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I Queens Of The Stone Age erano semplicemente Josh Homme

25 settembre 2018

Immaginatevi questo tipo, Josh Homme, che a soli venticinque anni ha già mandato a fare in culo la band che lo rese famoso. Quel gruppo, i Kyuss, aveva un sound pesantissimo eppure colonizzava le programmazioni serali di MTV con le varie Green MachineOne Inch Man. Gli prende il pazzo, e non sarà neppure l’ultima volta. Supporta gli Screaming Trees nel tour di Dust, inoltre inizia a suonare insieme a un sacco di gente in una città, Seattle, dove ci si cuoce a puntino ancor più che nella sua Palm Springs. In pratica le sue frenetiche collaborazioni daranno il via ad una serie di registrazioni interessantissime, o almeno così sarebbe stato nel corso dei primi anni, e che si sarebbero protratte fino al periodo di Songs For The Deaf. Il materiale di questo singolare progetto finirà per arricchire i dischi dei suoi Queens Of The Stone Age fino a un paio di lustri a questa parte; si parla ovviamente dello sfortunato Era Vulgaris, il disco della sperimentazione a tutti i costi che per buone ragioni si sarebbero filati in quattro o cinque. Lì avremmo trovato Make It With Chu, roba appunto delle Desert Sessions.

Ma i Queens Of The Stone Age, di preciso, chi cazzo erano? Presero il nome da un’uscita di Chris Goss dei Masters Of Reality, che aveva prodotto fra gli altri pure Blues For The Red Sun e voi tutti avete presente in che modo. Con lo stesso monicker, utilizzato in via del tutto ufficiale dal 1998 in poi, avevano già tirato fuori un paio di split ovvero quello con i Kyuss stessi, e quello con i Beaver. I Queens Of The Stone Age erano semplicemente Josh Homme, che aveva bisogno di un batterista e di conseguenza riciclò quello di And The Circus Leaves Town. Uscirono così, con lui che incideva quasi tutto e si prendeva ancora una volta la briga di cantare, anche piuttosto male se lo confrontiamo con quanto fatto in seguito, e se si esamina il contesto era perfetto proprio per quel motivo. Se Rated R sarà l’album della maturazione e dei primi singoli di successo, se Songs For The Deaf verrà considerato dai più il loro capolavoro definitivo e Lullabies To Paralize potremo ricordarlo per il suo fascino vagamente dark e retrò, il disco omonimo del 1998 – ecco, solo ed esclusivamente nel suo caso – è come se si aprisse e si chiudesse un capitolo completamente a sé stante.

Queens Of The Stone Age è un episodio del tutto scollegato dal resto della loro discografia: le chitarre non sono più una bomba atomica come nei Kyuss ma il concetto è pur sempre quello, soltanto che sputano riff ai limiti del punk e gli arrangiamenti, quel vivere a pieni polmoni di blues degli anni passati, è stato rivisto sotto un’ottica del tutto minimalista in cui il tempo scandito dalla batteria si rivelerà, nella sua veste così scarna, un elemento fondamentale. E poi come ho detto sopra c’è Homme che canta scoglionato e sguaiato come non mai, il basso che dà spesso il via ai brani, l’ossessività di Regular John seguita a ruota dalla pesantezza di Avon; ma anche quel capolavoro di Mexicola e l’irresistibile tiro mirato di Give The Mule What He Wants. Non ho mai capito – piuttosto – quella minchiata totale di Hispanic Impressions, e ci deve essere per forza un motivo scatenante che non solo l’ha portato a registrarla, ma pure a ficcarla qua dentro, e mio malgrado non lo conosco.

Un album che non è facile capire e che sono convinto i loro fan odierni, di Villains e dei suoi stramaledetti ritmi ballabili, neanche conoscano. Perché è un capitolo a sé stante, e da Rated R inizierà un’altra storia fatta di celebrità e di vertiginosa scalata al successo, che avrebbe rigettato Josh Homme nel giro delle copertine e dei videoclip. Qua, per una volta, gli era piaciuto da matti comandare restandosene coi piedi ancorati per terra. E tutto questo mi manca da morire. (Marco Belardi)

3 commenti leave one →
  1. Fanta permalink
    25 settembre 2018 20:40

    La butto lì, così. Non è una critica, apprezzo molto quello che fate e blah blah blah. Ma perché c’avete sta fissa strana per questi qua?
    Ci investite un sacco di tempo, energia, parole, eccetera. Voglio dire, mi pare sia una passione condivisa da molti di voi qua sopra. Personalmente comprai quasi per caso Songs for the deaf, sulla scia di quel cazzo di video cui si ricorda pure mia nonna e che passava su MTV e Rock tv almeno una dozzina di volte al giorno. Quello del cervo investito che si rianimava per fartela prendere a male e poi si vendicava, o almeno così mi pare. La prima volta che lo vidi, alle 4 del mattino, ero mezzo fatto e mi sembrò una ficata. Anche da lucido mi suscitò simpatia. Così buttai sti 15 euri e tutto sommato fui soddisfatto. Bel dischetto da mettere su tra un tramezzino (eheheh), una badilata di thrash vecchia scuola o un vinile di sano black metal senza stronzate post-gaze, shoe-freign o benzodiazepine.
    Ogni morte di papa lo riascolto con piacere. Lo conosce pure la mia amica finto-alternativa che poi va ai concerti degli U2 e che finisco per insultare perché mi fa senso, porco dio. Dio bono, anzi. Poi quando mi sento più baffetto e occhialuto anch’io provo ad allungare la mano da Discoteca Laziale, per arraffare Rated L. Poi rinuncio. Perché, appunto, c’ha la copertina troppo laziale per chiamarlo Rated R.

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    • weareblind permalink
      26 settembre 2018 07:36

      Io manco so chi sono. Belardi sei mostruoso, ma di giorno vivi, o lo passi ad ascoltare musica 24/24?

      Mi piace

    • Sprite permalink
      26 settembre 2018 08:34

      fermi tutti!
      è arrivato fantarecchia!
      meno male che c’è lui che spiega le cose

      Mi piace

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