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Don Belardi e i giovani d’oggi

6 settembre 2019

Un paio di mesi fa, al lavoro, ho incrociato un ragazzino sui sedici anni, con i capelli castani fino a quasi metà schiena e il giubbotto di jeans invaso di toppe. Ci aveva cucito sopra lo stemma degli Aura Noir, dei Craft, e un sacco d’altra roba scelta non proprio d’istinto. A distanza di una settimana ne vedo un altro che di faccia sembra la meteora juventina Paolo De Ceglie, solo che era all’incirca coetaneo del primo, anch’egli borchiatissimo e con indosso la t-shirt di Hvys Lyset Tar Oss. Punto primo: il metal non sta tornando a diffondersi per le strade del centro come nel 1998, quando perdevi il conto delle magliette e ti permettevi pure di schifarne alcune a tua scelta. Come seconda cosa, quest’anno posso dire di aver ascoltato una lunga serie di album concepiti e registrati da band giovanissime. E buona parte di queste aveva il giusto piglio, come quei due figuri che di sicuro stavano andando a devastare i bagni di una scuola superiore.

Vulture

Warchest, Inculter, Mortal Scepter, Contrarian, Vulture: fatta premessa che tra i suddetti potrebbe tranquillamente esserci qualche trentenne, il concetto è che questi hanno registrato al massimo tre dischi. Ora prendiamo cinque gruppi a cui ragazzi come loro possono essersi ispirati: rispettivamente dico Sadus, primi Sepultura, Destruction, Atheist ed Agent Steel. In nessun caso ho avvertito una reale sensazione di scopiazzatura, anzi, album come Fatal Visions potrebbero essere tranquillamente usciti nel 1987 per come ne ricreano il mood. Voi sapete come sia possibile una cosa del genere? Io no, ma ci sto riflettendo sopra da qualche settimana e penso che questi tizi qua – al contrario di me, che mi approcciai ai brasiliani proprio a partire da Schizophrenia – abbiano riletto l’evoluzione del nostro genere preferito al contrario, e successivamente stabilito cosa gli andava bene e cos’altro no.

Immaginatevi un pischello che mette su un album con quel poveraccio di Rob Dukes alla voce, apprezzando all’istante il lavoro svolto alla chitarra da Gary Holt. Poi va a ritroso, passa per quella bomba a orologeria che fu Tempo of the Damned, e alle origini della discografia di questi Exodus scopre un differente modo di far risaltare i medesimi riff. Giustamente gli garba da morire. Tom Hunting era preciso come un orologio anche agli esordi, ma nella testa di quel ragazzino passa una domanda: è solo uscendo nel 1989 che il thrash metal poteva suonare bene come in una The Toxic Waltz? Così si innamora degli anni Ottanta e vuole a tutti i costi che il suo disco suoni in quella maniera lì: vero, reale, tralasciando quell’heavy metal di mestiere che viene sdoganato oggi a suon di poster ritoccati in computer grafica. Lui le foto promozionali andrà a scattarle in un lercio capannone industriale abbandonato da qualche decennio; e tu, caro grafico, lavorerai con qualcun altro.

Il discorso appena concluso è esattamente il motivo per cui vado ripetendo che i Megadeth possono seguitare a deporre album validi come Dystopia, ma il fermo-immagine del 1986 con Poland e Samuelson gli cacherà eternamente sulla testa. Quello era lo speed metal meglio incarnato di ogni altro, mentre questo non è che la sua immagine riflessa in uno specchio: non deluderà mai, ma è poco autentica e Chris Adler che svolge un freddo compitino alla batteria è quasi da lacrimuccia. Mustaine all’epoca era un venticinquenne che si faceva, oggi è un repubblicano che prima di andare a dormire racconta un paio di confidenze al Cristo redentore aspettando che in risposta gli dica cosa ne pensa. Bello Dystopia, ma ci aleggia sopra tutta questa roba qua.

Baroness.jpg

Le inquietanti capigliature dei Baroness, il cui nuovo album mi ha piuttosto fatto schifo al cazzo

La cosa inizialmente lo fa pure sembrare un disadattato, al ragazzino che rimuginava sugli Exodus: relegato a un destino fatto di label minori, il che equivale ad autoprodursi ogni cosa sputtanando pure qualche soldo in più. Ma gli riesce bene, perché a vent’anni hai la testa sgombra e non ti sei già annoiato della ciclicità delle cose né hai maturato quel progresso tecnico come musicista che ti farà cambiare direzione, prendendo in taluni casi quella sbagliata. E ai soldi non ci pensi nemmeno, tu vuoi suonare come lo facevano i tuoi idoli, punto: i Venom per gli Slayer e via discorrendo.

A vent’anni sei libero da vincoli e preconcetti, e certe cose ti riescono molto meglio di quando potrai finalmente considerarti un professionista. Al contrario, persiste questa stupida tendenza da parte degli affermati colossi dell’heavy metal di volere allargare il proprio bacino di fan, e, con ciò, riuscire a piacere ai grandi come ai più piccini. Puttanata. Il gruppo grosso che mette sotto chirurgia estetica l’ennesimo album da intitolare con i numeri romani, per tanti che ne sono già usciti, in molti casi non capisce che, suonando nella maniera in cui immagina debba essere il metal adatto ad un pubblico giovanile, finirà col farsi ignorare proprio da questi ultimi e col deludere tutti gli altri. La risposta risiede forse nella mancanza di un vero e proprio trend oltre i primi anni Duemila: oggi stiamo assumendo doom e prog mischiati con qualsiasi cosa, abbiamo una scena metalcore americana già fatta di gruppi maturi e che corrono rapidi verso i quaranta, ma il trend di fatto non c’è perché sono i media ad esser fuggiti dal campo da gioco. Il trend era la roba dei Korn, non i Baroness. Per questo motivo voi veterani dell’heavy metal non saprete mai un cazzo di quello che vogliono i ragazzi, è tutto quanto molto frammentato e l’unica scelta saggia sarebbe quella di dar loro la migliore musica possibile. Suona quello che ti riesce bene, Wolf Hoffman, non andare da loro con una modifica strutturale di quello che ti ha meritatamente reso celebre. Falli venire da te, non fare come lo scemo di settantacinque anni in jeans col risvoltino, gilet smanicato e berretto alla Benjamin Price che incrocio ogni maledettissima mattina a Novoli. Il mood lascialo ricreare ai ragazzi, piuttosto. Sono loro che devono stabilire le regole future, e almeno in termini di thrash metal sembra non ci sia alternativa più saggia di questa: oltre una certa età, o appartieni alla nobile scuola di vita e pensiero di Saint Vitus o Darkthrone, oppure sei soltanto uno che timbra il cartellino per mandare avanti il circo dei Wacken e degli Hellfest. (Marco Belardi)

 

2 commenti leave one →
  1. Sergente Kabukiman permalink
    10 settembre 2019 10:25

    Come sempre articolo interessante, ma ora mi chiedo che cazzo ci fai a Novoli.

    Mi piace

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