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SCIAO RAGASSA: tre pareri sul nuovo dei RAMMSTEIN

25 maggio 2019

Charles: I Rammstein odierni sono un gruppo che strizza l’occhio praticamente a tutti. Con Deutschland lo strizzano ai fan storici che vogliono il chitarrone in quattro quarti e il videoclip (tra i più belli e professionali mai visti) coi lager, gli ebrei e il coro Deutschland Deutschland über allen che fomenta (ma pure Zeig Dich e Tattoo alla fine possono sortire un effetto similare); con Diamant e Was Ich Liebe alle gotiche trippone vestite di pelle e pizzi che vogliono ascoltare canti teteschi mentre fanno all’ammore coi loro fidanzatini emo; con Puppe ai metallari che vorrebbero ancora considerarli un gruppo metal (a me questa ha dato anche un po’ fastidio); con Radio proprio a quelli come me che ritengono i Rammstein di oggi debbano limitarsi a fare solo singoli dritti e acchiapponi con gli effettini elettronici; con Ausländer alla signora che stacca i biglietti al tagadà e mette i dischi il sabato sera alle giostre durante la festa patronale del paese. E così via. Nel complesso, nonostante alcuni filler, non si può dire che sia un brutto disco e non credo nessuno degli appartenenti alle categorie su esposte abbia l’animo di sostenere il contrario, visto che è stato confezionato per soddisfare e/o deludere nessuno in particolare, ma con particolare attenzione alla signora delle giostre, però. È un po’ pochino dopo dieci anni di pausa? Beh, sì.

Marco Belardi: Non ricordo di avere mai perso la testa per un album dei Rammstein al primo ascolto. C’è quello che rimane lì, come Reise, Reise che continuo a considerare il loro meno riuscito, oppure il discreto Rosenrot, ed altri capaci di lievitare fino a farmele canticchiare quasi tutte. Perfino Mutter alla prima non mi prese tantissimo. E così, dopo reiterati ascolti dell’omonimo appena uscito, ho notato che in molti hanno sostenuto che i tedeschi potevano fare di meglio. Non mi trovo assolutamente d’accordo. Rammstein per quello che mi riguarda è giunto a destinazione: mi piace più degli ultimi tre, meno dei primi tre; è un disco che sta in mezzo. Giacché ritengo che uno davvero brutto non lo abbiano mai fatto, è un complimento di quelli belli. E poi Till Lindemann è un tizio nato nel 1963, come James Hetfield per intenderci. Cosa volete da uno del 1963, il capolavoro? Credevo che i Rammstein fossero i nuovi Metallica quando vennero fuori con Mutter: finalmente una band fresca e capace di riempire gli stadi con show pirotecnici, personalità a secchiate, e questi inni da urlare in coro o da mettere in sottofondo mentre voi, neo-dittatori di uno staterello ai confini con la Cambogia, state radendo al suolo qualche piccolo villaggio rurale per costruire al suo posto la nuova base aerea. I Rammstein sono una ficata, come dicevo al Cortesi, la ripetitiva partita di pallavolo in cui si gioca sempre lo stesso schema ma c’è una marea di culi da guardare. I Rammstein non li conosco ma sono Amici miei.

Considerato che hanno superata la cinquantina in media, ti guardi addietro e ti senti una merda se davvero pretendevi da loro il nuovo Sehnsucht, o la nuova Sonne. Non hanno fatto né l’uno né l’altra, no. Hanno fatto di meglio. Decisamente metalloni ed oscuri in Liebe Ist Fur Alle Da, oltre che con una minore propensione per la forma singolo, i Rammstein dei dieci anni d’attesa ritornano in pompa magna: produzione da discone di punta, semplicità come parola d’ordine e una bella elettronica, fuorché quando sembra stia iniziando Closer dei Nine Inch Nails, leggasi Was Ich Liebe. Anticipato da due videoclip semplicemente pazzeschi, Rammstein ridà vita ad un aspetto della loro attività che pareva avessero ridimensionato proprio da Reise, Reise in poi: il lavoro in studio. Ed è il massimo numero di giri a cui questa macchina, ai tempi rodata e oggi invecchiata, poteva arrivare. Sarebbe stato da ingrati sperare in una vetta più elevata di quella toccata da Rammstein. Godetevelo, e urlate Deutschland con loro se vi capiterà l’occasione di (ri)vederli dal vivo, il loro habitat naturale, quello in cui fanno i danni maggiori.

Ciccio Russo: Dopo i primi ascolti mi sono detto anch’io: embé, tutto qui? Inevitabile, dopo dieci anni di attesa. E, soprattutto, dopo due singoloni della madonna come Deutschland e Radio, che avevano alzato le aspettative oltre il lecito e dal vivo faranno sfracelli. Segno che, quando hanno voglia, i tedesconi sanno ancora piazzare qualche colpo letale. Il problema è che la voglia non la hanno più –keine lust. E questo da un pezzo, forse addirittura da quindici anni, ovvero dall’uscita a distanza di un mese l’uno dall’altro di due album ancora ispiratissimi come Reise Reise e Rosenrot, uno sforzo creativo immane che li lasciò presumibilmente svuotati. Già allora quel che dovevano dire lo avevano detto. Allora ben venga un disco leggero leggero come questo. I Rammstein sono un gruppo di ultracinquantenni sazi, soddisfatti e senza nulla più da chiedere a una scena che li vide protagonisti di un’ascesa vertiginosa. Se proprio devono pubblicare un nuovo album per giustificare un nuovo mastodontico tour, meglio vederli cazzeggiare che sforzarsi di essere quello che non sono più come nel precedente, noiosissimo, Liebe ist für alle da, dove l’unico pezzo davvero memorabile era quello stupido, ovvero Pussy.

E che cazzeggio fosse la parola chiave lo si era capito pure dai progetti a latere usciti nel frattempo. Gli Emigrate di Kruspe, dediti a un’elettronica non proprio trascendentale (e proprio dagli Emigrate arriva Olsen Involtini, che ha prodotto il disco: per la prima volta non c’è Jacob Hellner ed è una cesura significativa). O le varie scorribande soliste di Till Lindemann, dal disco a quattro mani con Peter Tagtgren (che confesso di aver rivalutato parecchio) al recente flirt con la trap. La drammaticità di un tempo si respira solo in Puppe, una delle più atroci favole nere uscite dalla penna di Lindemann, e le canzoni più tradizionali, come l’insulsa Tattoo e la più nerboruta Zeig dich (dove i cori da chiesa hanno l’unica funzione di distinguere il pezzo da altri basati sullo stesso riff), sono anche le meno interessanti. Molto meglio la cafonaggine che più crucca non si può di Sex o il tanzmetall tamarro di Ausländer, che al primo ascolto vi farà aggrottare le sopracciglia e al secondo vi farà canticchiare con un sorriso imbecille sciao ragassa take a chance on me. Va bene così, dai.

3 commenti leave one →
  1. vito permalink
    25 maggio 2019 09:31

    I Rammstein sono dei gran cazzoni e io li adoro !

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  2. Cure_Eclipse permalink
    25 maggio 2019 10:36

    La frase in italiano devo dire che me l’aspettavo, prima o poi, dopo che hanno usato inglese, russo, spagnolo e francese. La cosa divertente è che quel “sciao ragassa” mi fa pensare al ventennale dei Kurnalcool, quando Andy Silver ha fatto intonare al pubblico il mitico “bellu ragasso, tuttu casso” e altre frasi di dubbia provenienza.

    Il disco è abbastanza figo, dai.

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  3. El Baluba permalink
    27 maggio 2019 09:30

    boh io non so cosa si aspettasse la gente da questo nuovo lavoro dei Rammstein. Rosenrot e LIFAD non erano sti gran capolavori, pur possendendo ognuno dei brani che spaccavano. Purtroppo non ho avuto ancora modo di approfondire bene, ma direi che mi trovo sostanzialmente d’accordo con il sor Belardi. C’è tutto quello che serve in un disco dei Rammstein, la prima metà del disco viaggia che è una bellezza, mentre ancora non ho ben assimilato la seconda. Ma devo ammettere che per me fino ad ora è un gran bel disco

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