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I DESTRUCTION non erano bravi a Risiko: lo dice la scienza

8 gennaio 2019

Pochi generi cinematografici mi hanno appassionato quanto i film di guerra. Addirittura per un periodo avevo allargato i confini della mia fissazione per il bellico, procurandomi e leggendomi mensilmente questa collana di fumetti chiamata Super Eroica; insomma ero finito totalmente sotto con quella roba, e il Vietnam fu sicuramente il conflitto capace di intrigarmi di più. Questo perché, in quell’occasione, tutto fu impostato davvero malissimo.

Un film su tutti descrisse abilmente le maldestre strategie militari statunitensi di quegli anni: Hamburger Hill: collina 937 di John Irwin. Il regista inglese aveva appena fatto il botto con il caciarone Codice Magnum, e si lanciò in un progetto un tantino più cruento e politicizzato, una pellicola che a dire il vero passò in secondo piano a causa dei quasi contemporanei Platoon e Full Metal Jacket. Nel cast c’erano perfino un giovanissimo Don Cheadle e Dylan McDermott, l’inseminatore seriale della prima stagione di American Horror Story. In sostanza, la narrazione era incentrata su di una missione secondaria che prevedeva la conquista di un obiettivo geografico, e questa cosa è realmente avvenuta nel 1969, trasformandosi rapidamente in una disastrosa perdita di unità. Gli Stati Uniti la presero per davvero quella collina, situata ai confini con il Laos e presidiata da poche unità nemiche, che avevano il netto favore della postazione di sparo rialzata ed una visuale di tiro pressoché a 360°. Ma una volta conquistata, non seppero effettivamente che cosa farsene. Si trattava semplicemente di ripulire un territorio non propriamente strategico dalla presenza del nemico, ed impiegarono una sorta di esercito per togliere di lì giusto qualche anima ben mimetizzata.

La stessa cosa è accaduta in Germania a fine anni Ottanta, ai Destruction ed in particolar modo a due soggetti poco avvezzi agli estenuanti tatticismi del Risiko come Schmier e Sifringer. I due erano rispettivamente bassista/cantante della band e chitarrista: come trio, al terzo slot riguardante la batteria avrebbe potuto esserci chiunque (per un breve periodo li aiutò in tour Chris Witchhunter dei Sodom, dato che non avevano ancora rimpiazzato Tommy Sandmann) ma è l’abbandono di una delle due figure principali che avrebbe mandato in malora tutto quanto. E puntualmente, accadde. Ma che c’entra il Vietnam con il gruppo autore di Eternal Devastation?

Hamburger Hill: collina 937

Ai due scalmanati generali tedeschi capitò qualcosa che, se ci pensate bene, è tipico di un po’ tutte le band. A partire da quella in cui avete suonato in prima persona, passando per qualche moniker underground e per i nomi più influenti e celebri, l’evoluzione di un gruppo dipende molto spesso – più che dalla ragionata pianificazione – dall’accrescimento tecnico dei suoi singoli membri. Il chitarrista è quello che, in due casi, può apportare le maggiori migliorie, spostando con un rischio incalcolabile gli equilibri che il tempo aveva consolidato: sarà così se è lui ad occuparsi della scrittura dei riff o se si occupa dell’arrangiamento degli stessi, e di sicuro farà almeno una delle due cose. Di conseguenza è impossibile che una band proto-black mantenga le caratteristiche di In The Sign Of Evil, se in soli tre anni il leader è passato da un Grave Violator a Frank Blackfire. La storia dei Destruction differisce da quella dei Sodom per il fatto che Mike Sifringer aveva gradualmente cominciato a suonare meglio, curando gli arrangiamenti e delineando uno stile che, purtroppo e per cause di forza maggiore, il gruppo non avrebbe potuto mantenere intatto a lungo termine. I grandi classici della band li colloco tutti nel primissimo periodo, da Total Disaster a Curse The Gods, e passando per la mia canzone preferita dei tedeschi che era senza alcun dubbio Death Trap. Ricordo pure che Eternal Ban era diventata la mia hit simbolo di quel periodo in cui girellavo per vari canali mIRC bestemmiando, e facendomi cacciare senza una precisa ragione. Ma ricordo anche che nessun album dei Destruction è complessivamente bello quanto lo è Release From Agony per il sottoscritto. E’ come se la maturazione dei due musicisti simbolo fosse giunta al punto d’un botto: in esso vennero ridotte ai minimi termini le caratteristiche minimali ed estreme tipiche dei precedenti, ma non per questo Release From Agony finiva per risultare meno oscuro di essi. Vi basterebbe Signs Of Fear per convincervi di ciò, e in linea di massima era tutto quanto molto bello fatta eccezione per un paio di pezzi un po’ più ordinari, e situati nella seconda metà della scaletta. Survive To Die in chiusura, però, la trovai meravigliosa. Era il cosiddetto lavoro della maturità, un po’ come Terrible Certainly dei Kreator, ovvero quell’istante in cui una bella fica va per la prima volta dall’estetista, ma in un primo approccio conserverà il buon senso necessario a non lasciarci cinquecento euro, per uscire di lì conciata come un grottesco albero di Natale con le tette. Si da’ un’aggiustatina che risalterà le sue migliori caratteristiche e – una volta tornata in giro – costringerà tutti i maschi del quartiere a girare il capo. Pochi anni dopo, ci si farà anche prendere la mano con quest’estetista, conciandosi come una escort di lusso e pubblicando Coma Of Souls. Che è ganzo per davvero, ma è proprio lì che iniziano a mancarti tantissime cose di lei.

Se Release From Agony risultò così affinato fu anche merito di un certo Harry Wilkens, dato che la band era diventata un quartetto da circa un anno, e non in molti lo avrebbero notato. Dopodichè ci fu il Vietnam. Sifringer, in questa cosa dell’avere iniziato a suonare meglio ci si rotolava con piacere, ed anche se la produzione di Release From Agony non rese giustizia a questo aspetto, le cose stavano esattamente così. Non era diventato di colpo Tommy Vetterli, ma un buon mestierante dotato di una certa capacità nella scrittura. Gli venne in mente di evolvere il thrash metal dei Destruction, poichè in quegli anni tirava forte il techno-thrash e pure in madrepatria si era venuta a formare una corrente tutta sua, alimentata dai Deathrow del bellissimo Deception Ignored, dai Mekong Delta e perfino dai Sieges Even dei fratelli Holzwarth. O almeno per quello che riguardava Life Cycle, piuttosto che il resto della loro seguente e folle discografia. Questo aspetto devastò Schmier dall’interno, dato che già Release From Agony – lì la sua migliore prova vocale di sempre – non lo aveva soddisfatto.

I Destruction finirono di scrivere Cracked Brain e in pratica Schmier cominciò a rompere sempre più le palle fino ad essere licenziato: a detta sua, le coordinate della band avrebbero dovuto rimanere inchiodate sull’aspetto più truce e minimale, mentre Sifringer necessitava di sfoggiare i suoi miglioramenti tecnici e creativi, sempre all’interno della stessa creatura in cui era cresciuto. Ne risultò un album per niente brutto, estremo quanto lo potevano essere i Paradox e cantato da un certo André Grieder, nato in Svizzera. Questo tizio aveva già fatto le backing vocals per la band in passato, ed era noto per i suoi trascorsi nei Poltergeist dei quali – se proprio volete sentire qualcosa – potreste mettere su quel Behind My Mask che mi comprai a scatola chiusa in un negozietto di Firenze, come se avessi trovato un lingotto d’oro fra i suoi scaffali. Quell’album, giusto per ritornare ai Kreator, da’ la stessa sensazione di passo in avanti che poteva trasmettere un Extreme Aggression, ma è molto meno riuscito di esso e in molti lo avrebbero ricordato – più che per altro – per l’ennesimo tentativo da parte di un gruppo musicale di qualunque filone, di coverizzare la solita My Sharona (The Knack). Furono opzionati pure Robert Gonnella degli Assassin e Flemming Ronsdorf degli Artillery per rimpiazzare il deluso Schmier, e se posso dire la mia, quest’ultimo ne sarebbe stato il sostituto ideale. Ma non ci fu niente da fare, Sifringer voleva portare avanti il suo discorso e farlo possibilmente a modo esclusivamente suo, un po’ come chi pretese di stanare ogni Charlie dai labirinti sotterranei costruiti nella giungla più ostile.

DESTRUCTION-RELEASE-FROM-AGONY-1988.jpg

Schmier overreacts to Cracked Brain’s songwriting process

In contemporanea, si poteva quindi presagire che Schmier avrebbe fondato la band capace di incarnare il Male meglio di ogni altra, una sorta di Sarcofago biondi e pieni di lentiggini o giù di lì. Tutte cazzate, Schmier poteva tranquillamente restarsene nei Destruction anziché aspettare dieci anni per tirar fuori All Hell Breaks Loose con essi. Avremmo infatti riascoltato la voce acida del cantante di Friburgo sotto forma di un progetto chiamato Headhunter. Che poi non erano un grappolo di perfetti sconosciuti con lui al microfono, dato che alla batteria ci sarebbe stato un certo Jorg Michael: gli Headhunter cacciarono fuori ben tre dischi negli anni Novanta, e vennero alla luce sotto forma di un power/speed mediamente caciarone, ma comunque più reale e sopportabile dei più recenti Panzer (ennesimo supergruppo di casa Nuclear Blast, che sentitamente ringrazio per non avermi fatto sentire la sua mancanza). Con gli anni sono venuto a maturare l’idea per cui Schmier, in realtà, sia stato violentemente cacciato dai Destruction perché colto ad acquistare wurstel di pollo, o qualcosa di simile. Sul serio, non ci credo che Release From Agony fosse un discorso da non portare avanti perché gli frullavano in testa gli Headhunter, favorendo così l’abbandono totale di uno come Sifringer, il quale sarebbe finito in balia delle peggiori cose mai incise da una band tedesca. Permettere a Sifringer di combinare quelle cose, fu pura cattiveria.

risiko.jpg

Non impiegherò più di qualche riga per descrivervi i tre album che Sifringer mise alla luce per evolvere i suoi personalissimi Destruction. Che poi erano l’omonimo, rarissimo ma in qualche modo ce la feci e quindi mi toccò ascoltarlo originale, seguito dal terrificante Them Not Me e da The Least Successful Human Cannonball, una sorta di competizione con gli stessi Headhunter volta a scrivere il peggior titolo possibile, vinta da questi ultimi con A Bizarre Gardening Accident del 1992. Gli album dei Destruction che nessuno vuole mai nominare allo specchio, col timore che gli si materializzino alle spalle, consistevano in un inconsistente groovy-thrash avvelenato dai Novanta, e che in Europa già altri avevano provato a mettere in pratica con risultati sempre migliori, tipo i Gurd di Addicted nei quali appunto militava V.O. Pulver dei Poltergeist. Se vi piacciono i Forbidden dei due album più criticati, Distortion e Green, date una chance ai Gurd. The Least Successful Human Cannonball finì per risultare uno dei peggiori album di sempre, caratterizzato da qualche riff simpatico come potrebbero essercene in Remains degli Annihilator, e da canzoni che in nessun caso sfociano in qualcosa di realmente utile. E batte i due predecessori poiché entrambi erano degli EP, mentre alla terza uscita fu presentato molto più materiale: quindi ci fu molto più lavoro dietro, e Sifringer ebbe molti mesi per ripensarci e tornare sui propri passi, ma sappiamo quanto quegli anni abbiano fatto malissimo a una marea di gente.

Aggiungo inoltre che quella roba fu tutta quanta autoprodotta, chissà per quale motivo, e che in un’epoca revivalista come quella che viviamo non attendo altro che il tour in cui, per qualche oscuro motivo, i Destruction decideranno di risuonarli da cima a fondo richiamando per l’occasione Thomas Rosenmerkel al microfono, mentre Schmier ri-registra i vecchi classici degli Headhunter. Non ascoltatelo, e piuttosto ripensate a quella volta in cui Mad Butcher distrusse tutto quanto al Rock Planet di Pinarella di Cervia, ovviamente in compagnia di Sodom e Kreator, oppure ai migliori album post-reunion, come The AntichristMetal Discharge oppure Spiritual Genocide. Ma quello, vi prego, lasciatelo a macerare su YouTube. (Marco Belardi)

 

4 commenti leave one →
  1. weareblind permalink
    8 gennaio 2019 15:51

    I Destruction fanno cacare. Da quando hanno combinato il casino in Puglia. I fratelli pugliesi non lo meritavano.

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  2. 9 gennaio 2019 14:11

    ecco… ci stavano pure le credenze con i barattoli di sottolii

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