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Avere vent’anni: marzo 2000

31 marzo 2020

IN THE WOODS… – Three Times Seven on a Pilgrimage

Michele Romani: Three Times Seven on a Pilgrimage rappresenta l’ultimo atto della prima fase di carriera degli In The Woods, visto che dopo questo lavoro i norvegesi si sciolsero per riaprire i battenti 16 anni dopo. Non si tratta a dir la verità di un vero e proprio nuovo disco, ma di una compilation che racchiude i tre sette pollici pubblicati nel corso della carriera più tre inediti. Il primo di questi è White Rabbit, che contiene il pezzo omonimo (una cover dei Jefferson Airplane) e Morning the Death of Aase dal primo immenso lavoro, anche se in questo frangente completamente rivisitata. Il secondo Let There Be More Light contiene la suddetta cover dei Pink Floyd e la psichedelica Child of Universal Tongue, brano che in qualche modo anticipa le sperimentazioni presenti in Strange in Stereo. Il terzo e ultimo Epitaph prosegue sempre sullo stesso schema: una cover dei King Crimson e la splendida e malinconica Karmakosmik, semplicemente uno dei più bei brani composti dagli In The Woods. Gli inediti presenti confermano (se mai ce ne fosse bisogno) tutta la genialità della band di Kristiansand, per una pubblicazione che riassume in pochi brani la continua evoluzione che hanno avuto nel corso degli anni.

Giuliano D’Amico: Ho sempre avuto uno strano rapporto con gli In The Woods. L’entusiasmo suscitato da Heart of the Ages, probabilmente causato dalle affinità elettive con i Ved Buens Ende, si spense subito per le velleità decisamente troppo alte di Omnio e dei suoi successori, facendomi presto perdere interesse. A Three Time Seven arrivai per caso, incuriosito dalla presenza di cover di King Crimson, Pink Floyd, Syd Barrett e Jefferson Airplane, e il risultato fu meglio del previsto, ovvero che le cover valevano la pena di essere ascoltate, al contrario del resto. White Rabbit è ben fatta, così come Epitaph, che colpì molto una cara amica a cui passai il disco una decina di anni fa. Come sottotitolo del suo account Skype scrisse Confusion will be my epitaph. Qualche mese dopo si tolse la vita. Il sottotitolo è ancora là.

DIO – Magica

Trainspotting: Questo disco lo ascoltai nell’estate del 2000. Ero in vacanza-studio a Londra, da giovine metallaro che mentre tutti andavano in pellegrinaggio per i luoghi beatlesiani della swingin’ London si alzava presto e scappava fuori dalla finestra insieme a un altro tizio per andare a visitare i negozi di cd usati a Camden Town. Questo altro tizio si chiamava Marco, che per la sua somiglianza con Andre Matos e per una sfortunata serie di sincopi e crasi linguistiche finì per essere per sempre ricordato come Marco Tossico, la qual cosa contribuì a disintegrargli la reputazione nonostante non fosse per niente un tossico. Costui si comprò questo Magica, completamente al buio e conoscendo Ronnie James Dio solo di fama, e dunque finimmo per sentirlo a ripetizione durante le nostre tre settimane di permanenza. Continuavamo ad ascoltarlo perché era un disco nuovo (quindi bisognava sentirlo fino a farcelo entrare in testa: era questa la vita prima di internet) e anche perché era di Dio, quindi doveva per forza essere un capolavoro e se noi non lo capivamo era colpa nostra, che eravamo piccoli e inesperti. Però ci sembrava moscio, spompato, senza tiro, senza alcun pezzo davvero memorabile e soprattutto, incredibile considerato il contesto, non riuscivamo a tirarne fuori alcuna melodia da cantare ubriachi in stanza la sera. Ed era vero che eravamo piccoli e inesperti, ma era pure vero che Magica è un disco del cazzo, totalmente inutile, che ti dimentichi nel momento stesso in cui finisci di ascoltarlo. È brutto da dire, dato che è un disco di Ronnie James Dio eccetera, però è così. Ma era comunque meglio dei suoi dischi immediatamente precedenti, ragion per cui all’epoca fu salutato come una buona ripartenza.

OLD MAN’S CHILD – Revelation 666

Marco Belardi: Nel 2000 c’eravamo già smaliziati, e dunque l’acquisto di un album a scatola chiusa, purché proveniente da una band alla quale ti eri affezionato, fu rapidamente sostituito dal sospettoso ascolto di preview messe a disposizione dalle stesse case discografiche. Il grado successivo era costituito da Napster. Se Revelation 666 fosse uscito due anni prima l’avrei certamente comprato, ma appunto, uscì nel 2000. Capii che era finita la pacchia appunto dalle preview, che, se ricordo bene, scaricai direttamente dal sito di Century Media, e non so neanche spiegarvi perché: sesto senso, facevano schifo al cazzo, non mi sorprendevano più. Certamente uno di questi motivi. Quelli di The Pagan Prosperity erano stati una cosa fichissima, e quelli di Ill Natured Spiritual Invasion ancora m’andavano bene nonostante l’eccessivo ricorso al thrash metal e quel Gene Hoglan che si insinuava dappertutto alla stregua dei protagonisti di Parasite. La magia era già finita, due anni prima avrei potuto scegliere la mia canzone preferita da un ventaglio di quattro o cinque titoli piuttosto forti. Ora non più, e Galder s’accingeva a prendere il suo posto a tempo indeterminato nel gruppo più zarro di sempre.

STEEL PROPHET – Messiah

Trainspotting: Questo disco è una bomba atomica e gradirei davvero che lo ascoltaste, tutti. Certo, è tendenzialmente rubricabile come power metal, ma non ha nulla a che vedere con ciò che all’epoca si definiva in questo modo. Innanzitutto a causa della provenienza losangelina, che riporta gli Steel Prophet nell’alveo del vecchio power americano, roccioso e spesso indulgente in ritmiche thrash; poi per la stretta parentela con i primi Crimson Glory, anche se già a partire da Messiah, il loro quarto disco, la band di Steve Blakmoor aveva iniziato a scrollarsi via quell’ingombrante influenza, che nonostante tutto rimane sottesa e largamente percepibile sullo sfondo; e infine per un approccio meno caciarone e assolutamente non fumettoso. Variegato, potente, melodico, fresco, solido, perfino raffinato: questo è davvero un gioiellino ingiustamente poco considerato e che farebbe la gioia di molte persone orfane di quel tipo di suono. Basterebbe la traccia eponima a garantire per la bontà di Messiah, ma i cali di tensione nelle undici tracce dell’album sono rarissimi: se non lo conoscete fareste meglio a rimediare al più presto.

ULVER – Perdition City

Giuliano D’Amico: Se questo non fu il primo disco degli Ulver di cui aspettai con trepidazione l’uscita, fu sicuramente quello a cui cercai di prepararmi meglio. Acquistato il giorno della pubblicazione nella versione limitata simil-Playstation, portato subito in un parco cittadino per essere ascoltato interamente con il discman, Perdition City doveva essere la conferma del mio sospetto, e cioè che tutto era irrimediabilmente perduto. Come ho scritto altre volte, non sono un grande fan del teorema degli Ulver, che ritengo un po’ troppo volgare e semplicistico, ma riascoltato il primo giorno, una settimana, un mese, un anno e poi venti anni dopo, l’impressione è sempre la stessa: che gli Ulver fossero diventati un’ottima band ambient/jazz (vedi i primi due pezzi, Lost in Moments e Porn Pieces or the Scars of Cold Kisses), per poi arenarsi ogni volta in elucubrazioni cervellotiche e senza senso (il resto del disco fino alla chiusura di Nowhere/Catastrophe). Prima cocente delusione giovanile, insomma, Perdition City è anche il primo album che portò gli Ulver al medio/grande pubblico internazionale. Se negli anni hanno continuato a farsi ascoltare, è in gran parte merito di Perdition City. Magra consolazione, ma tant’è.

KRISIUN – Conquerors of Armageddon

Marco Belardi: Nel 2000 i brasiliani Krisiun scrissero una canzone che mi è rimasta in testa, intendo per sempre. Parlo della title-track di quest’album, che è semplicissima e mi prese con l’impeto d’un fiume in piena. Me la ricordo ancora molto bene, l’introduzione prolungata e pure quel giro un po’ alla Angelcorpse che c’era fra una strofa e l’altra. Hatred Inherit la seguiva a ruota e aveva uno schema praticamente identico al suo, belle le atmosfere alla Nile sotto all’assolo di chitarra, ma metteva una discreta voglia di finirla lì. Poco più tardi li avrei visti dal vivo di spalla ai Morbid Angel, a Bologna, e mi lasciarono un’impressione ancor peggiore che su disco. Si prendevano spazio per gli assoli, batteria inclusa, mettevano in mostra i muscoli e un assalto assolutamente frontale ma sotto sotto anche un po’ fine a sé stesso. Ma alla fine dei Krisiun mi rimarrà impressa la sola Conquerors Of Armageddon, settima traccia di quest’album qua, che poi è anche il migliore della loro discografia. Ultimamente hanno saputo tirar fuori alcune cose davvero interessanti, ma è qua che toccarono l’apice, e, allo stesso tempo, è sempre qua che persero tutto il mood dannato e lercio del debutto Black Force Domain, puntando tutto su una soluzione che aveva l’ignoranza battagliera di Once Upon the Cross, e una voglia di strafare alla quale neanche i peggiori Deicide si concessero.

TROLL – The Last Predators

Michele Romani: Ricordo che ai tempi ero fomentatissimo dall’uscita di The Last Predators, seconda fatica dei Troll che aveva l’arduo compito di confrontarsi con il demo di culto Trollstorm Over Nidingjuv e soprattutto il fantastico Drep De Kristne, una delle cose migliori uscite in Norvegia ai quei tempi. Cinque minuti dopo aver messo il cd nel lettore però mi prese un totale sconforto, tanto che ebbi il forte sospetto di aver acquistato il disco di un gruppo omonimo e non quello della creatura di Nagash. Una volta appurato che fossero proprio loro il commento non potè che essere uno: The Last Predators è una cagata pazzesca, un disco che non ha senso di esistere, tre quarti d’ora di simil-industrial black metal suonato male, cantato peggio, con davvero nessun momento degno di nota. Della magia dei “vecchi” Troll non rimane assolutamente nulla, pensavo che almeno dopo 20 anni riuscissi a trovarci qualcosa d’interessante ma nulla, fa più cagare di prima. La recensione può anche concludersi qui.

AQUA – Aquarius

Gabriele Traversa: Purtroppo Aquarius non è Aquarium (che era un best of involontario), ma era e resta un disco di un’autorevolezza e di un fascino incredibile ancora oggi. Diciamo che dopo tre anni di Barbie Girl, Doctor Jones e My Oh My sparate a tutto volume a tutte le ore del giorno in ogni luogo dell’universo, nel 2000 il fenomeno Aqua cominciava un po’ a sgonfiarsi (infatti poi si sciolsero, la reunion posticcia del 2011 neanche la commento); ma i nostri drogatelli del profondo Nord decisero comunque di salutarci come si deve, ovverosia con una manciata di singoli devastanti. Le due divertentissime tracce d’apertura (Cartoon Heroes e Around the World) e la ballad We Belong to the Sea non hanno certo bisogno di presentazioni, men che meno da parte mia, che all’epoca di Aquarium ero un ragazzino moccioloso che giocava con la paletta e il secchiello al mare, e, all’epoca di Aquarius, un ragazzino moccioloso col Gameboy, sempre al mare. Non nascondiamoci dietro un dito: gli Aqua sono l’infanzia di tutti noi, e va benissimo così.

SHEAVY – Celestial Hi-Fi

Marco Belardi: Ovvero, il giorno in cui Steve Hennessey si mise a fare il furbo. Gli sHEAVY sono sempre loro: dalla costruzione di Stingray – part. II capisci perfettamente da dove escono fuori, e cioè, che furono una cover band dei Kyuss. Da tutto il resto giungi irrimediabilmente al cospetto dei Black Sabbath dell’era Ozzy Osbourne. La differenza col bellissimo, derivativo quanto volete, ma pur sempre bellissimo The Electric Sheep risiede in come gli sHEAVY decisero di concepire il loro album del 2000. Ripulendo ogni cosa, spogliandolo del grasso e delle distorsioni stoner rock che negli esordi si erano rivelate sovrastanti, piuttosto che presenti. C’è anche un piglio piuttosto radiofonico e lo senti in un pezzo come What’s up mr. Zero, lo ritrovi più avanti in altre canzoni: insomma, non è più un caso ma una componente acquisita. L’album è tutt’altro che brutto. Non ci sono ancora le porcate sperimentali adottate in seguito, il passo l’hanno fatto ma è tutt’altro che lungo. Lenta discesa verso il dimenticatoio attraverso la ricerca della varietà, un concetto, questo, che negli stessi anni riguardò Monster Magnet, Fu Manchu e in linea di massima una scena stoner rock bollita e un po’ in attesa di ritrovarsi.

CHINCHILLA – Madness

Trainspotting: I Chinchilla sono un gruppo di power metal tetesco abbastanza sottovalutato che negli anni ha indefessamente prodotto cose molto carine finché, avendo sbattuto per anni contro il muro dell’indifferenza generale, non è sparito nel nulla dopo il bellissimo Take No Prisoners del 2004. Questo Madness è il loro secondo album e rappresenta bene i quattro di Boblingen nel loro stadio più larvale, sia grazie ad un suono al limite dell’autoproduzione (benché comunque nitido ed efficace) sia a causa di una personalità meno spiccata rispetto ai lavori successivi, in cui sarebbero diventati un gruppo decisamente più personale. Nonostante tutto i Chinchilla si fanno riconoscere anche qui con tutte le loro caratteristiche tipiche, in primo luogo nei ritornelli che, più che cori da osteria tedesca, sembrano una versione zuccherosa e coi crauti dei cori da pub inglese. La loro forte vena politica (che esploderà definitivamente nel citato canto del cigno Take No Prisoners) qui è molto meno invasiva, ma l’attitudine da equivalenti teteschi e marxisti degli hooligans curvaioli oi! è sempre quella. Se avete un giardino in cui preparare una grigliata in questi giorni di isolamento, avete trovato la vostra colonna sonora.

GLOOMY GRIM – Life?

Marco Belardi: Il mio primo pensiero è stato: “ma ‘sti qua esisteranno ancora?”. E così sono andato a controllare, ho realizzato che l’ultima loro pubblicazione risaliva al 2018 e ho guardato in cielo, dicendo quello che era necessario dire al cielo. I Gloomy Grim furono la prima impressione nitida a riguardo di un black metal che non coincideva più, in niente di niente, con il termine credibilità. Molti dubitano di questa cosa anche riferendosi ai vari Euronymous o Samoth, io no, ma il discorso è molto ampio e non mi va certo di affrontarlo adesso. Chi come i Cradle of Filth ha trasformato il black metal nella rappresentazione grandguignolesca del classico castello pieno di fica, vampiri e viandanti sgocciolati dentro a una vasca – con tanto di peso netto e lordo indicati sulla confezione – lo fece rimanendo entro ferrei criteri di buonsenso artistico. I Cradle of Filth non erano il black metal che conoscevamo, ma una grande band che sfruttò il black metal come spinta per giungere al punto. Poco tempo fa ho scritto degli Agathodaimon, in sostanza, i cugini dei Cradle of Filth che non ce l’avevano fatta, nonostante non mancasse loro qualche parvenza di idee. Uno o due pezzi belli gli Agathodaimon li hanno pur scritti, e dico questo perché me li ricordo tuttora. I Gloomy Grim no. Niente grado di parentela con gli inglesi. Niente parvenza di idee, o brani meritevoli di menzione. Solo tastierine di merda, titoli a cazzo duro e una voce gracchiante che al confronto faceva sembrare Abbath uno scolaro di Maria Callas. C’era pure Mistress Of The Stormblast in cui i Dimmu Borgir venivano citati sia nel titolo, sia nelle musiche (rimanendo piuttosto dalle parti del loro celebre lavoro del 1997). Uno dei peggiori gruppi black metal di quegli anni, e, me ne rendo conto soltanto adesso, non soltanto di quelli.

NSYNC – No Strings Attached 

Gabriele Traversa: Come i Backstreet Boys: capitalismo messo in musica. Credo non sia mai esistita una voce più inadatta al canto di quella di Justin Timberlake (una specie di rana con la sinusite), e invece ‘sti stronzi, zitti zitti, hanno raggiunto un numero di copie vendute in tutto il mondo che credo neanche si possa quantificare. Forse sono più le vendite del singolo Bye Bye Bye che le eiaculazioni di Rocco Siffredi. Per riassumere perfettamente cosa sono stati gli NSYNC viene in mio aiuto una frase contenuta in una puntata dei Simpson, in cui la versione simpsonizzata di uno dei membri della band a un certo punto diceva tipo: “Ragazzi, dobbiamo andar via, presto, dobbiamo sbrigarci: tra dieci minuti i nostri vestiti passeranno di moda” – per poi andarsene assieme ai suoi commilitoni con un passo di simil-breakdance. Ecco, gli NSYNC erano questo, né più né meno. Vi servono dei pezzi da ascoltare alla UPIM mentre vi provate i pantaloni? Bye Bye bye e It’s Gonna be Me sono qui per servirvi.

MORBOSIDAD – st

Marco Belardi: Era corretto pensare che i Brujeria fossero una cosa fichissima, ma già nel 2000 l’effetto iniziale era bell’e svanito. Metà della loro formazione proveniva segretamente dalla California, e all’epoca in cui li conobbi nessuno più pensava che si trattasse di qualche villain di Tom Clancy’s Ghost Recon che s’era messo a suonare metal per staccare un minimo da tutta quella cocaina. Anche i Morbosidad provenivano dalla California, ma a differenza dei sempre più lievi e ghiocherelloni Brujeria, questi nacquero incazzati neri e incazzati neri rimasero. Senza doversi mascherare da altro. Il problema dei Morbosidad era l’elevato tasso di mortalità dei loro batteristi, in un’epoca in cui ne crepavano molti meno che nel 2020. Uno esplose, un altro non ho capito bene se si sia suicidato o sia volato di sotto da un edificio, tant’è che i Morbosidad ebbero una discreta sfiga, almeno in quel senso. Ricordo di aver ascoltato l’omonimo del 2000 in risposta all’entusiasmo per i Destroyer 666: non male, ma in quell’ambito avrei preferito ben altre cose come ad esempio gli Archgoat, che di messicano reale o presunto, per fortuna, non avevano proprio niente. Per il resto, una band capace di sfornare i migliori titoli di sempre fra cui l’attualissimo Corona de epidemia del 2007.

OASIS – Standing on the Shoulders of the Giants

Trainspotting: Se esistesse una colonna sonora alla mia adolescenza ci sarebbe un sacco di minutaggio per Definitely Maybe e (What’s the Story) Morning Glory, capolavori assoluti per i quali ringrazio il cielo che la loro uscita abbia coinciso con quel periodo della mia vita. Che poi gli Oasis avrebbero svaccato era prevedibile, visto che in quel periodo avevano raggiunto una notorietà simile a quella di Nirvana o Guns’n’Roses qualche anno prima, gruppi notoriamente non finiti proprio benissimo. Sono riusciti a non sprofondare troppo nel grottesco solo perché Noel Gallagher, al netto di tutto, era una persona vagamente normale, innamorata davvero della musica e con una maestria compositiva con pochi pari. Ma se già Be Here Now faceva pensare al peggio, con Standing on the Shoulders of the Giants i fratelli di Manchester presero un tonfo dopo il quale la loro credibilità faticherà a risollevarsi, nonostante i dischi successivi siano comunque molto meglio di questo. Non è proprio un disco di merda, perché qualche melodia carina c’è, e Go Let it Out è un gran pezzo, ma ho provato a riascoltarlo tutto intero dopo quasi vent’anni ed è stata decisamente dura.

ARMORED SAINT – Revelation

Marco Belardi: Un gruppo che non ha mai sbagliato un disco, e che vanta uno fra i migliori cantanti americani di sempre. Una volta finito nella band giusta al momento sbagliato, John Bush letteralmente fece a pezzi il suo passato. L’album di reunion giunse sugli scaffali a circa un decennio di distanza dal suo predecessore, e con esso condivideva il dover sopperire alla ormai assodata, oltre che datata, prematura mancanza di David Pritchard. Nel perderlo gli Armored Saint rimasero un moniker privo d’uno dei suoi tre pezzi da novanta (l’altro era naturalmente il bassista, Joey Vera), eppure in qualche modo tirarono dritto. Tradotto: non avrebbero sbagliato un disco neanche in seguito, e cioè, neanche da Symbol Of Salvation in poi. Non riesco tuttavia a spiegarmi la generale indifferenza nei loro confronti. Forse questa roba nel Duemila tirava un po’ poco? La risposta è sì, era trovava decisamente fuori tempo massimo e pure Masterpeace dei Metal Church fece un po’ la sua stessa fine per lo stesso e identico motivo. Effettivamente ho sentito più parlare del recente Win Hands Down che del loro album di reunion, ma immaginatevi in quale misura. Gli Armored Saint un giorno cesseranno di esistere e poche persone rammenteranno giusto Raising Fear oppure il loro celebrato debutto. Ma da un mondo di merda come questo, che cosa vuoi aspettarti? Sentitevi Revelation, anzi, sentiteveli un po’ tutti.

CYPRESS HILL – Skull & Bones

Stefano Greco: Il 2000 è l’anno di non ritorno per il crossover (utilizzo questo termine perché nu metal è una definizione brutta, imprecisa e dalla connotazione inequivocabilmente negativa). È l’anno della sovraesposizione, dell’esaurimento delle idee e della perdita di qualsiasi credibilità. Le avvisaglie del peggio si erano già intraviste con The Burning Red dei già scrausi Machine Head, ma nulla, per quanto osceno, poteva preparare a cose quali se ne sarebbero viste dopo. Il botto di Significant Other aveva veramente aperto le gabbie e nel giro di un annetto siamo ritrovati con gente come Crazy Town, Papa Roach, Kid Rock in heavy rotation sulle varie televisioni musicali. Roba che solo a rileggerne i nomi vengono i brividi. Essendo i Cypress Hill da sempre il gruppo rap preferito dai metallari (per ragioni già elencate a suo tempo), questo era indubbiamente un buon momento per consolidare questa posizione e andare a cercare anche un po’ di pubblico nuovo. Da qui la “svolta elettrica” di Skull & Bones, un album doppio (in)equamente diviso in una metà rap (Skull) e una rock (Bones), dove la parte metal in effetti ha la durata di poco più che un EP. Il risultato dell’esperimento non è certo una novità assoluta, lo stesso percorso era già stato in precedenza fatto da Ice T (il primo dei Body Count resta a suo modo un mezzo classico). Il risultato finale però, considerati anche i partecipanti (fra cui Brad Wilk e Dino Cazares), poteva anche essere migliore. Certo c’è un singolo spettacolare come (Rock) Superstar e almeno 2/3 pezzi di livello ma il materiale restante rimane di qualità davvero inferiore quando non proprio scarsino. Certo che se poi il confronto è con i Methods of Mayhem allora è fin troppo semplice sembrare dei giganti. Da notare invece che la prima parte dell’album, nonostante fosse passata abbastanza sottotono (nel rap erano già considerati un gruppo semibollito), si riascolta oggi con un certo gusto. In generale, questa idea di diventare un gruppo suonato e sorpassare i generi per i Cypress Hill funzionerà davvero bene solo nella versione live, come testimoniato dall’ottimo Live At Fillmore registrato proprio durante il tour di questo album. In studio fortunatamente invece la cosa non avrà alcun seguito, ma sarà portata avanti dal solo Sen Dog per parecchio tempo con diverse band piuttosto discutibili quali SX-10 e Powerflo. Comunque devo ammettere che Skull & Bones me lo ricordavo peggio, come invece questa roba potesse suscitare in me tanto interesse rimane un mezzo mistero.

9 commenti leave one →
  1. 1 aprile 2020 08:05

    Grandissimi In The Woods… quelli di adesso mi piacciono, ma sembrano un po’ la copia sbadita del grandissimo gruppo che furono. Ah credo che Three times seven venga dopo Strange in stereo, quindi la vedo dura che ne anticipi le sonorità!

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  2. weareblind permalink
    1 aprile 2020 09:03

    Che infornata… I Chinchilla credevo li conoscessimo proprio in pochi. Credo il nome peggiore, per una band.

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    • Fredrik DZ0 permalink
      1 aprile 2020 11:29

      io li conoscevo, ma solo per il citato Take No Prisoners. Per il resto confermo quanto fosse un capolavoro messiah degli Steel Prophet (pure loro troppo sottovalutati). Old man’s child in caduta libera, il resto indifferenza e/o repulsione.

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  3. Arkady permalink
    1 aprile 2020 09:10

    Voglio fare serata ignorante anni 90 con Gabriele Traversa

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  4. El Baluba permalink
    1 aprile 2020 09:32

    “Three Times Seven” ebbe il merito, oltre al fatto di essere un gran bel disco sebbene inferiore alla grandezza di Omnio, di farmi conoscere i Jefferson Airplane e poi da li i Grateful Dead. Sembra un po’ una boiata ai tempi odierni, ma d’altronde in quel periodo o trovavi il guru che ti copiava la robba o c’era davvero poco su cui informarti. “Perdition City” mi piace anche se non lo ascolto molto, mentre sui Morbosidad ricordo di esserci andato in fissa per un po’ di anni. Trovo migliore il successivo “Cojete…”, che poi è quello con il quale li ho conosciuti, per poi svaccare con il brutto “Profana La Cruz…”. Oggi probabilmente non attirerebbero il minimo interesse, e come dite giustamente voi, in quel genere c’era gente decisamente migliore. Tuttavia, il connubbio bestemmie + messico + narcotraffico aveva il suo fascino.

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  5. lowfiles permalink
    1 aprile 2020 10:02

    Che disco meraviglioso quello degli Steel Prophet…pensavo di essere rimasto l’unico stronzo a ricordarselo, grazie Barg. Oltre alla title-track vanno ricordate ALMENO “The ides of March” (maideniana come poche cose possono esserlo, al di là del titolo) e la SPLENDIDA “Goddess Arise”, che da imberbe ragazzino beccai nel cd allegato a Psycho!, e che ha un ritornello che ancora oggi sale dal nulla nei momenti più imprevisti, a ricordarci (a me ed ai malcapitati che, purtroppo per loro, mi si trovano attorno) che bello che è il Power Metal.
    Negli anni credo di averlo mitizzato fin troppo, ma qui bisognerebbe tornare al discorso che si faceva da qualche parte (credo su Henry Rollins), su come spesso si rimanga agganciati in modo quasi ossessivo ai dischi cosidetti “minori” (sia che si tratti di dischi minori fatti da giganti, sia che si tratti di band inevitabilmente “minori”-per fattori che vanno dalla sfiga, alla derivatività ecc… ma sti cazzi, il punto è un altro. Una cosa inspiegabile, o meglio, io ancora non me la spiego, e non penso valga sempre l’effetto Madeleine.

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  6. 1 aprile 2020 10:05

    Armored Saint sempre nel cuore; su Revelation c’è anche un pezzo notevolissimo come “After Me, The Flood”.

    Piace a 1 persona

  7. vito permalink
    1 aprile 2020 10:44

    Cigarettes and alcohol degli Oasis in heavy rotation in tutti i jukebox del mio paesello, da denuncia al codacons per pubblicità subliminale.

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  8. Cattivone permalink
    1 aprile 2020 14:13

    “Magica” lo ricordo un buon disco, ma in effetti non ha pezzi memorabili, ho dovuto recuperarlo e leggere i titoli per ricordarli.
    Gli Aqua ovviamente me li ricordo, ma non questo disco, anche se qualche pezzo mi è capitato di sentirlo. Gran gruppo. Cioè, merdina pop, però gradevole.

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