, probabilmente assunto perché aveva due miliardi di capelli e perché li avrebbe maestosamente ostentati in sede di photo session. Gonfi come tacchini.

E’ sostanzialmente un album heavy metal, di buona fattura, con il trademark dei Celtic Frost stampato dappertutto. Ora, io non mi metterò a scindere i pezzi buoni dai meno buoni, dicendovi che questa qua vale la pena d’ascoltarla mentre quest’altra dovreste come minimo far finta che non esista: è una cosa che in una recensione elimina ogni curiosità di rimettere su un titolo, dico da cima a fondo, e farne un’esperienza personale negativa, o, com’è mia speranza che sia, almeno in parte positiva. Perché ai Celtic Frost voglio un bene infinito. Il tempo e lo spazio risparmiati dal citare quei brani li investirò dunque nel peggiorare ancor più la situazione, confessando voi che non mi dispiace neppure Cold Lake. Lo lascio come piatto conclusivo, sebbene, giustamente, la timeline lo indichi uscito in anticipo. Cold Lake è il disco di merda per antonomasia: se questa è coprofagia, o se questo è amore, cerchiamo ora di formare le basi di una difesa credibile.

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Tirar fuori il buono da Cold Lake non è tanto è roba da scribacchini quanto da avvocati, perciò dovrei ora lasciare la parola all’Azzeccagarbugli e dileguarmi. Ma proviamoci. Cold Lake a mio parere trattiene tutta l’essenza dei Celtic Frost, quella che già in Into the Pandemonium era al cento per cento presente nonostante solo due pezzi, o al massimo tre, andassero incontro all’esigenze di chi aveva amato i loro precedenti album. Che poi non erano molti. Nessuno, però, lancia mai palate di merda addosso a Into the Pandemonium. A ragione, aggiungo. È che addosso a Cold Lake ne viene tirata troppa, e questo perché non trattiamo un gruppo glam rock, né trattiamo un contesto glam rock. Piuttosto perdonammo a taluni baluardi del glam rock il fatto che dischetti piuttosto inconsistenti venissero elevati a gloria, perché le loro fondamenta erano fatte di egocentrismo, d’arroganza e di carisma in dosi tali da ammazzare un elefante: non fraintendetemi, in età adulta ho imparato a trarre da quel filone una carica inesauribile tant’è che ne sto ascoltando più oggi che nel ’96, ma Cold Lake non ha il vuoto siderale tipico di autoproclamati singoletti che vorrebbero scimmiottare i Poison o i Warrant. È di un’altra pasta, anche nei suoi innumerevoli difetti. Però ricorre la forza caratteriale che nella costruzione a tavolino di fine anni Ottanta, in un certo senso, andava oltre il valore delle canzoni stesse: inoltre i Celtic Frost si amano o si amano, e in questa versione autolesionista avrebbero provocato come minimo lo scorbuto a chiunque li seguisse o anche soltanto se ne incuriosisse. Cold Lake è il sunto di Tom Gabriel Warrior in delirio d’onnipotenza, e riesce ancora a trasmettere il fortissimo carisma dei Celtic Frost nonostante cammini così distante dal proto-metal estremo degli Hellhammer e di Morbid Tales, dalla perfezione di To Mega Therion e da quello stravolgimento avantgarde di Into the Pandemonium, che, ripeto, già serbava numerosi elementi che avrebbero potuto far gridare alla monumentale cacata. Eppure in pochissimi lo fecero.

Cold Lake è un album lineare: forma canzone, qualche riffone (Once They Were Eagles col piatto ride che sembra una campana di paese), godibilissimo. Non ha un piglio heavy metal dai sottili tratti gotici come l’avrà il seguente Vanity/Nemesis, né detiene quella forma riassuntiva d’una carriera che vorrebbe accontentare tutti ma non accontenterà nessuno: ha anche la colpa di essere arrivato prestissimo, nonostante mantenesse la capacità di tenere i giri del motore al massimo. È in un certo senso l’ultimo album dei Celtic Frost scritto a briglia sciolta prima che tutto quanto andasse alla deriva. Io una Cherry Orchards semplicemente la adoro. E, nonostante quel piglio vagamente priestiano in avvio, è Celtic Frost al centodieci per cento. Mi galvanizza perché in essa ritrovo ogni tratto della loro spiccata personalità, incluse quelle linee vocali femminili già aggiunte all’inventario come segno distintivo. Oppure una Downtown Hanoi, ai limiti del fastidio nel suo ritornello: ma riesco in qualche modo a levarmelo dalla testa?

Quello che in Cold Lake risultò più sbagliato fu il piglio nel presentarlo alla luce del sole. L’arroganza, le photosession con il solo Tom Warrior tenuto al centro dell’opera nientemeno della ragazza dell’epoca, che, fotografa autoproclamata nonché cacacazzo di turno yokooniana, si prese tutta quanta la scena facendo di lui la rock star, l’unica figura realmente necessaria nel progetto. Sebbene io riconosca in Martin Eric Ain e Reed st’ Mark due figure cardine per la band, nonostante la loro natura del tutto transitoria, in parte era davvero come diceva lei. Cold Lake era una band fatta da un’unica figura illuminata dai fari e da alcuni inservienti al suo fianco, e non riuscì anche per questo. (Marco Belardi)

One comment

  • Vanity/Nemesis fu il primo album dei Celtic Frost che mi capitò di ascoltare e per me resta un bel disco, anche se sicuramente non un loro masterpiece. Cold Lake, al di là della svolta commerciale che comportava, è un lavoro mediocre perchè mancano i pezzi a mio avviso. Sul discorso della coerenza, del “tradimento” che evocano gli strali dei mammasantissima dell’integralismo metal lascio correre. Fu sicuramente una mossa paracula al tempo, ma lo stesso vale per la cover band degli Hellhammer messa in piedi a cinquant’anni suonati per suonare ai festival. Tom Warrior è sempre stato un maestro di paraculismo, per cui….

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