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METAL CHURCH – Damned If You Do

5 gennaio 2019

L’essenza dei Metal Church è tutta racchiusa in ciò che avviene dopo circa cento secondi di Of Unsound Mind, un brano bello ritmato e capace di trasformarsi all’improvviso in un’esplosione di speed metal raffinato e potente. Ciò che non ti saresti mai aspettato si concretizzava in un attimo sfasciando la forma canzone e tutte quelle puttanate di cui pensavi di avere bisogno. È la cosa più bella che ho sentito suonare dai Metal Church, ed è incisa in maniera indelebile nell’indimenticabile Blessing In Disguise. Non ho mai capito quale loro album preferissi, fatto sta che fino a Hanging In The Balance li potevi attaccare solo se ti avessero trombato la moglie. Il punto a cui intendo arrivare, è che su Blessing In Disguise debuttò un certo Mike Howe, un tizio che insieme a gente come Carl Albert e Warrel Dane considero fra le più belle voci dell’heavy metal americano. Se avete aperto questa pagina, probabilmente sarete interessati al gruppo di Seattle e lo saprete già: Mike Howe è tornato e oggi siamo a discuterne per la seconda volta, davanti al titolo di Damned If You Do.

La copertina è qualcosa di cui letteralmente vergognarsi, ma mai quanto quella di Hanging In The Balance. E pure l’incipit a dire il vero, con Howe che decide di presentarsi come se fosse a un corso di meditazione. Dopodiché sembra filare tutto liscio: il problema di Damned If You Do è proprio che non c’è niente che non vada in esso. L’album è una lezione di stile paurosa, in cui Kurdt Vanderhoof passa senza problemi dal power/speed americano della title-track ad episodi più raffinati e che sembrano guardare all’hard rock di fine Settanta, come Revolution Underway. Howe se la giostra benissimo, talvolta con qualche ammiccamento priestiano, o addirittura richiamando i vecchi Sanctuary come nel ritornello di Into The Fold. I Metal Church odierni sono una band che gioca a interpretare quello che meglio gli riesce, mescolato a ciò che individualmente li ha cresciuti come musicisti: ne riparleremo più avanti, ma sarà un po’ questo l’ostacolo principale. In sostanza, di canzoni brutte ce ne sono pochissime, e probabilmente avrei fatto a meno di Rot Away così come della rocciosa ma inconcludente Monkey Finger, ma il resto è davvero di buon livello. Perché allora sono così scoglionato? Non sono le feste natalizie, è che manca un po’ di sostanza. 

I Metal Church nel 2018, ma soprattutto l’agghiacciante pizzetto metrosexual del batterista Stet Howland

Ci sono momenti in cui quasi sfascerei la camera come quando mi trattenevo a fatica con quella Of Unsound Mind, tipo quando, in Guillotine, Kurdt Vanderhoof caccia fuori un riff che pare l’attacco di Disposable Heroes dei Metallica. O meglio ancora il motivo principale di The Shortest Straw. Tolta quella, By The Numbers e un paio di altri episodi gradevoli, ci resta da elogiare soltanto Out Of Balance, che è oggettivamente un qualcosa di fichissimo e che imparerete a memoria probabilmente subito. Ha una strofa che strizza un po’ l’occhio al Bruce Dickinson dei pezzi più pestoni, ma sul ritornello saranno cazzi vostri: un passaggio e vi frigge. Esattamente come mi è accaduto di recente con Pain degli Artillery, altro brano dell’ottimo 2018 che ci stiamo mettendo alle spalle. Un unico acuto del genere è decisamente poco, per un album che speravo di piazzare in top ten senza troppi indugi, e che ad un primo ascolto mi ci aveva fatto addirittura pensare. È dopo pochi passaggi che Damned If You Do – probabilmente – smantellerà il tuo entusiasmo iniziale, quindi ecco le conclusioni: Mike Howe ci sta sempre bene, sia nel 1989 quando raccolse l’eredità del grande David Wayne, sia ora che ha raccattato i cocci della fiacca era Ronny Munroe.

E Kurdt Vanderhoof? L’unico reduce della prima formazione degli statunitensi, pur cavandosela benissimo – e sorretto da una sezione ritmica adeguata in cui figura l’ex batterista degli W.A.S.P. Stet Howland – sembra un po’ orfano di quell’elemento cardine che, se presente, bilancia alla perfezione le due anime di una band. Tipo Samoth e Ihsahn finché ha funzionato: capisco di essere nettamente fuori tema, ma il loro è il primo esempio che mi è venuto in mente. Il leader è perfettamente a suo agio quando si cimenta col repertorio più classico, un po’ meno quando il power/speed dei Metal Church finisce confrontato con quello di The Dark, o dell’altro materiale che la band registrò senza di lui negli anni seguenti. Manca pure un po’ del corpo rotondo di The Human Factor, dato che qui i suoni risultano essere molto più asciutti, anche se una scelta del genere non si rivelerà necessariamente un male in tutto e per tutto. E credo che Craig Wells fosse l’ingrediente ideale per completare i Metal Church, perché da Masterpeace in poi (vi ricordate che suoni del cazzo aveva?) la situazione è diventata perennemente altalenante, specie quando si tratta di essere sé stessi e facendo ricorso alla maggiore naturalezza possibile. Sufficienza ampiamente meritata, ma temo di dover ridimensionare le mie aspettative nei confronti dei vecchi, oppure nuovi, Metal Church. E comunque, ogni volta che mi ricompare davanti il loro logo immutato nel tempo, rasento le lacrime. (Marco Belardi)

2 commenti leave one →
  1. 5 gennaio 2019 13:55

    È un gruppo a cui (continuare a) volere bene, pur nella consapevolezza che ha già dato ciò che aveva da dare.

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  2. weareblind permalink
    5 gennaio 2019 14:07

    Mah, io l’ho trovato un po’ spento. Purtroppo non m’ha preso.

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