BIG FOUR: giù le mani dagli Anthrax

Instaurare un dialogo sui Big Four non è fruttuoso e nemmeno sensato, perché di solito il tuo interlocutore tenterà la meschina sostituzione di uno dei quattro nomi, con buona probabilità gli Anthrax, in favore di Testament o Exodus.

Comprendo perfettamente i perché del ritorno di fiamma per certe lussuose formazioni un tempo relegate alla seconda fascia, ma la cosa non ha comunque una sua logica. Chi sia stato più prolifico o seguito nell’ultimo ventennio è un elemento che non costituisce alcun rilievo. Essere uno di quei quattro è possibile se sei stato il collante d’una generazione intera, e non solo: significa averlo fatto mentre il thrash metal era una cosa germinante e non bollita o in odor di celebrazioni. I Big Four sono dunque inamovibili, e il motivo per cui gli Anthrax debbono restare fra quei quattro è talmente palese da non meritare neppure un articolo a riguardo.

Gli Anthrax erano il thrash metal.

Non assomigliavano proprio a una band, piuttosto a un porto di mare.

Charlie Benante non era presente nella prima formazione, e lo stesso Dan Spitz sostituì Greg Walls, provenendo niente meno che dagli Overkill. Ma ci ritorneremo fra un po’, e il primo che ora approfondirò sarà il bassista.

Dan Lilker in un futuro prossimo avrebbe elaborato un mescolone di denuncia politica, sociale e ambientale che neanche un telegiornale odierno, il tutto a dispetto dei supereroi e dei fumetti tirati frequentemente in ballo da Scott Ian. Probabilmente le derive anthemiche urlate da Neil Turbin nel debutto Fistful of Metal non gli diedero neppure il modo di comprendere le mosse imminenti, ma Dan Lilker, a prescindere dall’ottimo responso commerciale ottenuto in seguito dai suoi colleghi, sarebbe capitato nel luogo a lui più adatto. E comunque avrebbe respirato la loro stessa aria un anno più tardi, nei S.O.D. Ci tengo a precisare che le ragioni della sua dipartita dagli Anthrax sono particolarmente varie: alcuni ritengono se ne sia andato di spontanea volontà, altri, fra cui lo stesso Scott Ian, ammettono che ci fossero evidenti problemi fra lui e la band (troppa erba nei polmoni, frequenti dimenticanze e reiterati atteggiamenti non affatto professionali) ma che la cacciata sia stata operata niente meno che da Neil Turbin. Ma quanto durerà, lo stesso Neil Turbin, in quel porto di mare che erano gli Anthrax?

A sentire Fistful of Metal non fischia nelle orecchie la scena East Coast, caratterizzata da quella massiccia presenza dell’hardcore punk che fece le fortune degli Agnostic Front o dei Carnivore di Peter Steele, o di tanti gruppi più puristi e che contribuirono alla formazione d’un gigantesco agglomerato, piuttosto che di una scena nel senso stretto del termine. Si inizia con Deathrider, uno di quegli attacchi frontali sulla scia di Whiplash dei Metallica: un solo ascolto e il riff ti rimarrà per sempre nella testa. Eppure gli Anthrax erano già allora gli Anthrax: Metal Thrashing Mad, oltre a tirare in ballo un termine iconico e già orecchiato in quel “you’re thrashing all around” urlato un anno prima da Hetfield, dà il via alle danze con quella batteria chiassona in battere che diverrà il timbro personale di Charlie Benante. Poco importa se l’album è disseminato da quegli assoli alla Kirk Hammett messi in chiusura ai pezzi, un’usanza già tipica di Kill’em All: gli Anthrax hanno un carisma pazzesco e necessitano solo di limare alcuni aspetti un po’ grossolani.

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Scott Ian

La sostituzione di Dan Lilker con Frank Bello pare formalità, anche se io uno così avrei preferito sequestrarlo piuttosto che lasciarlo andare. Quella di Neil Turbin con Joey Belladonna è un’altra cosa, e inaugurerà un problema con i cantanti capace di protrarsi nei decenni.

Joey Belladonna (Bellardini, il suo cognome reale) aveva appena collaborato con i Bible Black, un gruppo hard rock comprendente nomi come Andrew McDonald, successivamente nei Blue Cheer, e Craig Gruber, il bassista del debutto dei Rainbow, ma, per sua sfortuna, non di quel Rising uscito giusto un anno più tardi. Spreading the Disease vede la luce diciotto mesi dopo Fistful of Metal, comportando una maturazione che ha del pazzesco. È l’anno in cui Benante incide i blast-beat su Milk dei S.O.D., per poi ritrovarsi a discutere sulla paternità di questi ultimi per tutta una vita.

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Charlie Benante

Il bello di Joey Belladonna, invece, è che ha una passione smisurata per voci classiche come Robert Plant e Ronnie James Dio, e che, al netto di una tecnica più che buona, riuscirà a implementare elementi tipici degli anni Settanta da tutt’altra parte: in Spreading the Disease la cosa funziona alla grande, e basta ascoltare A.I.R. per comprendere quanto il gruppo abbia rapidamente svoltato. Il disco è pazzesco, spinto dall’ultraottantiana Armed and Dangerous, già anticipata nell’omonimo EP, e da Madhouse, uno dei singoli più celebri del gruppo statunitense. Un altro episodio che personalmente adoro è Gung-Ho, un delirio di doppia cassa e tremolo picking che concluderà in maniera lungimirante la parentesi “classica” degli Anthrax. Da allora si smette di respirare quel mood puramente ottantiano, e i nuovi Anthrax, quelli della svolta, prenderanno il sopravvento. Ironia, e un’attitudine divertita e in controtendenza a quel metal pessimista, che, a ragion veduta, non la smetteva di trarre ispirazione da una società catastrofica e autodistruttiva, dall’ambiente in rovina, dalla guerra e dalla morte. Gli Anthrax riusciranno a narrare codeste cose col sorriso e combinando un chiasso pazzesco. È la loro versione del thrash metal in contrasto con quello della Bay Area: sposterà il baricentro solo un po’ più in là e applicherà il concetto di recitazione e pagliacciata goliardica a un filone che era partito digrignando i denti, con i muscoli in bella vista e l’aria d’una ribellione annunciata. Loro si mettono a giocarci sopra, e, soprattutto mediaticamente, il piano funzionerà alla grande.

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Nuclear Assault, e, fra questi, alcuni ex Anthrax molti anni più tardi

Altra precisazione biografica: all’uscita di Among the Living, il loro capolavoro per antonomasia, gli Anthrax produrranno per la prima volta due album consecutivi con la medesima formazione, in un assetto che aveva mutato molteplici facce prim’ancora che Fistful of Metal vedesse la luce. Erano passati di lì, oltre a Turbin e Lilker, nomi come Greg D’Angelo, già nei White Lion nonché futuro fido di Zakk Wylde negli anni Novanta, e poi un certo Matt Fallon. Quest’ultimo si creerà la non invidiabile fama di cantante apripista, battendo prima la strada a Joe Belladonna e poi a Sebastian Bach, dopo aver militato per qualche tempo negli Skid Row prima che questi assumessero in pianta stabile la celebre voce di Slave to the Grind. Ma il percorso degli Anthrax era stato così dall’inizio, tanto che, prima di Neil Turbin, era passato al microfono niente meno che John Connelly, anticipando così la futura coppia vincente dei Nuclear Assault di Dan Lilker. Gli Anthrax arrivano a registrare Among the Living e sono i soliti di due anni prima.

Joey Belladonna

In compenso, Dan Spitz si concede una prima scappatella alla corte di due soggetti già noti: uno è il solito Andrew McDonald dei Bible Black, l’altro Carl Kanedy, lo storico e primo batterista dei Manowar, entrambi intenti a creare una sorta di big band, i Thrasher, in uscita nel 1985 in contemporanea a Spreading the Disease con il loro unico album Burning at the Speed of Light. Nel loro speed metal, articolato, ma comunque di stampo classico, mettono la firma un sacco d’ospiti speciali fra cui Dan Beehler degli Exciter, Billy Sheenan dei Mr. Big, quel Jack Starr appena uscito dai Virgin Steele, James Rivera degli Helstar, e appunto Dan Spitz. Il membro degli Anthrax che un giorno tutti avrebbero rimpianto, e che finì per inguaiarsi nella solita marea di casini legati alla vita privata.

Ma ritorniamo al presente. È il 1987 e gli Anthrax diventano una sorta di modello. Definiscono il connubio fra metallaro e punk in una East Coast in ebollizione assoluta, su cui svettano gli Overkill, con Rat Skates e Bobby Gustafson ancora fra le file, mentre gruppi come Biohazard e Madball sono ben distanti dall’esordire. Gli Anthrax prendono parte a estenuanti tour, in supporto a un album che è un contenitore di classici come Among The Living, Caught in a Mosh, la magnifica I am the Law riferita a Judge Dredd, e Indians.

Al raggiungimento di un picco, di solito ci si avvia verso una lenta o rapida fase discendente: gli Anthrax si manterranno su livelli pregevoli per altri sei anni, tra mascotte (Not Man), la celebrazione ossessiva del mosh e la definizione totale di un’estetica che cozzava con lo stile metallaro negli anni Ottanta, e che ebbe la funzione di “ponte” con quella del decennio successivo. MTV ne andò pazza, anche se nel 1991 a fare il suo gioco sarebbe stato qualcun’altro.

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Dan Spitz

Gli Anthrax cadono nel limbo delle cover, ed è la loro salvezza commerciale. Innanzitutto il thrash metal stava diventando sempre più oscuro e articolato, e, al contrario, una questione leggermente meno attitudinale che in principio. Nell’anno di …and Justice for All la risposta di Ian e Benante è formulata a nome State of Euphoria, un album pesante, dai toni seriosi nonostante le consuete citazioni cinematografiche e letterarie che già contraddistinsero le precedenti uscite. Il suo problema è quello di doversi confrontare con due titoli particolarmente ingombranti, e con una scena in profonda mutazione e che va incontro agli Anthrax solo su alcuni aspetti. State of Euphoria inizia con due brani meravigliosi, Be All, End All, dall’indimenticabile pattern melodico, e la seguente Out of Sight, Out of Mind, una autentica bomba a mano capace di rivaleggiare con l’energia del disco precedente. Per il resto State of Euphoria è il disco di Antisocial, uno dei principali motivi del successo commerciale degli Anthrax a fine anni Ottanta. Antisocial radicherà dappertutto, come una pianta infestante: nelle discoteche rock, in MTV, in radio. Ed è una cover dei Trust, i francesi che l’avevano pubblicata sull’album Repression del 1980. Gli Anthrax fanno di quel brano un autentico capolavoro, uno di quegli stravolgimenti che giustificano il coverizzare come un’arte nell’arte e non come il galleggiare sui successi altrui. State of Euphoria soffre di una appena percettibile sofferenza artistica, tanto che, di esso, in aggiunta ai classici menzionati sopra, apprezzerò giusto un paio di brani posti nella seconda metà, Now it’s Dark e soprattutto l’energica Misery Loves Company.

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Frank Bello

Nel 1990 esce un album pazzesco, l’ultimo dell’epopea thrash metal degli Anthrax. Tra il 1990 e il 1992 l’heavy metal classico godeva ancora di buona salute mediatica, nonostante il grunge stesse lavorando ai fianchi un impero come quello di Headbanger’s Ball per trarne un nuovo e inedito movimento adolescenziale, e che avrebbe contagiato un po’ tutti, veterani del metal compresi. Non c’era molto tempo, dopodiché il thrash metal sarebbe entrato in congelatore nell’attesa d’interessare nuovamente a qualcuno. Persistence of Time esce sul mercato circa al terzultimo anno utile. Faccio una premessa per non essere frainteso: Persistence of Time non ha i pezzi di Spreading the Disease o Among the Living, e, a fronte di questo non trascurabile fatto, mi sarà impossibile affermare che ne sia superiore. Ma è l’album degli Anthrax che suona meglio definito. Arrangiamenti, produzione, riuscita dei pezzi: in Persistence of Time non c’è una sola virgola fuori posto e fra i suoi titoli vanno segnalati Belly of the Beast, l’accoppiata iniziale e la potentissima Gridlock, oltre a Keep it in the Family. Vi è un’altra cover, Got the Time di Joe Jackson, già energica e ritmata nella versione originale del 1979 e per questo motivo meno rivoluzionaria d’una Antisocial nella sua trasposizione firmata Anthrax. Il bello di questo album è che, in controtendenza ai suoni compressi e asciugati che tutti andranno ricercando dai primi vagiti del techno-thrash alle annate di Terry Date, gli Anthrax pretenderanno un corpo tutt’altro che prosciugato. Ascolti una nota di Persistence of Time e lo riconosci all’istante, e scusate se è poco.

La prima era Belladonna si chiude discograficamente nel vortice della discussa collaborazione con i Public Enemy in Bring the Noise, apparsa su Attack of the Killer B’s, un album di b-side (come suggerito dal titolo), brani eseguiti dal vivo e riarrangiati, e, ancora una volta, cover. Ottima, in esso, Protest and Survive dei Discharge, con quel muro di chitarre che già avevamo apprezzato in Persistence of Time.

Le porte cominciano nuovamente ad aprirsi e chiudersi, in entrata e in uscita. A breve sarà il turno di Joey Belladonna, sostituito dal cantante più versatile che potesse provenire dalla più classica delle band, dopodiché toccherà a Dan Spitz senza alcun rimpiazzo immediato, o almeno non fino a quel Rob Caggiano che oggi ritroviamo nei Volbeat. Gli anni Novanta e le loro contaminazioni potevano rivelarsi un terreno fertile per la band di New York, nonostante la scelta azzeccata di John Bush e un’attenzione che MTV non gli negò neanche quando l’angolino dell’heavy metal fu ritagliato oltre lo scoccare della mezzanotte. Eppure qualcosa non sarebbe andato nel verso giusto: gli Anthrax, i paladini della lotta anti Reagan e dell’attitudine thrash metal anni Ottanta, erano finiti fuori tempo massimo. E dovranno pubblicare più di un dischetto, reclutare un Dan Nelson e quasi annunciare a sorpresa Corey Taylor al microfono, e poi scrivere Worship Music per uno e farlo cantare a un altro. Ma, in un modo o in un altro, la loro storia avrà comunque un lieto fine.

John Bush e gli Anthrax

La mancata gratitudine verso la figura che negli anni bui letteralmente permise loro di galleggiare, beh, quella non ebbe alcun lieto fine. John Bush è il cantante che sostituì il cantante ideale degli Anthrax, e, al momento di essere nuovamente rimpiazzato, per il sottoscritto fu una follia: era John Bush, ora, il cantante ideale degli attuali Anthrax, e non più lo storico. Ma Worship Music, un bell’album colmo di canzoni adatte a John Bush, se lo sarebbe preso Belladonna, e questa è storia recente. Ho una nota di rancore quando scrivo o parlo degli Anthrax, perché la piega presa nei confronti di Bush è sporca della stessa ingratitudine già vissuta altrove da un Tim “Ripper” Owens: buone prestazioni, se non addirittura buoni album, e un sacrificio in nome delle logiche di mercato pur di ritornare in tour con la faccia giusta in primo piano. Non lo dimenticherò mai, eppure sono maggiormente sconvolto da coloro che vorrebbero mettere i Testament al posto degli Anthrax. (Marco Belardi)

11 commenti

  • Che poi, bastava fare un Big Five ed eravamo tutti contenti

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  • Grande post scritto da un Metallaro vero, c’è un motivo se vi porto in primo piano sulla schermata dello smartfon

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  • Trovo anch’io che la reunion con Belladonna sia stata una cosa pessima; oltre al fatto che, per quel che mi riguarda, l’unico disco davvero da mandare negli annali è sound of White noise. Non so se dovevano stare nel big four, big five o che cazzo, e del resto sono sempre meglio di quelle cisti al culo dei metallica.. ma io agli Anthrax ho sempre preferito gli Overkill

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  • Infatti dovrebbero mettere i testament o gli exodus al posto dei megadeth non certo degli anthrax

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  • Secondo me gli Anthrax hanno sempre avuto una marcia in più in fatto di pettinature.
    Io sarò vecchio ma continuo a pensare che il cantante perfetto per loro sia sempre stato Neil Turbin…..

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  • Degli Anthrax mi piacciono 4 pezzi in tutto, ma hai ragione sulla loro importanza nella generazione stessa della scena. Per ogni dettaglio, l’autobiografia di Ian è ottima: I’m the man.

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  • Lorenzo (l'altro)

    Oppure possiamo vederla cosi: sono gli Slayer che in realtà non c’entrano. Sono proprio un’altra cosa.

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    • Bravo, di fondo è così. Il ponte tra trash e death, con cattiveria fisicamente palpabile. Pochi al mondo danno il senso di violenza come gli Slayer e nessuno prima di loro.

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  • Tra “cisti al culo” Metallica e “Testament al posto dei Megadeth” non so quale scegliere come commento più ridicolo… cioè, Master of Puppets e Rust in Peace, così per citarne solo due…

    Riguardo all’argomento principale, gli Anthrax hanno tutto il diritto di essere Big 4, ma non la stessa qualità artistica generale delle altre 3 band che ne fanno parte. Comunque ottimo articolo.

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  • roberto fiorili

    Chiunque ha vissuto quegli anni (ottanta e primi novanta) sa benissimo chi fossero i Big Four del thrash, all’epoca, anche se non erano chiamati così. Il “franchise” attuale non ha fatto che riprendere quel concetto. Gli Anthrax facevano parte di quei quattro, anche se a me non piacevano molto (ma in concerto erano trascinati come pochi) e ho preferito dischi di Suicidal Tendencies Testament, Xentrix, e Vendetta.
    Il resto è fuffa, revisionismo d’accatto.

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  • Visti qualche anno fa a Trezzo in apertura agli Slayer… Infinitamente più divertenti e dinamici della band di King e soci. Detto ciò, i Big 4 sono i Big 4, non si discute.

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