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Gente che non sbaglia un colpo: WITHERFALL – A Prelude To Sorrow

8 novembre 2018


Era novembre dello scorso anno quando mi ritrovai per le mani questo disco, Nocturnes And Requiems, presentatomi alla stregua del senti questi tizi che suonano tipo i Nevermore. Sarebbe stato il mio album del 2017, un po’ anche per palese mancanza di valide alternative.

Teniamoci per un attimo alla larga da quella descrizione approssimativa, e dal fatto che fosse giusta oppure sbagliata. In una cosa i Witherfall erano e sono tuttora identici ai Nevermore, o almeno a quelli fino a Enemies Of Reality: la capacità di portare l’heavy metal allo step successivo, senza sputtanarlo. Provate a definire, inquadrare, etichettare i Nevermore e non ce la farete; finirete per nominare i Sanctuary, il power metal americano, le reminiscenze thrash e realizzerete che non è necessario affibbiargli un’etichetta. Pat O’Brien portò dentro a The Politics Of Ecstasy dei passaggi che sembravano puro death metal, rielaborato per l’occasione, ma sempre di esso si trattava. Semplicemente non li etichetterai per il fatto che avevano creato, col tempo, un qualcosa di unico e che tuttavia poteva piacere così come fare schifo: si trattava di heavy metal, adeguato agli anni Duemila ma in fin dei conti purissimo. 

I Witherfall del primo e del secondo album assomigliano sì ai Nevermore in certi riffoni sparati dal fenomenale Jake Dreyer, quello degli Iced Earth per intenderci, che riportano esattamente al periodo di Enemies Of Reality per la loro struttura e pesantezza, e per la teatralità e relativa oscurità delle composizioni. Queste ultime, spesso e volentieri, hanno una struttura circolare e tipica del prog metal e il taglio aggressivo dei lavori più recenti dei Symphony X, senza assomigliar loro neanche un po’. Ci sono le suite, nel nuovo album così come erano presenti nel precedente e c’è una predisposizione a lavorare solo il materiale buono, il che è da prendere come esempio da seguire: tanti intermezzi strumentali, sei canzoni in tutto che vanno dal minutaggio contenuto di Ode To Despair fino a cose di tutt’altra costruzione o intento di base. La forma canzone è sostanzialmente presa a calci in pancia, basta pensare che nel nuovo A Prelude To Sorrow il brano più diretto è l’opener We Are Nothing, ovvero mi-presento-e-duro-undici-minuti. È un pezzo bellissimo, la migliore con Shadows e con la power ballad, tutta in crescendo, intitolata Vintage. In tre complessivamente fanno mezz’ora di musica, ma te la godi che è una bellezza. C’è Steve Bolognese, turnista di Ross The Boss, a sostituire il compianto Adam Sagan deceduto non molto tempo fa, ed è eccellente nel suo ruolo dietro alla batteria. Il suono delle percussioni è sensibilmente migliorato rispetto alla produzione approssimativa di Nocturnes And Requiems, anzi in linea di massima è tutto l’album a suonare più corposo, pieno e definito nei dettagli. Presenta ancora le lunghe parentesi acustiche amate da Dreyer, qualche momento di shred in meno come avevo auspicato nella recensione di un anno fa, e tiene in vetrina un Joseph Michael che alla voce fa ancora una volta spavento. Pure lui è difficilmente inquadrabile: ha la potenza di un cantante di power metal americano come Carl Albert (R.I.P.) dei Vicious Rumors, non abbonda in teatralità come faceva Warrel Dane ma neanche ci rinuncia in toto. Mi ricorda pure gli Angel Dust e il loro Dirk Thurisch, e questo l’avevo già scritto in occasione di Nocturnes And Requiems.

Veniamo ora ai difetti: se Shadows è a mani basse il mio brano preferito assieme alle altre due menzionate, e Communion Of The Wicked l’unica a rimanere incastrata dentro a schemi più lineari e classici, la terza Moment Of Silence mi ha fatto non poco incazzare. Troppa carne al fuoco per essere al cospetto di un episodio chiave (la terza traccia in tutto) del loro secondo disco; così, addentrandoci in essa si passerà da fraseggi chitarristici ad alta velocità, per assurdi blast-beat e un godibilissimo ritornello che non si ha una nitida idea di cosa stia facendo lì. Come nel precedente album, c’è la sensazione che di tanto in tanto si voglia rendere omaggio al metal estremo, la cosa è pure piacevole ma gli si ritorce un po’ contro, dunque andrà controllata meglio in futuro.

Per il resto nulla da dire, annata eccezionale per il metal classico con Judas Priest, White Wizzard (da cui provengono Dreyer e Michael, per l’appunto), i Satan di Cruel Magic e un sacco di altra roba. I Witherfall, per quello che mi riguarda, sono fra le migliori band attualmente in circolazione: avete presente quando un gruppo emergente viene perculato dai gestori dei locali, i quali lo ripagherebbero in visibilità? La loro visibilità non serve generalmente a niente, perché te la compri con due lire su un social network. I Witherfall invece ne hanno un bisogno scandaloso, di visibilità vera, poiché se ne sente ancora parlare fin troppo poco a dispetto della qualità incredibile dei loro due album, ed è come se della loro esistenza e consistenza in molti non se ne fossero proprio accorti. Che Century Media se ne occupi al meglio, dopo aver portato in una posizione rispettabile gli Angelus Apatrida (ottimo il loro album del 2018, a proposito) e pubblicato il meraviglioso, ultimo Voivod. Ancora a segno, ma stavolta il titolo di disco dell’anno sarà dura stabilirlo. (Marco Belardi)

4 commenti leave one →
  1. Arkady permalink
    8 novembre 2018 09:39

    E’raro che io mi metta ad ascoltare lo stesso album più di una volta al giorno, ma loro me li sto sparando a ripetizione negli ultimi 3 giorni. Album assurdo. Ottimo l’accostamento agli Angel Dust: per me hai perfettaemnte ragione.

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  2. Fanta permalink
    8 novembre 2018 11:08

    Non mi piace essere d’accordo con qualcuno, talvolta mi capita di fare un passo indietro e di aprirmi con interesse a chi non la pensa come me. Così come provo una certa goduria a sputtanare le altrui stronzate.
    Qui mi ritrovo totalmente in linea con quanto scrivi. Anche a me fa incazzare Moment of Silence, perché è l’unico pezzo del disco cucito a cazzo di cane. Come se ritiri dalla sarta un vestito mezzo da cerimonia e mezzo casual. E quelle dissonanze della voce sugli accordi della chitarra ritmica nel ritornello mi fanno venire l’orticaria.
    Però per il resto qui siamo di fronte a un disco della madonna.
    Quando fatichi a etichettare qualcosa e questo qualcosa ti suscita una enorme mole di emozioni (su Vintage mi sono commosso ed era tanto che non accadeva), capisci che ti stai imbattendo in un fenomeno che ha prospettive future importanti. Perché ci senti ulteriori, spaventose potenzialità.
    E al metal serve futuro, come il pane.

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  3. 8 novembre 2018 20:16

    Corre voce, si dice che (cit.), dal vivo siano una macchina da guerra. Non fatico a crederci. Il cantante da l’idea di sapersi muovere più o meno su qualsiasi tipo di terreno, anche se lo preferisco quando sporca la voce, e aggiungo Tim Aymar (Control Denied, Pharaoh) tra gli illustri paragoni; la sezione ritmica è bella quadrata ma non sterile, con la giusta dose di pompa quando serve; Dreyer fa tutto bene, e paradossalmente mi piace di più in veste ritmica che quando shredda a più non posso.
    Ma il meglio sta nel margine di miglioramento. Intendiamoci, va già benissimo così, hanno fatto un discone, ma la sensazione che possano fare salti di qualità, plurale voluto.

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  4. Andrea permalink
    8 novembre 2018 21:46

    Oh! Questi sono veramente fighi

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