Avere vent’anni: VADER – Litany

litany

Litany mi diede delle grosse preoccupazioni.

Se con i Kyuss seppi ricollegare l’improvviso malfunzionamento delle pessime casse installate in auto alla mia smania di godere dei bassi tipici del gruppo statunitense, nel caso dei Vader caddi un po’ dalle nuvole. Il buon Doc aveva combinato un bel macello, e chissà quante altre vittime fece prima d’abbandonarci.

La storia è questa: misi su Litany, appena acquistato a scatola chiusa, e mi accorsi che c’era decisamente qualcosa che non andava. Ma era diverso da quella volta con i Kyuss, perché l’impianto era perfettamente in funzione e non c’era stato quello sgradevole stridere e scoppiettare che ridusse in silenzio l’abitacolo sulle note di Blues for the Red Sun. Stavolta lo sapevo. Non avevo sfondato nulla dentro a quegli sportelli, ma avvertivo ugualmente una gran sofferenza.

In situazioni del genere il concetto di problem solving ti porta a pensare a una serie di soluzioni da Windows 95, tipo spegnere, riaccendere e vedere che diavolo succede. Girai a sinistra la rotella e le cose andarono decisamente meglio. Ma volevo davvero ascoltare Litany dei Vader allo stesso volume dello Zoo di 105?

Rimisi tutto a manetta, ovvero, come i polacchi meritavano d’essere ascoltati, e nel giro di cinque minuti avrei buttato via un altro paio di casse, ritrovandomi in fretta e furia dall’elettrauto di fiducia.

“Solitamente di serie non installano prodotti che hanno una gran resa, Marco”. 

Parentesi: non è come quando ti si rompe la lavastoviglie, che per una settimana rigoverni a mano e ti tieni l’anima in pace. Se nel 2000 mi si sfondavano le casse in auto, la dovevo risolvere sul momento, oppure ero fritto. Proprio come le casse.

Lui se la rideva sotto i baffi, in quell’officina minuscola di Granatieri, segmento di San Colombano, frazione di Scandicci. In poche parole, un buco di due isolati con tre capannoni industriali, un campetto per giocare a pallone in cui feci l’assist della vita, e questo elettrauto qua. Mi domandò incuriosito: “Ma si può sapere che roba ci vuoi ascoltare, lì sopra?”. Presi Litany e, ridendo molto più di lui, gli suggerii: “Mettilo in un qualunque lettore, ma sta’ attento perché poi ne avrai due di coppie da sostituire”. All’improvviso mi sentivo come il romagnolo che deve truccare la Fiat Abarth e installarci il più potente impianto Bose in circolazione per andare a fare lo zarro in riviera, con l’abitacolo che emana un misto di Arbre Magique al muschio della Val Gardena e quella rucola di merda con cui riempiono le piadine. Stavo davvero ragionando di quella roba con un elettrauto, e gli avevo appena consegnato un disco dei Vader.

Avete presente come inizia Wings? Al quinto colpo di cassa e piatto crash stoppato, l’elettrauto aveva già esclamato qualcosa alla Vergine Maria che ora io non ripeterò, perché altrimenti si chiude subito baracca.

Forse Litany era un po’ meno bello di De Profundis e Black to the Blind. Ma è tuttora il loro album definitivo, la miglior formazione che i Vader abbiano mai avuto, in evidente stato di grazia, aggiungo, con un pezzo apripista che divenne rapidamente la loro canzone più celebrata. Da quel punto si poteva solo discendere, e per quanto un Welcome to the Morbid Reich mi abbia relativamente esaltato, i Vader, con quel bombarolo di Doc alla batteria che sfondava le casse alla gente mixando i dischi alla bastarda, furono proprio un’altra cosa. (Marco Belardi)

Would you do the same if I shed my pair of wings? 

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