Un disco per l’estate: KYUSS – Welcome to Sky Valley

Associavo dischi a fatti realmente accaduti nonché ai limiti dell’assurdo, tipo quella volta che fui inseguito, affiancato e infine fermato da un’ Alfa Romeo – se non erro una 159 – appartenente alla Polizia Penitenziaria di Sollicciano, lo stesso carcere che recluse Pacciani, allo scopo di farmi notare che stavo ascoltando la musica un po’ troppo alta. Era Storm of the Light’s Bane, e non sarei più riuscito a riascoltare il capolavoro dei Dissection senza tirare mentalmente in ballo quella paletta rossa esposta dal lato passeggero. Quando aneddoti simili si manifestano in prossimità dei quaranta, tutto è ancor più eclatante.

Avevo riletto il nome di Welcome to Sky Valley su Facebook, e nel farlo mi era tornata quella voglia d’ascoltarlo, che, mista alle torride temperature di questo luglio con le mascherine, si sarebbe presto tramutata in certezza d’ascoltarlo. Davanti a me si proiettava un tragitto d’auto in solitaria, una limpida autorizzazione a non lesinare sui volumi. Le casse Bosch che mi sono ritrovato sulla monovolume, per fortuna, non sono nemmeno uno sfacelo cosmico, oppure le mie orecchie di quasi quarantenne me li fanno ascoltare a volumi sì alti, ma non alti come usavo negli anni della paletta rossa. E dunque ho cominciato il mio viaggio, rumoroso e magnifico grazie alla compagnia sonora, ma stavolta privo d’un lieto fine.

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Mi passa davanti Gardenia nei suoi quasi sette minuti di durata, e nel frattempo macino centinaia di metri lungo un viale, in tardissimo pomeriggio, a una velocità pachidermica. Terza marcia, quaranta all’ora, il contagiri segna perennemente mille e cinquecento e non si schioda mai di lì. Una quiete che mi ha fatto ripensare a quando suonai in provincia di Pisa e, di spalla al mio gruppo thrash metal, c’erano questi tizi che rifecero Gardenia da cima a fondo.

Alla fine dell’esibizione corsi a ringraziarli: a rifletterci bene avrei dovuto chiedergli scusa, perché questi suonavano meglio di noi ma li avevamo, non so come e perché, di spalla. E poi, appunto, perché avevano rifatto tutta Gardenia. Quando arrivo in fondo al pezzo il riffone mi fa strabuzzare tutt’e due gli occhi, come se fosse la prima volta. E’ un’altra prima volta, pare.

Noto le stesse cose di sempre, come capita con quegli album che ormai hai letteralmente memorizzato, o meglio ancora metabolizzato. Sebbene io continui a chiamarlo con il nome sbagliato da una vita, e cioè, semplicemente Kyuss, perché sul lato stretto del case in plastica quello e nient’altro vi è scritto, non noterò più nulla di nuovo in Welcome to Sky Valley.

È parte di me, con Scott Reeder che confeziona note su note senza lasciare un mezzo spazio vuoto, come una uniforme e ancora fumante colata di catrame. Forse Nick Oliveri ha più gusto e personalità di lui, ma in realtà sono perfetti tutt’e due, e ciascuno dei due è adatto a certe occasioni piuttosto che ad altre. La pesantezza di suono di quest’album, probabilmente, fu la sposa ideale di Scott Reeder e del suo modo di sfasciare il quattro corde. Brant Bjork è come al solito impeccabile, mette fill su fill e adotta la sistematica devastazione del piatto ride tenuto a chissà quale angolazione; e John Garcia, ancora all’apice, non vanta una posizione di rilievo nel mixaggio come in Blues for the Red Sun. È allineato agli altri strumenti e nessuno di questi funge da protagonista assoluto, anche se Welcome to Sky Valley è l’album in cui balza all’orecchio il muro di chitarre e basso, cosa che in Blues for the Red Sun, piuttosto, accadeva a batteria e voce. Dunque si danno il cambio, e nel capitolo finale, il meno celebrato, l’amalgama dedicata agli strumenti rasenterà la perfezione, ricercando una delicatezza che ai Kyuss non avremmo facilmente pensato d’attribuire. Josh Homme è un compositore sopraffino, un ventunenne che pensa e arrangia brani come il predestinato veterano condannato ad esser emulato per intere generazioni a venire. Gestisce alla perfezione i crescendo (Demon Cleaner), le strutture circolari e le jam session generalmente occupanti le seconde metà dei brani. E pure le bordate di Odyssey e 100 Degrees, e quella di Supa Scoopa and Mighty Scoop quando questa decide di partire, portano la sua firma.

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Per pura coincidenza mi sparo tutto questo un attimo prima del tramonto, in un viale che spinge la circolazione automobilistica fuori dalla città, precisamente in direzione Ovest, per poi svoltare temporaneamente a Nord e infilarti dritto in autostrada, nuovamente rivolto a Ovest. Guido per minuti ininterrotti verso la palla rossa del sole con i Kyuss a tutto volume, imprecando, di tanto in tanto, per il solo fatto che tutto quanto rasenta la perfezione.

Ma quando arrivo in prossimità di casa Whitewater è da poco iniziata, e fra me e me teorizzo che non avrò alcun modo di portarla a termine.

A cento metri dalla destinazione trovo un posteggio singolo, fra due alberi: niente auto davanti, né dietro, niente conducente ottantenne che ti sfonda il paraurti facendo manovra con il Pandino e la sua quasi totale cecità. Niente parcheggio a lisca con cinquantenne isterica dalla temperatura corporea percepita di cinquantacinque gradi, pre-menopausa, che ti lascia la sua anomima vernice grigia agli angoli. Quel posto è perfetto, eppure, oggi non avrei sperato di trovarlo. Se fossi stato in ascolto dell’ultimo dei Grave Digger avrei fatto cinque giri dell’isolato e rincarato l’overdose acustica, lo so con relativa certezza.

Inizio la manovra. Parcheggiare un’automobile, oggi, è una puttanata colossale, che sia presente la telecamera posteriore o che tu ascolti i sensori. Me la prendo comoda: Whitewater è uno spettacolo, e la batteria si sta facendo sempre più consistente prima della definitiva entrata in marcia. Vado indietro e vedo il pioppo che si avvicina. La telecamera posteriore è un grandangolo, e dunque, le cose sembrano tutte un po’ più lontane rispetto alla distanza effettiva. Ma l’ho fatto centinaia di volte.

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Eppure sbaglio, giro tardissimo e dovrò ritornare al punto di partenza per riprovare: mi capitava con l’Opel Corsa priva di servosterzo, la mia primissima automobile a me intestata nel 2003. Ora è difficile che mi capiti, sarà la stanchezza.

John Garcia non è più furioso nel pezzo finale (in seguito troviamo un trascurabile brano nascosto in cui i quattro, letteralmente, si gingillano), e l’aria è quella della celebrazione. Sarà lo stesso in Spaceship Landing a degna chiusura del titolo successivo, il loro sigillo. Mi ci concentro un po’ troppo e sbaglio il parcheggio una seconda volta: adesso sono certo di quale sia il problema.

Non abbasso il volume: lo faccio sempre quando arrivo a parcheggiare, e nell’abbassare Black Laden Crown gli effetti avrebbero un che di liberatorio, la classica panacea. Whitewater a metà pezzo è un qualcosa che non si può abbassare. Parto in retromarcia un po’ troppo deciso e vedo quel pioppo nella telecamera che si avvicina come se la vegetazione di Evil Dead fosse arrivata fino a Sesto Fiorentino. Sento stridere.

Li metto in fila. Li metto tutti in fila e col pensiero li fucilo, abolendoli, una volta per tutte, dal calendario di Frate Indovino. La telecamera posteriore mi mostra un rametto di pioppo conficcato nella Ford poco sotto alla targa. L’ottantenne col Pandino, la donna di mezza età alle porte della menopausa: sembrano tutti affacciati dai palazzi a scrutarmi, come quelli che alle diciotto uscivano sul terrazzo durante il lockdown e sentivano il dovere morale si esibirsi. Piovono i moccoli, grandinano grossi come arance.

Rimarrò così fino alla fine di Whitewater, per poi scoprire che al paraurti non era successo praticamente niente: un veicolo in panne parcheggiato in obliquo con le quattro frecce accese, e questi bassi che fanno vibrare tutti i finestrini. Se per caso passasse un carro attrezzi mi porterebbe via di lì per pietà, e farebbe pure bene. Che cosa mi avete fatto, Kyuss? (Marco Belardi)

4 commenti

  • La collina su cui sorge il mio paese è stata orrendamente deturpata dalla presenza di gigantesche pale eoliche. Eppure…le osservo e ogni volta resto imbambolato, perché sembra di essere nella Sky Valley, la stessa che mi folgorò a 16 anni, quando durante una gita scolastica acquistai in diretta, per puro caso, un album che costrinse il me sedicenne per quasi un anno ad accantonare persino Maiden e Metallica!

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  • Lorenzo (l'altro)

    A essere cresciuti con Kyuss e Los Natas, ti pare di aver vissuto in un magnifico film di fantascienza.

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  • Welcome to sky valley é un viaggio spazio temporale. Nulla altro da aggiungere se non che mi mancano gli anni 90..

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  • Intramontabile!

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