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Avere vent’anni: ANGEL DUST – Border Of Reality

20 agosto 2018

Ognuno ha le sue fisse, i suoi gruppi da pubblicizzare anche a cani e porci salvo poi riscoprire – ogni dannata volta – che se li filano realmente in cinque o sei. Un mio cruccio personale sono gli Angel Dust, perché, per la classe e la qualità sopraffina delle composizioni con cui si riaffacciarono sulle scene sul finire degli anni Novanta, ho sempre ritenuto fossero meritevoli di una più che duratura consacrazione. E invece finirono in pasto ai maiali al primo mezzo passo falso, Of Human Bondage, dopo avere sfornato tre album semplicemente clamorosi, il primo dei quali portava il titolo di Border Of Reality. Era il meno bello dei tre, ma questo non significa che non spaccasse culi su culi.

La storia è questa: i tedeschi sono sempre stati catalogati come ex-thrash metal band, ma in sostanza il concetto è attribuibile al solo debut Into The Dark Past, che era anche un disco davvero belloccio. Una di quelle cose di culto che compri alle fiere del disco e poi metti da una parte, ma molto godibile rispetto a tanta merda che mi sono portato a casa, senza vergogna, col medesimo modus operandi. Già dal successivo To Dust You Will Decay sembravano entrati a pieno nel calderone del power metal ottantiano. Il giochino gli riuscì soltanto a metà e sparirono per un decennio senza far piangere praticamente nessuno. Al ritorno conservarono soltanto la sezione ritmica di quei tempi, fra cui il leader Dirk Assmuth, uno con un nome da porno attore tedesco che ti dovrebbe comparire in automatico se cerchi qualcosa tipo “euro slut” o simili. Ma avevano aggiunto – fra gli altri – un altro Dirk (Thurisch), che come ho già specificato altrove è una delle voci di metal classico che preferisco in assoluto: calda, potente, versatile. Aveva tutto. Gli Angel Dust avevano tutto, ma vennero fuori per la seconda volta in un momento in cui c’era davvero troppa concorrenza, e finirono per fare colpo su poca gente in proporzione a quanto fossero d’impatto classici dell’immediato futuro come Fly Away, nonostante un contratto istantaneo per Century Media che, comunque, in quell’anno era impegnatissima a promuovere Sentenced, Moonspell, Arch Enemy e una marea di altra roba non trascurabile. 

Il terrificante inizio di When I Die

Ciò che differenzia Border Of Reality dai due album successivi, che riscossero meritatamente un maggior successo – Bleed conteneva la loro canzone più celebre, ovvero l’omonima, mentre Enlighten The Darkness è semplicemente uno degli album che preferisco degli anni Zero – è una più evidente pesantezza di fondo, radicata nel power metal tedesco piuttosto che in quello americano degli Ottanta, che citarono più o meno abilmente in To Dust You Will Decay. Tra una cover e un’altra, su cui spiccava una Spotlight Kid pompata all’inverosimile rispetto all’originale dei Rainbow, Border Of Reality mi colpì fin da subito per una marea di motivi: le tastiere di Steven Banx, ancora incapaci di mettere a segno le indimenticabili trame dei due album successivi ed ancora legate a doppia mandata al prog; lo stile di Thurisch relativamente aggressivo ed a tratti da affinare (nella strofa di No More Light si ha l’impressione di avere ancora a che fare coi cliché del thrash metal), e un bel po’ di ottimi pezzi. Una metà dei quali pescava a piene mani dagli ultimi anni Ottanta, come Nightmare, giocando su ritmi mid-tempo e onnipresenti tastiere e lasciando poi spazio alla velocità di episodi come la title-track o Centuries, probabilmente il miglior ritornello del disco, sorretto da rapide chitarre in linea con gli Helloween di metà Novanta. C’era anche una trascurabile ballatona, When I Die, dove se non erro si sentiva uno di quei flauti tipici delle bancarelle dei peruviani che pullulano al Piazzale Michelangelo: mi fa rabbrividire il solo pensiero, ogni volta che rimetto su l’album.

Ancora inferiori a ciò che sarebbe venuto alla luce subito dopo e fino al culmine rappresentato da Enlighten The Darkness, ma la nuova veste degli Angel Dust era indubbiamente in grado di colpire al primo tentativo. Fu solo in parte così, e questo nome rimane tuttora un qualcosa di “già sentito”, ma poco approfondito, dai più. Che aspettate? (Marco Belardi)

4 commenti leave one →
  1. weareblind permalink
    20 agosto 2018 13:46

    Bravo, appena messi sotto Spotify, la bonus track version ha 11 pezzi.

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  2. Fanta permalink
    20 agosto 2018 14:08

    Grande band, scoperta qualche anno dopo lo scioglimento. Conosco Bleed ed Enlighten the darkness (capolavoro). Approfondirò anche questo.
    Si sono riformati da poco, vedremo con quali risultati. Un giorno bisognerà fare un articolo sulla produttività di queste cazzo di reunion a rotta de collo…Non un buon segno chiaramente, nell’ottica di un ricambio generazionale che continua a non sussistere. Con un corollario in controtendenza, per quel che mi riguarda. Qualora si riformassero gli Edge of Sanity mi farei una ventina di seghe nel giro di 12 ore.

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  3. weareblind permalink
    20 agosto 2018 14:44

    Mah, ora ricordo perché li abbandonai. Cerebrali, molto capaci (pure troppo), mancano di cazzimma. Che trovo, pur più banale, in gente come Iron Savior e Primal Fear, per rimanere in crucchia.

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