italianoChitarra [L’Azzeccagarbugli]

(italianoChitarra raccoglie i piùdi5menodi10 dischi italiani a cui ognuno di noi è più legato affettivamente)

Stilare una lista dei dischi italiani a cui son più legato è per me un’impresa assai ardua. Sia perché ho un rapporto davvero particolare con la musica italiana, che è poco logico, molto legato alla tradizione ed estremamente personale, dall’altro perché, per svariate ragioni, parlare di questi dischi significa riflettere sul mio passato.

Ci sarebbero davvero tantissimi album e artisti da citare, ma lo spazio è tiranno, quindi mi limiterò a considerare un criterio puramente sentimentale, seguendo un ordine meramente autobiografico, da Cosenza a Roma.

Lucio Dalla – Come è profondo il mare

Dalla è ancora oggi uno degli artisti italiani che amo di più e il mio disco preferito coincide con la colonna sonora di tanti, lunghissimi, viaggi di famiglia. Un disco meraviglioso, impreziosito da E non andar più via, tra i migliori pezzi di tutti i tempi. Dalla, tra l’altro, è il primo artista che ho visto dal vivo, dal tetto del capannone di amici storici di famiglia che affacciava sulla platea del luogo del concerto. Era il 1992 e Dalla dedicò Itaca a Freddie Mercury, scomparso un anno prima.

Lucio Battisti – Le Originicuddr

L’altro Lucio nazionale è il mio artista italiano preferito in assoluto. Una asserzione, la mia, prima istintiva, durante l’infanzia, e poi maturata col passare degli anni e degli ascolti. Nessuno in Italia ha fatto quello che ha fatto Battisti. Oggi avrei difficoltà a scegliere il mio disco preferito, ma per quello che è lo scopo di questa rubrica, non ho dubbi. Perché la doppia compilation Le Origini è stata letteralmente la colonna sonora della mia infanzia, dall’iniziale Per una Lira ad Anche per Te che chiude la seconda cassetta del secondo volume della raccolta. E anche se non sono un fan dei greatest hits ha davvero il sapore di una madeleine proustiana o dei cuddruriaddri cosentini.

C.S.I. – Linea Gotica

Uno dei miei dischi del cuore in assoluto, consigliatomi dalla mia cugina “romana” Maria Luisa ed acquistato sull’onda dell’entusiasmo da Rinascita e Roma alla mia prima salita romana. Sublimazione di un percorso iniziato con i CCCP e coerentemente portato avanti nei C.S.I., un disco perfetto, dalla prima all’ultima nota, contraddistinto da alcuni dei migliori testi di Giovanni Lindo Ferretti – la storia partigiana della titletrack, la devastazione dei balcani di Cupe Vampe, la nervosa Sogni e Sintomi– e da una delle più belle cover di tutti i tempi, quella E Ti vengo a cercare di Battiato che riesce quasi ad essere migliore dell’originale. L’anno dopo ho visto il gruppo dal vivo e ricordo che chiesi l’autografo al Ferretti che mi chiese come mi chiamavo e, dall’alto dell’emozione dei miei 13 anni, risposi con cognome e nome, tipo a scuola. Ovviamente si firmò come “Ferretti Lindo Giovanni”.

Franco Battiato – Fisiognomicariposto-1200

E Ti vengo a cercare è una delle mie canzoni preferite e ho conosciuto prima la cover dei C.S.I. dell’originale di Battiato. Quindi il passaggio successivo è stato cominciare ad approfondire la discografia del Maestro di Riposto, della voce dello Jungo. Ancora oggi mi capita di perdermi nella sua discografia, nei suoi tantissimi progetti – che per quanto mi riguarda sono sempre interessanti, come quello dedicato al “mio” Bernardino Telesio- ma ogni volta che “mi disoriento”, so dove guardate e ritorno a Fisiognomica, a Il Mito dell’Amore e soprattutto a Veni L’Autunnu che contiene uno dei modi di dire più belli di sempre “è inutili ca ‘ntrizzi E fai cannola Lu santu è di mammuru E nan sura”.

Fabrizio De Andrè – Non all’amore, né al denaro né al cielo

Ho visto De Andrè dal vivo in occasione nel suo ultimo tour, in occasione della data tenutasi al cinema Garden di Rende nel gennaio del 1998. Fondamentalmente è così che ho iniziato ad ascoltarlo, perché fino a quel momento lo avevo sempre ritenuto noioso. Esaltato dall’ottimo live, comprai Non all’amore, né al denaro, né al cielo per poi scoprire che nemmeno una delle canzoni suonate dal vivo era su questo disco. Poco male, dato che è un capolavoro e che contiene la migliore canzone del Faber, ossia Il Suonatore Jones che chiude l’album.

scisma_1_1617117096Scisma – Rosemary Plexiglas

Se devo scegliere una band tra tutti i rappresentanti della nutrita scena alternative italiana di metà anni ’90, non ho dubbi e scelgo i veri underdog: gli Scisma e, in particolare, Rosemary Plexiglas. Non basterebbe una monografia per spiegare le ragioni per le quali amo così tanto questo disco e questa band, ma la creatura di Paolo Benvegnù, Sara Mazo e soci resta uno dei dischi più personali, imprevedibili e inclassificabili del panorama nostrano. E gli Scisma restano uno dei gruppi più sottovalutati di sempre.

Rhapsody – Power of the Dragonflame

Però anche un po’ di metallo, e che diavolo! E non per le pagine sulle quali sto scrivendo, ma perché pur non essendo mai stato un cultore del metallo nazionale, ci sono dei gruppi che sento tremendamente vicini. I Rhapsody in primis e non potrebbe essere altrimenti. Se non si prova repulsione per il power e ci si trovava in Italia in quegli anni era impossibile non ascoltare i Rhapsody che, come ho scritto di recente, in quel periodo sono davvero patrimonio UNESCO. Sono stato indeciso fino all’ultimo se scegliere Symphony of Enchanted Lands o Power of the Dragonflame. Sono legatissimo a entrambi, sono due dischi clamorosi, ma il secondo è sempre ingiustamente meno considerato.

Novembre – Novembrine Waltzmonte-testaccio2

Si tratta di un altro disco che conosco a memoria, di cui, all’epoca, avrei potuto declamare tutti i testi e che contiene solo canzoni splendide. Per quanto mi riguarda non esiste un brutto album dei Novembre, che restano una delle realtà più personali ed entusiasmanti di tutto il panorama metal nostrano, ma sono particolarmente legato a Novembrine Waltz sia per la qualità dei brani, sia perché lo collego al ricordo di un concerto al Jungle di Testaccio, tenutosi poco più di un mese dopo il mio trasferimento a Roma. Una delle prime uscite con gli sgherri di Metal Shock, con alcuni amici della mia vita precedente e con quello che sarebbe diventato il mio coinquilino e l’amico degli anni a venire. Un concerto straordinario davanti a tantissime persone stipate nel piccolo locale che per me rappresenta uno dei migliori ricordi dei miei 18 anni.

Klimt1918 – Dopoguerra

Questa lista sentimental-autobiografica doveva concludersi con i Klimt1918 e con Dopoguerra. Non solo perché anche a distanza di (troppi) anni resta un album davvero incredibile ma perché in un certo senso “l’ho visto nascere” e per me è uno dei simboli dei periodi più spensierati e entusiasmanti della mia vita. È un album che per me è la quintessenza di Roma dei metà 2000 e in un certo senso lo è, essendo un disco che trasuda romanità da tutti i pori e che rappresenta forse il culmine di una scena che avrebbe senz’altro meritato di più in termini di successo. E ricordo ancora con grande piacere una cena con alcuni “addetti ai lavori” in compagnia dei fratelli Soellner, così come la faccia di Paolo quando gli feci notare che la strofa in italiano di Sleepwalk in Rome ricordava molto La Donna Cannone  di De Gregori.

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