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LINDEMANN – F & M

4 dicembre 2019

La fanteria della VI Ersatz aveva adempiuto al suo dovere. Due giorni erano trascorsi dal loro ingresso in città. L’obiettivo era di prenderla in uno: armati di semplici ma affidabili Mauser Karabiner, forza di volontà, convinzione di essere il miglior esercito del mondo e furore ideologico, alcuni; della sola paura di incorrere in una punizione esemplare o in una vera e propria esecuzione in caso di fallimento o indietreggiamento, tutti gli altri. La parola “diserzione” non era contemplata. In realtà, la via era stata precedentemente spianata dalle unità di artiglieria e dai Flak da 88 mm posizionati sulle colline antistanti la porta sud della città, ma solo parzialmente erano riusciti nell’intento. Tutti sapevano che la resistenza maggiore l’avrebbero incontrata proprio tra le rovine e le case abbattute: bisognava stanarli uno ad uno, quei bastardi – questo avevano detto, perché il Comando non aveva alcuna intenzione di distogliere ulteriori Panzer dai fronti più strategici. E avevano venduto cara la pelle, quei bastardi. I feriti gravi e quelli in punto di morte venivano lasciati a terra, la guerra lampo non aveva pietà per nessuno, tutti gli altri dovevano rialzarsi sotto le crudeli incitazioni degli Unterfeldwebel che gli urlavano in faccia Steh auf! Steh wieder auf! Alzati! 

Il Tenente Colonnello Mueller, a dispetto delle sue umili origini, si era sempre sentito membro naturale di una élite. Tendere al successo, il suo unico obiettivo. Aveva fatto una carriera misteriosamente rapida, passando in un solo anno di Campagna dal grado di Leutnant a quello attuale di Oberstleutnant: qualcuno andava sussurrando che avesse ucciso a sangue freddo il suo predecessore, improvvidamente caduto in un pozzo mentre tirava su le braghe dopo aver defecato. Nessuno, però, sosteneva questa tesi apertamente per paura di una sua reazione sicuramente violenta e definitiva. Del resto, un mese prima aveva personalmente fucilato due semplici schütze con l’accusa di essersi profusi di fronte agli altri camerati in opinioni antipatriottiche. Il fuoco negli occhi, tre pallottole a testa esplose con calma serafica e una chiosa sibillina: Von dem schädel in die beine, rotes band uns stets vereint, jeden tag und jede stunde… Blut! Qualcuno aveva tristemente commentato che nessuno merita la sfortuna di essere testimone di certe scene. Leggermente infastidito da una vittoria non completata nei tempi stabiliti, ma comunque fiero del successo tattico personalmente pianificato, attraversava il ponte tronfio sulla sua blindo, carico di una sicumera innata e una incrollabile fede nella propria superiorità. Pugni serrati contro i fianchi, la divisa impolverata ma le mostrine ancora lucide, l’occhio che andava prima a destra, poi a sinistra, a scrutare le insicurezze negli sguardi devastati dalle occhiaie della guerra dei suoi soldati in piedi e precariamente sull’attenti. Alle schauen mich neidisch an (tutti mi guardano gelosamente) si ripeteva, erfolg kriecht mir aus jeder ritze (il successo si insinua da ogni crepa), ich im rampenlicht. Gagliardo, andava ripetendo a sé stesso Sono il numero uno, primo posto, tutto o niente, poi empì i polmoni di aria nuova e fresco orgoglio e non trattenne uno stentoreo ICH BIN PLATZ EINS, JA!

Hauptmann Schneider era un uomo rispettato da tutti, dai suoi uomini ma anche dai superiori, mai si era tirato indietro di fronte al pericolo. Nonostante il suo grado, non esitava a buttarsi nel fango per aiutare un soldato in difficoltà e se c’era da sfondare un fronte era sempre pronto a fare la sua parte. Pare che nella vita precedente fosse un professore universitario molto stimato che, per convinzione o chissà per quale motivo meno nobile, aveva deciso di buttarsi nella Guerra da protagonista; probabilmente per non subirla. Diceva sempre ai suoi Io amo la vita, ma la vita non mi ama, mi dà calci, mi colpisce in faccia e non so il perché. Wer weiß das schon? Si avvicinava alla cinquantina e andava in giro con lo sguardo stanco di uno che le aveva già viste tutte, ma questa volta era più stanco del solito. Non era solo affaticamento fisico, sì, quella era la costante universale delle sue giornate, si disse, sarà forse psicologico. Ma da dove viene questo buco nel gilet? Tanta morte per conquistare una città di provincia, un misero ponte, una postazione strategicamente irrilevante, non capiva, non aveva molto senso tutto ciò, anzi, nulla aveva più apparente senso. Ich weiß nicht, wie ich heiße, ich weiß nicht, wer ich bin, weiß nicht, woher ich komme, ich geh’, weiß nicht wohin. Come è iniziato? Quando è iniziato? Dove sono stato? Cosa ho fatto? Pensò al suo terrazzo, ai bulbi che aveva invasato lo scorso inverno, sapeva che erano ancora lì sotto la terra, da qualche parte, e che prima o poi si sarebbero manifestati in colore. Avvertiva uno strano desiderio di mettersi a dimora, come i suoi bulbi. Quando la giornata volge al termine l’ultima luce è di fronte all’oscurità, non dovresti essere triste, domani il sole splenderà. Vai a dormire, pensò. Si appoggiò con la schiena al muro e si lasciò scivolare lentamente contro esso fino a ritrovarsi seduto. Finalmente seduto, si disse. Chiuse gli occhi. Schlaf ein, schlaf ein, schlaf ein.

Hemerich era un tiratore scelto. Il migliore. Un ometto che non arrivava al metro e sessanta che non avrebbe mai avuto le carte per arruolarsi se non fosse stato per l’intercessione di suo zio, personaggio misterioso, ricco industriale che pare fosse amico personale di uno che contava moltissimo presso l’Alto Comando. Qualcuno addirittura sosteneva che avesse prestato molti soldi al Partito in un momento di necessità. Aveva rifiutato la promozione a sottufficiale, non per indolenza o per paura di assumersi un carico troppo gravoso su di sé, ma semplicemente per un totale disinteresse nei confronti della carriera militare. Lo Stabsgefreiter Hemerich Krupp aveva un unico desiderio: ammazzare la gente. Un’altra cosa che gli veniva bene, oltre a sparare, era suonare la chitarra. Lo si riconosceva da lontano perché era l’unico a mostrare sempre un sorriso sardonico di soddisfazione dopo un’aspra battaglia. Con in braccio il suo mitragliatore FallschirmjägerGewehr di precisione, si aggirava per le strade devastate e fumanti della cittadina appena arresasi all’evidenza della forza con la placidezza di uno che portasse a spasso un neonato il sabato pomeriggio in centro. In quel silenzio irreale, la sua attenzione fu destata dalle note di una vecchia e familiare canzone che uscivano da una finestra aperta. Decise di andare a vedere. Scansando corpi, travi di legno e mattoni, salì le scale del palazzo ed entrò in quell’appartamento da cui proveniva la piacevole marcetta. Si chiamava Ach so germ, ricordò subito, parlava di un donnaiolo, amante dei piaceri della vita, un po’ come era lui, si disse, a modo suo. Si rese presto conto di essere finito in quella che fino a poche ore prima doveva essere la casa di un musicista, il quale probabilmente era fuggito o magari finito ammazzato sulle scale, forse era proprio uno di quelli che aveva scansato salendo. Nel mentre il disco finì, il grammofono girava ancora a vuoto, un rumore. Eccolo lì, sotto il tavolo, il nostro sorcio di un musicista, disse, ma allora non sei crepato? Vieni fuori, tranquillo. Portami la tua chitarra, non ti faccio niente… Poggiò il mitra al suo fianco e sedette sulla poltrona. Adesso siedi anche tu, ti voglio far conoscere una canzone tipica delle mie parti, me la cantava sempre mio padre le sere che tornava ubriaco a casa, senti come fa: Ich mag die Sonne, die Palmen und das Meer, Ich mag den Himmel schauen, den Wolken hinterher, Ich mag den kalten Mond, wenn er voll und rund, Und ich mag dich mit einem Knebel in dem Mund. Non ti piace? Perché sei così silenzioso? Forse hai il bavaglio della canzone in bocca anche tu? Appena finito di pronunciare queste parole, imbracciò fulmineo il mitra e scaricò addosso al prigioniero tutto il caricatore, riducendolo a poltiglia. Completamente ricoperto del sangue e pezzi di budella del fu musicista, riapparve nuovamente quel sorrisino sul suo viso; si affacciò alla finestra, fece un inchino come di fronte a un pubblico plaudente e disse: meine Damen und Herren, AI-AI-AI! (Charles)

4 commenti leave one →
  1. Fanta permalink
    4 dicembre 2019 23:10

    Racconto splendido. Faccio la fantasia che sia uscito direttamente dalla tua penna. Complimenti.
    Però hai sbagliato disco. Si adatta di più a questo:

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  2. alexgorodoom permalink
    5 dicembre 2019 17:05

    concordo….scusate l’ignoranza ma da che penna è uscito il tutto?

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    • Charles permalink
      5 dicembre 2019 17:17

      dalla mia. non sono ancora abbastanza importante da avere un ghostwriter

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      • alexgorodoom permalink
        6 dicembre 2019 06:32

        …… Hemerich mi ha fatto venire la pelle d’oca….. Scorci bellissimi di un epoca tristemente affascinante…… Mi sembrava di essere lì ad ascoltare la canzone sul grammofono…..

        Piace a 1 persona

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