Penne alla pecora e polpette: GRAVE DIGGER – Fields of Blood

Sono uscito da lavoro e faceva un caldo pazzesco, e in più avevo ritirato della roba allucinante dalla trattoria convenzionata: penne alla pecora, tradizione campigiana che sanno cucinare davvero come si deve, e polpette di macinato e patate, panate in superficie e accompagnate da patatine fritte come a voler rincarare la dose. Richiudo lo sportello dell’auto parcheggiata al sole e l’abitacolo si riempie immediatamente di odori, come se avessi lanciato tutte le penne al sugo sul vetro frontale, così, per vedere che succedeva.

In sequenza tiro giù tutti i finestrini, mi tolgo quella mascherina di merda e apro Spotify. Cosa avevo detto di ascoltare? Ah, i Grave Digger, che guarda caso sono usciti un’altra volta con un disco di inediti.

Faccio partire Fields of Blood. Al primo semaforo mi attraversa una coppia col rosso, e io, spronato dalla fame e dall’incalzare di All for the Kingdom, li mando velocemente affanculo. Come tutte le volte che ritorno a casa il tragitto è un meccanico ripetersi di precedenze da dare, rotonde e autovelox, e gli avvenimenti che osservo raramente mi rimarranno impressi. Casi eccezionali come il pappone fiorentino, in auto con la ragazzina straniera fan dei Marduk, fanno capitolo a sé. Spesso incrocio un personaggio assurdo, il peruviano che gira per Novoli con una specie di triciclo e che si mette a fissare tutti coloro che lo guardano. Se vi osservate per un attimo mentre è al centro di un incrocio, lui si ferma lì e blocca il traffico anche per un minuto, e ti fissa: possibile non sia ancora finito su un cofano? Eppure, gran parte dei dettagli del viaggio di ritorno dal lavoro te li dimentichi non appena riapri il portone di casa, è sempre stato così e mai cambierà di una virgola. Nel frattempo i pezzi scorrevano ed ero già arrivato a parcheggiare, che neanche mi trovavo a metà disco.

 

Mi sembrava di non avere ascoltato niente, così mi sono ripetuto d’averlo assimilato nella circostanza sbagliata, quella del cervello spento. Avrei portato fuori Lord Satanachio e i suoi truci assistenti a pisciare, trangugiato il contenuto delle vaschette nel minor tempo possibile e infine ricominciato con Fields of Blood, non prima di un caffè bello pressato. Niente da fare, mi dispiace.

Ho riascoltato questo album più volte, e tecnicamente non ha niente di sbagliato: è Grave Digger in forma generica con coraggio pari a zero, questo, nel senso che gli altri album dell’ultima ora erano pari a uno. Dopo aver riesumato gli anni Ottanta, The Reaper e tutto quello che potevano riesumare – subito dopo Excalibur, se vi ricordate – i Grave Digger si inquadrano nella loro forma prediletta dai fan, e cioè suonano esattamente come a metà anni Novanta, tra cornamuse di merda e cavalcate che vorrebbero ricalcare le annate comprese tra Heart of Darkness ed Excalibur. Sembra facile.

Lo fanno riferendosi a una line-up di cui è reduce il solo Jens Becker, tenuto di fianco a un Chris Boltendahl che procede spedito verso i sessanta e che li dimostra proprio tutti, afono, svociato, inespressivo da tempo.

Lo fanno senza la benché minima motivazione se non quella di aggiungere uno o due diversivi alla scaletta del futuro tour europeo. È una vita che non li vedo dal vivo e ignoro quale sia il loro attuale target: andranno per la maggiore tra i fan del power metal dei Powerwolf? Oppure ci sono quarantenni disposti a fare chilometri per andare a vedere i Grave Digger nel tour di The Living Dead?

Lo fanno con questi suoni di merda tipici della Napalm e di altre etichette sprofondate nell’asettica comodità della modernità, dove la batteria sembra il solito Midi per risparmiare sui tempi da trascorrere in studio, e le chitarre paiono come gonfiate da una cannuccia infilata dentro al culo. Io che ho ascoltato per una vita intera Knights of the Cross che me ne faccio di una roba che vorrebbe suonare come Knights of the Cross, e che è suonata da degli spompati? Questo album è pure più incisivo degli ultimi due, non mi fraintendete. Eppure da un po’ di tempo inizio a fare i conti, e questi conti non mi tornano.

Lo fanno intitolando un pezzo Heart of Scotland, che è come un’ammissione in carta bollata: ci girava meglio allora, siamo spiacenti. E allora mi viene in mente che se penso benevolo, e se mi coloro gli occhi di arcobaleno, arriverò a dire che i Grave Digger pubblicano un album ogni due anni per poter vivere la loro passione per l’heavy metal senza sprecare neanche un minuto, tra quelli che gli rimangono a disposizione. ***risate di sottofondo in stile talk-show americano***

No.

Non si può più pensare benevolo quando questi ti intitolano il brano Heart of Scotland venticinque anni dopo Heart of Darkness, e ventiquattro dopo il disco più scozzese di tutti. È da puttanieri che escono con la scusa delle sigarette e trovano tutti i distributori fuori uso, un titolo del genere.

Al decimo album di una band che di buoni ne ha prodotti ben sette, tu arrivi a pensare che è una bella media, no? Al ventesimo allora che cosa ne pensi, se i buoni, da sette, al massimo sono diventati otto (Ballads of a Hangman)?

Ogni volta che rientrate in studio voi infangate una discografia che fino a Excalibur aveva pochissime cannonate sparate lontano dal bersaglio. Adesso è un vero disastro, e lo sarà ogni volta che realizzerete un album in funzione di quei tour europei dove varrebbe la pena ripercorrere il passato, piuttosto che annoiarci guardando ad un futuro che non c’è. Queste canzoni non funzionano, non hanno una melodia vincente o un riff lontanamente capace di trascinare: molto semplicemente l’heavy metal non è questo, e, se non è questo, allora lasciatelo suonare a quelli che hanno venticinque anni e che devono molto al vostro nome. (Marco Belardi)

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