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Il tramonto del power metal americano: VICIOUS RUMORS

4 dicembre 2018

Adoro senza mezzi termini il power metal americano, e in particolar modo il suo lato più pesante e confinante con lo speed’n’thrash. Questo a lieve discapito di tutto ciò che andò a farsi definire prima come “epic”, e che in anni più recenti avrebbe dato il là ad una corrente dalle forti tinte prog metal. Lasciando per un attimo da parte le etichette, che dopo un po’ rompono solamente i coglioni, potrei riassumere il concetto dicendo che del power metal americano ho sempre trovato più appetibile il materiale pesante, volto al dinamismo e ad uno sfruttamento della tecnica che non fosse semplicemente fine a sé stesso. Si tratta di un genere a cui mi sono affezionato molto presto, e senza mai disamorarmene, per cui è probabile che ne scriverò in più di un’occasione.

Nel momento in cui cominciarono a comparire come funghi i “miei” album, fu un po’ come se il meglio fosse già uscito: forse perché si trattava di lavori più bilanciati, e perché lasciandosi alle spalle lo speed metal minimale degli esordi, in questi album i rispettivi gruppi si erano comunque mantenuti ancorati alle radici classic metal; in questo modo non solo gli fu possibile accontentare un po’ tutti, ma anche esprimersi nella migliore maniera possibile. Inoltre, quei classici sono venuti alla luce fra gli ultimissimi Ottanta e il biennio immediatamente successivo, quando ancora le major non avevano strappato i contratti a chiunque per buttarsi sui Tad, o su cose del genere. I primi anni della crisi del power metal americano ebbero ancora molto da dire e offrire, proprio perché chiunque lo suonasse si stava adattando alle circostanze, ma non aveva ancora avuto il tempo di snaturarsi, sbagliare una sola pubblicazione, o iniziare in maniera esplicita a fare schifo. 

Prima di tutto vi parlerei quindi dei Vicious Rumors. Quando nominate qualche band sostenendo che essa porta sfiga, dovete sempre rammentare a voi stessi che sono esistiti i Vicious Rumors di Word of Mouth, e che gli altri hanno automaticamente perso in ogni confronto. Il disco si intitolava come il celebre album di Jaco Pastorius, ma aveva una copertina molto più brutta, segnando inoltre l’ingresso di un nuovo bassista: dentro Tommy Sisco e fuori un altro reduce dei primi anni, Dave Starr. Non erano di certo nuovi ai cambi di formazione i Vicious Rumors, noti infatti per avere vantato fra le proprie file un fuoriclasse come Vinnie Moore degli UFO, ma soprattutto Gary St. Pierre alla voce. Chi era quest’ultimo? Lo scoprii durante un pomeriggio di shopping compulsivo al pc, quando acquistando il primo album degli Hawaii di Marty Friedman direttamente da un crucco su Ebay, non potei fare a meno di notare che alla voce c’era la stessa persona che avrebbe di lì a poco cantato nel bel Soldiers Of The Night dei Vicious Rumors.

In sostanza, St. Pierre era più un collaudatore che un vero e proprio cantante: registrava l’episodio pilota, dopodiché si toglieva gentilmente dalle palle in favore di volti più o meno noti. Assorbita la scarica adrenalinica di quel titolo datato 1985, ho sempre ammesso di preferire i Vicious Rumors successivi per il fatto che erano giunti al punto con cui ho iniziato l’articolo: suonavano il mio personalissimo esempio di power metal americano, quello favorito dalle loro radici californiane, il che li tenne simbolicamente a braccetto con la musica della Bay Area senza mai sconfinare, almeno in primo momento, dalle sue parti. Geoff Thorpe era un animale sputa-riff come non se ne vedevano molti in circolazione, e il capolavoro l’avrebbe centrato con quel Welcome To The Ball che alternava bordate assolute come Abandoned (uno dei miei brani metal preferiti di sempre), a chicche di squisita raffinatezza come la meravigliosa Children. A rendere il tutto più facile e ai limiti dell’ordinario fu Carl Albert, che, tanto per restare nell’ambito delle classifiche da bar, è stato anche il mio cantante preferito in ambito classic metal. In assoluto, dico. Il riccioluto frontman americano, però, li avrebbe lasciati orfani nel 1995. Quando la band pubblicò Word Of Mouth, con esso sancì anche il suo ultimo buon titolo prima della debacle assoluta dei successivi lavori (inascoltabili, pretenziosi e senza coordinate da raggiungere, anche se il Brian O’Connor di Cyberchrist, perlomeno ci aveva offerto una prova più che valida).

 

L’ultimo Carl Albert aveva saputo adattarsi agli anni Novanta senza sputtanare il suo stile canoro, anzi, ascoltando una fast-track come Sense Of Security sembrava di essere ancora dalle parti del 1991. Con il singolo The Voice provarono addirittura a bissare Children, mescolandola ad un vago sentore della musica che andava per la maggiore in quegli anni, ed in particolar modo agli Alice In Chains di Facelift. Non fu l’unico episodio ad andare velatamente in quella direzione, e per convincersi di ciò basterebbe proseguire con l’ascolto, e confrontarsi con una Dreaming. Il botto al disco, però, l’avrebbe potuto favorire No Fate, che aveva di base un tiro a dir poco incredibile, insieme alle prime due tracce. Impossibile dimenticare il riffone conclusivo di Against The Grain (che iniziava nel peggiore dei modi, ma almeno andava solo ed esclusivamente in crescendo), oppure il momento in cui Carl Albert iniziava ossessivamente a pronunciare il titolo di All Rights Reserved, rallentando: giochetti cari ai Pantera e che avrebbero portato per le prime, percettibili volte, i Vicious Rumors ad abbracciare i canoni del nuovo thrash metal di quegli anni. In sostanza, fu come se i nostri si fossero accodati in parte al riffing cupo degli Overkill di I Hear Black, mantenendo però una certa estetica chitarristica ottantiana, il che era particolarmente riconducibile al nome di Mark McGee. Quest’ultimo è ciò che manca oggi ai Vicious Rumors, ed è realmente ingiusto che non lo nomini mai nessuno, ma si trattava di un chitarrista dal talento e gusto davvero incredibili.

E poi è successa la cosa di Carl Albert.

In pratica, in Word Of Mouth avevano dedicato questo pezzo – diviso in due atti e intitolato Thunder And Pain – al compianto Criss Oliva. Non fu l’unico, pure gli Overkill scrissero qualcosa in sua memoria, e lo trovate dentro a W.F.O. dello stesso anno. Il chitarrista dei Savatage era deceduto in un incidente stradale nel 1993, non molto tempo dopo che la band aveva messo in commercio l’ottimo Edge Of Thorns; e non è un caso che il successivo Handful Of Rain sia stato fra i più cupi mai incisi dalla band proveniente dalla Florida. Concettualmente, Word Of MouthHandful Of Rain rappresentano il più evidente punto d’incontro fra le due band, non tanto per il 1994 che li accomunò, ma per una serie di motivi che avrebbero coinvolto suoni, attitudine, e pure la sfortuna.

In poche parole, i Vicious Rumors dedicano questo pezzo a Criss Oliva, che aveva perso la vita in uno sfortunatissimo frontale con un camionista. La band va in tour con i Savatage stessi, che avevano nel frattempo reclutato l’ottimo Alex Skolnick dei Testament, e poco dopo Carl Albert muore in un incidente stradale. La fine formale dei Vicious Rumors, i quali avevano già seminato per strada l’epicità dilagante del debut album ed il fortunato contratto con Atlantic Records, e che qui avrebbero perduto non solo il loro cantante, ma quello che molte altre band gli avrebbero a ragione invidiato. Non sono mai stato scaramantico, ma queste cose fanno seriamente schifo al cazzo quando accadono.

Sentitevi ad ogni modo Word Of Mouth, il loro ultimo lavoro di spicco, anche se negli anni più recenti devo comunque ammettere che qualcosa di carino l’hanno pur combinato. La fine formale di un gruppo che era stato pressochè impeccabile per cinque album consecutivi, di cui Word Of Mouth fu sicuramente il meno celebrato; ma anche il più coraggioso e il più capace di staccare col precedente, senza con questo lasciare nell’ascoltatore sensazioni di abbandono delle radici o cose del genere. Un gruppo, il loro, che mi emozionò, quando sempre per tornare a parlare del famoso shopping compulsivo di cui ho menzionato sopra, ero finalmente riuscito a trovare l’allora rara prima edizione in cd dell’omonimo album del 1990. Bello, pure quello, ma l’ho sempre considerato un pelino inferiore al precedente Digital Dictator. Prossimamente vi parlerò degli Helstar, altra mia fissazione personale che in questa settimana di forte vento, e conseguenti febbre e bronchite, mi ha naturalmente tenuto compagnia come mi accadeva ai vecchi tempi. (Marco Belardi)

3 commenti leave one →
  1. Deathrider permalink
    4 dicembre 2018 21:59

    A proposito di Helstar e di US Power Metal, mi sorprende come a Settembre abbiate cannato un’ uscita come Breathe deep the dark dei Destiny’s End

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    • 5 dicembre 2018 16:24

      In realtà noi di solito non stiamo mai sul pezzo e pubblichiamo le recensioni anche con mesi di ritardo, inizio a temere che l’avvento di Belardi abbia alzato le aspettative sulla nostra affidabilità in modo pericoloso.

      Piace a 1 persona

  2. 4 dicembre 2018 22:56

    Digital Dictator disco da superpippa

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