Il trionfo di Bacco: ESKIMO CALLBOY – Hypa Hypa

Sono sempre stato un appassionato di fumetti. I fumetti hanno dato tutto aka il fumetto è morto, concetto che sento risuonare sin da quando ero infante e saltellavo verso l’edicola di Gianni, stringendo tra le dita sudaticce le monete in lire, per comprare Topolino. E io non sapevo cosa rispondergli a quei patetici chub larp di mezza età KEK. Da oltre venti anni che me lo dicono, che mi rompono il cazzo, che il fumetto ha dato tutto. E io non ho mai chiesto, me lo dicono e basta.

Da ragazzino stavo in fissa con le carte Magic. Iniziai prima dell’uscita dell’espansione Classic, e mi si diceva che l’avevano chiamata così perché le carte da gioco collezionabili avevano dato tutto. Me lo dicevano ragazzi un po’ più grandi di me, diciassettenni brufolosi che avevano raggiunto un tale livello di astrazione dal reale che neanche si preoccupavano di presentarsi al negozietto dove giocavamo a carte o a Final Fantasy indossando il classico felpone da casa con sopra evidentissime macchie di sborra incrostata.

E allora ti rendi conto che forse è tutto un problema di bias di conferma. Il metal ha dato tutto. Modelli predittivi in overfitting spaventosi. A questo punto potrei dire che in realtà è la chitarra che ha dato tutto; è la distorsione che ha dato tutto; sono i polpacci dei batteristi che hanno dato tutto; è il growl che ha dato tutto.

Dobbiamo rinunciare, nel metal, alla ‘cosa in sé’, così come i fisici rinunciarono all’etere inosservabile. Dobbiamo liberarci dell’ingenuo atteggiamento ‘realistico’, per cui si considera un genere musicale come una ‘cosa in sé’ di cui umilmente si studiano le proprietà, e comprendere invece che gli oggetti musicali esistono solo in quanto possiedono certe proprietà e certe relazioni con altri oggetti musicali. Queste relazioni e proprietà rappresentano tutti gli aspetti sotto cui un oggetto può entrare nel regno dell’attività musicale. Non si può e non si deve discutere ciò che le canzoni sono effettivamente: ciò che importa e ciò che corrisponde a fatti ‘verificabili’ sono la struttura e le relazioni. Uno dei risultati più fruttuosi dello sviluppo postulazionale moderno è stata la chiara indagine della necessità di rendere astratti i concetti. Vaffanculo la filosofia, è l’esperienza attiva che sola può rispondere alla domanda su cosa è che cosa.

Quale è, quindi, il significato intrinseco nella definizione di metal? Va a questo punto formulato un postulato fondamentale, estendendo i nostri concetti in modo da eliminare le eccezioni, e con questa definizione stabilire una corrispondenza perfetta tra oggetti musicali.

La definizione è: IL METAL È IL RIFFONE. Non importano l’ibridismo, lo strumento usato o utilizzato, l’arrangiamento: un pezzo è metal se e solo se ha il RIFFONE. Condizione necessaria e sufficiente.

Noi l’accettiamo, così come accettiamo in matematica assiomi e postulati, perché è intuitivamente plausibile e perché è utile per costruire un sistema musicale coerente. Quindi il mio postulato fondamentale equivale in realtà a una definizione. Formulare questa definizione, dopo essere stati condotti dall’intuizione che il metal ‘esiste’, significa gettare via la stampella intuitiva con cui si usa procedere col ragionamento a cazzo e rendersi conto che tutte le proprietà del metal possono essere espresse come proprietà del RIFFONE.

A questo punto ci viene in aiuto un’altra branca della matematica, quella che iniziò la geometria proiettiva con Da Vinci e Dürer, che un secolo fa portò alla topologia e che porterà ai cubi di Moebius ai tempi di Hyperion, ovvero lo studio delle proprietà degli oggetti che persistono anche quando gli oggetti sono sottoposti a deformazioni così profonde da perdere tutte le loro proprietà metriche e proiettive. Applicando alla lettera il teorema del punto fisso di Tichonov se ne deduce che il Metal è il RIFFONE e il RIFFONE è il POMPINO. Parlare di METAL o parlare di POMPINO è esattamente la stessa cosa. Dire che il metal ha dato tutto equivale a dire che il pompino ha dato tutto. E la cosa: non ha alcun senso (a meno che non ti si drizza più e si entri nel campo della nostalgia patologica1).

A che serve Stoya quando già abbiamo Paranoid? A che serve Another black day under the dead sun quando Gola Profonda è uscito nel ’72? Cicciolina è vecchia in culo e quando morirà il pompino scomparirà? No signori, il pompino non scomparirà, anche quando fra duecento anni i nostri piselli saranno irrimediabilmente mosci e un po’ egoisticamente ci farebbe piacere se con noi scomparisse anche il pompino. Per considerarlo nostro. Ma il pompino ci sarà. Possiamo cercare di prevedere come evolverà, che proprietà avrà. Ma ci sarà. Chissà quanto durerà un pompino medio. Chi lo eseguirà, con cosa, con chi e su chi. Come se ne godrà dal vivo e/o su quale supporto? Ci sarà forse la sborra al mentolo. Le mamme prenderanno la sborra al mentolo dai papà e ci faranno la glassa per le torte dei bambini. Il parlamento UE formalizzerà il pompino DOC per la raccolta della sborra in materiale apposito eco-friendly da consegnare il mercoledì sera porta a porta e da distribuire come cibo gratuito per i neri al fine di indennizzarli economicamente per le schiavitù passate;  o anche il pompino DOP per farci qualche birra artigianale che andrà di gran moda nel milanese, la sbirrorra. Forse cambierà la dentatura, o avranno tutti la lingua biforcuta al posto dei tatuaggi. E il pompino sarà lì, “identico a sé stesso e diverso da sé stesso, e analogamente identico agli altri e diverso da essi” come diceva Platone mentre sborrava in bocca a un bambino di dieci anni. (Masticatore)

1 La consapevolezza e la conseguente paura del logorarsi se stessi (perché di paura si tratta) si traduce nella paura che stiamo perdendo, oppure che abbiamo già perso, il valore profondamente rinnovativo e vitale, proprio in quanto costitutivo e primigenio, che il RIFFONE possiede. Ma questa paura è infondata. Il RIFFONE (il POMPINO) ha una forza metaforica che spesso non percepiamo e che, nonostante ciò, agisce e continua ad agire anche a distanza di decenni, riportandoci alle origini e a ciò che è corporeo e vitale. Più che apodittico, il metal è generativo ma spinge alle origini. Questa spinta alle origini è la risposta stessa del pompino in quanto eccedente il logos: non che lo oltrepassi o lo scavalchi; il pompino riempie la vita al punto di trasbordarla. Se ne imbeve completamente, ne rimane zuppa, ma allo stesso tempo avanza. E questo qualcosa è continuamente equivoco e insieme enormemente simbolico: il metal, rimandando costantemente ad altro, appare irraggiungibile perché parla altri linguaggi. Con la meccanica quantistica, ci si è definitivamente discostati dalla natura del tanto frainteso principio aristotelico di non-contraddizione – secondo il quale A è A e non può essere non-A: ¬(¬A) ⇔ A – avvicinandosi a una concezione eraclitea in cui A può decisamente essere non-A. Solo così si può vivere nella velata permeabilità, vale a dire, la mutua necessità, di quel terreno minato tra genealogia del pompino (che rimanda all’idea dello studio del pompino) e ricerca di senso del pompino (ovvero verso il proprio cazzo, la consapevolezza che il soggetto ha della propria cappella). Il metal, essendo caratterizzato dall’esuberanza, dal sovrabbondare, ha una tempra energicamente anfibia, iperinclusiva, che non conosce dicotomie. Perenne.

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