La fragile eppur redditizia arte di coverizzare

Il dibattito si è soffermato per troppi anni sul fronte sbagliato, e cioè sulla realizzazione di una cover intesa come fedele ripresentazione del pezzo originale, contrapposta all’idea di stravolgere il suddetto pezzo per adattarlo allo stile di chi coverizza. E intanto, mentre ne discutevamo, succedeva di tutto.

A mio parere i motivi per cui ha senso suonare una cover sono due, e lo dice uno che dal 2007 in poi ha suonato soltanto cover, e pure male.

Primo: vivere la musica in maniera un attimino più distaccata. Non è detto che dobbiate suonare e con ciò inaugurare una carriera che vi vedrà pubblicare della musica originale. Ho lasciato a malincuore un gruppo per le stesse rogne che mi portarono a concludere il ciclo vitale della webzine MetalManiacs. Non avevo più tempo, lavoravo sessanta ore alla settimana e la sala prove, da luogo di sfogo e d’intrattenimento, era diventata l’ultimo degli impegni quotidiani, che mi faceva rimanere in piedi ben oltre la mezzanotte per poi ricominciare a macinare energie alle sette del giorno seguente. Per quanto un venticinquenne possa benissimo farcela, arriva un momento in cui a certe cose si finisce per dire basta.

L’unico modo per continuare a suonare erano le cover, in un approccio che escludeva i famigerati concerti (da annullare per improvvisi impegni lavorativi), e, in parallelo, eliminava il massiccio incremento delle prove nelle settimane a ridosso dei concerti. Inoltre, il giorno che in sala sarebbe mancato uno dei due chitarristi, oppure il bassista, nessuno avrebbe mai maledetto nessuno e ci si sarebbe ugualmente divertiti. Io ero però il batterista, e, a prescindere dalle mie limitate doti tecniche, lì dovevo stare perché la batteria proprio non può mancare. Misi su un gruppo con alcuni amici e per qualche tempo provammo Heartwork, Blood & Thunder, Seasons in the Abyss e qualche altro pezzo. Divertimento, birra, due chiacchiere con gente piacevole e nient’altro.

Secondo: la cover giusta fatta dalla band giusta, oltre che affermata, che incredibilmente rende il brano un successo ancor più eclatante dell’originale. L’utilità di queste ultime riproposizioni può essere di varia natura: Marilyn Manson rimise addosso una voglia matta di anni Ottanta a un sacco di gente, andando a toccare dapprima gli Eurythmics e, in un secondo momento, la già riciclata Tainted Love. Erano versioni migliori? Peggiori? Certamente erano diverse dalle canzoni originali, oltre ad avere, per svariati motivi, una loro utilità sulle future generazioni.

 

Gli Anthrax a un certo punto della carriera capirono il giochino, e, registrando un numero di cover limitato ma significativo, sfiorarono il successo planetario con Antisocial e a seguire con Bring The Noise. Sepultura e Metallica furono altri maestri nella specialità di coverizzare, e se i primi resero ampiamente omaggio a Orgasmatron dei Motorhead, oltre che a classici di Ratos de Porao e Dead Kennedys, i secondi avrebbero letteralmente rivitalizzato due capolavori della N.W.O.B.H.M. come Am I Evil? e Blitzkrieg. Ognuno di loro guardava alle proprie radici e quel coverizzare finiva per influenzare gli inediti.

In certi casi preferivo le loro versioni alle originali, nonostante si trattasse di replicare un qualcosa che era avvenuto sullo stesso campo da gioco – l’heavy metal, omaggiato dai Metallica e dai brasiliani di casa Cavalera – e non di reinterpretare Trust o Public Enemy come nel caso di Scott Ian e Charlie Benante. In tempi recenti direi che si sono ben distinti i Ghost, riuscendo, fra le altre cose, a farmi piacere Here Comes the Sun dei The Beatles, un classico che non ho mai sopportato.

È doveroso che ora mi soffermi anche sul rovescio della medaglia, perché, se in passato i Sepultura hanno inciso una Policia, è anche vero che i Celtic Frost hanno messo mano su Heroes di David Bowie con tanto di doppia cassa sul ritornello.

Ma non è su questo preciso aspetto che mi dilungherò: ognuno ha i suoi titoli, le più riuscite e le meno riuscite, e non è mia intenzione buttarla dalle parti delle classifiche proprio ora. Mi appassionano i rovesci della medaglia, e non credo che ci sia un solo mio articolo in cui, a un certo punto, non sia finito a ragionare dei lati negativi di qualunque cosa avessi inteso affrontare. Le cover non sono una panacea, il rimedio di tutti i mali articolari di coloro che non ce l’hanno fatta perché non hanno potuto o voluto farcela. Sono una risorsa, e l’essere umano – anche metallaro – questo lo sa molto bene.

Molti locali della mia zona a un certo punto hanno chiuso, e non mi sto riferendo al Covid-19 bensì agli anni precedenti la sua diffusione. Ero solito prendere la programmazione dei concerti e procedere avanti, di mese in mese, per capire in anticipo a quali date sarei stato presente, a quali no, e soprattutto quanti soldi avrei sputtanato. La risposta a quest’ultima domanda faceva sempre rabbrividire. E, man mano che invecchiavo, notavo una cosa: sempre più cover band. Al punto che alcuni gruppi si sono formati come tali, hanno timidamente tentato la via del materiale originale e l’hanno subito abbandonata. Questo perché tecnicamente erano pure bravini, ma a nessuno fregava niente della loro musica. È molto semplice.

Si erano distinti coverizzando qualcuno e le canzoni di quel qualcuno già avevano fatto la storia, mentre i loro inediti, sulla stessa linea d’onda ma prive di personalità, tiro, e mordente, no. E quindi si ritorna a fare cover.

La cover band è un’arma a doppio taglio un po’ in ogni senso: è infestante se entra nel circuito delle date dal vivo e se in parallelo la sua proposta funziona, ed è deleteria per chi vi suona nel momento stesso in cui un chitarrista mormora che ha composto qualcosa e lo fa sentire agli altri.

È inoltre probabile che un gruppo del genere ti riempia il locale. A questo punto si deve prendere la figura del gestore e metterla di fronte a due tipi di scelte.

La prima scelta è di natura etica:“faccio suonare i gruppi emergenti o affermati purché suonino la propria musica, per il semplice fatto che meritano spazio e visibilità, e perché la scena morirà se io e altri cinquanta gestori ci comporteremo altrimenti”. In seconda battuta, ecco che cento gruppi chiedono un compenso e magari dieci di questi lo ottengono pure: sono quei dieci che molto semplicemente portano davvero la gente nei locali. Gli stessi cento che ancora riescono a stabilire un rapporto di tipo professionale in fase di contrattazione, e, lo sottolineo, che non stanno ai giochi di parole sulla visibilità e sulla pubblicità che otterresti esibendoti in un locale vuoto perché chi è lì per il nome principale, al momento, se ne sta fuori a fumare. In sostanza, il rovescio della medaglia nel rovescio della medaglia: una roba più incasinata di Tenet.

La seconda scelta che ha il gestore sta nell’attenersi a un discorso esclusivamente economico, forzato non solo da richieste provenienti dalla moglie (borsa carinissima vista in una vetrina in via Roma, a Firenze), dall’avarizia o dall’Audi – il cui serbatoio è nuovamente da riempire – ma piuttosto dalla burocrazia. E noi ne abbiamo davvero tanta. Poi c’è anche l’avarizia, attenzione, non sto giustificando in toto il gestore ma cerco solamente di analizzare ogni aspetto che lo circonda. A quel punto chiami un botto di cover band e vedi fin dove arrivi: è una scelta scarsamente lungimirante, perché, sarò sincero, devi essere un vero talent-scout-scansa-talento per metterti a rastrellare l’Italia alla ricerca di più cover band che puoi, per riempirci cinque annate consecutive di programmazione serale e non finire col richiamare sempre i soliti nomi autoctoni. Se mercoledì 15 maggio ho visto la cover band dei Rammstein difficilmente a novembre la rimetterò in carreggiata con lo stesso numero di partecipanti: non c’è Lindemann, non c’è nessuno che Lindemann tenga al guinzaglio, e non ci sono i fuochi d’artificio né un cannone che spara schiuma sotto intendendo altro. Perché ritornare a vederli? Perché faranno Du Hast?

Un locale che sceglie di campare sulle cover band è un locale a lungo andare morto, a meno che, appunto, non si trovi il modo di rintracciarne così tante da fidelizzare un pubblico che non ha un cuore nella scatola toracica e che va matto per i Revival 1994 feat. Embryonic Cellz + We’re Broken. E di manifesti pubblicitari che sponsorizzavano cose del genere, ve l’assicuro, non ne ho visti pochissimi.

A quel punto resta la scelta personale d’ognuno, anch’essa capace d’incidere. In un anno indefinito, di colpo, ne ebbi le palle piene. Lo confesso. Andai a vedere i Living Inferno, cover band italiana degli Slayer, e mi divertii da matti. Penso si sia trattato del miglior concerto che avessi mai visto metter su da una cover band. Mi sono fatto il mio giro, e l’ho portato a termine senza la minima voglia di iniziarne un altro. Sarei però finito per la nona volta, in prima fila, ad assistere alla solita scaletta dei Domine: quello era amore, un amore a cui un giorno dedicherò un articolo perché è un concetto che fatico a descrivere e quantificare con poche parole. Sono giunto alla conclusione che ben vengano le cover band, ma per i motivi che ho elencato sopra: non possono e non devono essere una risorsa per il corretto funzionamento delle cose a lungo termine. Quando esse finiscono per offuscare chi da anni arrangia pezzi e intanto ne pensa altri, vuol dire che alcuni meccanismi stanno funzionando in senso errato, e allora è difficile separare il gestore che ha capito come fare numero nel suo localino dall’altro, da colui che, sempre per responsabilità propria (poiché il successo o l’insuccesso di un locale dipendono dalla sua gestione, a partire dal punto esatto in cui esso è sorto), si ritrova a tappare le falle come meglio o peggio può. Questo, naturalmente, a prescindere dal 2020 e dagli anni che lo seguiranno: purtroppo arriverà a mancarci anche la seratina revivalista del 1994, quella con il tizio che vuole imitare Phil Anselmo e il tale che per imitare Max Cavalera ospita e nutre un’intera colonia felina nei rasta. (Marco Belardi)

6 commenti

  • Le cover band non mi appassionano granché, farei un’ eccezione per quella che decidesse di rivisitare i Motley Crue ( sicuramente esiste). Che bello se il glam metal tornasse !

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  • ennesimo ottimo articolo Berà! Concordo in tutto, ogni tanto è anche divertente assistere a qualche cover band, ma è chiaro se devo partire, prendere la macchina e fare le ore piccole, dovendomi poi alzare alle 6 ogni mattina, non lo faccio per una cover band. Tuttavia, come ho detto, se ci capiti per sbaglio la sera carina esce pure, come questa estate nel reatino dove ho casa, han fatto suonare in piazza una cover locale di Vasco Rossi e i Queen of Fire che coverizzavano i Queen. I primi sono stati divertenti, soprattutto per le madonne che tirava il cantante ad ogni black out del palco, e mi hanno anche fatto rivedere le mie posizioni sul Vasco nazionale, mentre i secondi erano veramente perfetti, con tanto di palco ultracurato, tutine attillate ed il chitarrista che aveva la stessa chitarra di May. Si vedeva che erano iperprofessionali e giravano con uno spettacolo non improvvisato. Però che ti devo dire, se avessi visto la loro locandina in qualche posto a San Lorenzo o Testaccio, dubito che ci sarei partito ad hoc per vederli.

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  • le cover sono la risposta demente di un paese demente ad un problema cogente

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  • Le coverband sono il male. Boh? In realtà forse le mode, le tendenze, sono il male. https://www.youtube.com/watch?v=yNC9LB2QhkE

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    • Grande Montanini, quando sale sul palco avvinazzato è uno spettacolo nello spettacolo. Una volta si prese a sberle con uno del pubblico che non gradiva le sue battute politicamente scorrette, adesso che pesa 300 libbre mi piace ancora di più.

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  • Questo articolo l’ho trovato migliore di altri, ci sono meno virtuosismi dialettici ed è più concreto. Però c’è un equivoco di fondo, una cosa è una band con una sua produzione artistica che fa una o più cover per omaggiare un altro artista. Altra cosa sono le cover band. Il non sono contrario alle cover band, ma ovviamente non c’è la stessa espressione artistica dello scrivere e proporre musica propria. Da un lato capisco una band che vuol fare qualcosa di suo, dall’altra il pubblico che preferisce canzoni che conosce e il gestore del locale che gli va dietro. Penso che in un concerto di cover infilare qualche pezzo proprio sia legittimo e sopportabile dal pubblico, il quale se ha un minimo non dico di cultura musicale, ma anche solo di educazione, dovrebbe seguirle. Anni fa ero ad un motoraduno, c’era una band che faceva tributo ai Maiden, (…e all’epoca non erano inflazionati come oggi), ad un certo punto fanno un pezzo loro e tutti quelli che erano sotto al palco se ne vanno a prendere la birra… Fu davvero un brutto gesto. Un’altra cosa ancora sono le tribute band che addirittura si truccano e imitano le movenze delle band, (per lo più i cantanti), ecco pur non essendo un integralista, quello sa un po’ troppo di mascherata anche a me, e poi una tribute band, se non ti piace quella band non vai nemmeno a sentirla, una cover band che fa pezzi di vari artisti, qualcosa che ti piace lo trovi… Comunque per concludere, a chi si lameta delle cover e tribute band, direi di provare ad abitare a Pavia, dove i pochi locali che facevano live, uno è diventato una discoteca, e gli altri ho son chiusi o non suonano più.

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